In una provincia come quella di Ferrara, dove la canapa si coltivava ben prima che se ne parlasse sui giornali, il prodotto in sé non è una novità. Quello che è cambiato è il modo di comprarlo: oggi la maggior parte degli acquisti di cannabis light passa da negozi online, e chi compra non può vedere né annusare quello che riceverà. Resta un solo documento che racconta in modo oggettivo cosa c’è nella confezione: il certificato di analisi, spesso indicato con la sigla inglese COA (Certificate of Analysis).
Molti negozi lo pubblicano, pochi clienti lo leggono. Non serve una laurea in chimica: bastano cinque minuti e qualche nozione su dove guardare.
1. Chi ha fatto l’analisi, e quando
La prima riga da cercare non riguarda i cannabinoidi ma l’intestazione. Un certificato serio riporta il nome del laboratorio, l’indirizzo, la data di emissione e un numero di rapporto. Un indicatore utile è l’accreditamento secondo la norma ISO/IEC 17025, che in Italia viene rilasciato da Accredia: significa che il metodo di prova è stato verificato da un ente terzo.
La data conta più di quanto sembri. Le infiorescenze cambiano nel tempo, e un referto vecchio di due anni descrive un raccolto che probabilmente non esiste più. Se il laboratorio mette a disposizione un codice o un QR per verificare il documento sul proprio sito, conviene usarlo: è il modo più rapido per escludere un PDF modificato.
2. Il lotto deve coincidere
È l’errore più comune, e il più facile da evitare. Il certificato vale per un lotto preciso di produzione, identificato da un codice. Quel codice deve comparire anche sulla confezione o nella scheda del prodotto. Un referto generico, senza lotto o riferito a una varietà «simile», dimostra solo che qualcuno, una volta, ha fatto analizzare qualcosa.
3. Il profilo dei cannabinoidi: attenzione al THC «totale»
È la tabella centrale. Di solito elenca THC (Δ9-THC), THCA, CBD, CBDA e spesso CBG e CBN, con valori espressi in percentuale sul peso (% p/p) o in milligrammi per grammo. Qui si nasconde il dettaglio che fa la differenza: nella pianta il THC è presente soprattutto nella forma acida, il THCA, che con il calore si trasforma in THC.
Per questo i laboratori calcolano il THC totale con una formula standard: THC + (THCA × 0,877). Il coefficiente tiene conto della massa persa durante la trasformazione. Un certificato che mostra un THC bassissimo ma non riporta il THCA, o non indica il THC totale, racconta solo metà della storia. Lo stesso ragionamento vale per il CBD: CBD totale = CBD + (CBDA × 0,877).
Un altro elemento da conoscere è il metodo. La cromatografia liquida (HPLC) distingue le forme acide da quelle neutre; la gascromatografia (GC), scaldando il campione, tende a restituire direttamente i valori totali. Entrambi i metodi sono validi, a patto di sapere quale si sta leggendo. Come riferimento normativo, la legge 242 del 2016 fissa per le coltivazioni di canapa un contenuto di THC dello 0,2%, con una tolleranza fino allo 0,6%.
Infine le sigle: «< LOQ» o «n.d.» indicano che la sostanza è sotto la soglia che il metodo riesce a quantificare, non necessariamente che è assente. Chi confronta un catalogo di infiorescenze di cannabis light dovrebbe trovare, per ogni varietà, numeri leggibili in questo modo e non soltanto una percentuale di CBD scritta in grande.
4. Oltre ai cannabinoidi: i contaminanti
Un certificato completo non si ferma al THC. Le analisi più accurate includono metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio, arsenico), residui di pesticidi, micotossine e carica microbica. Sono voci meno «commerciali» ma dicono molto su come la pianta è stata coltivata e conservata. Alcuni referti riportano anche l’umidità: è un dato utile, perché un’infiorescenza più secca, a parità di pianta, mostra percentuali di cannabinoidi più alte.
Il discorso vale anche per i derivati. Nelle resine e hashish al CBD la concentrazione è per natura più elevata rispetto al fiore, e proprio per questo il certificato del singolo lotto diventa ancora più importante.
Il caso degli oli: dalle percentuali ai milligrammi
Per gli oli il certificato indica di solito la concentrazione di CBD in percentuale. Per capire quanto principio c’è davvero nella boccetta si fa un calcolo semplice: un olio al 10% in un flacone da 10 ml contiene circa 1.000 mg di CBD. Se l’etichetta promette una cifra e il referto ne dice un’altra, la differenza va chiarita con il venditore.
La dicitura «full spectrum» indica che l’estratto conserva gli altri cannabinoidi e i terpeni della pianta, e il profilo analitico dovrebbe confermarlo. Chi valuta gli oli di CBD full spectrum può usare il certificato proprio per questo: verificare che la descrizione del prodotto corrisponda a quello che il laboratorio ha misurato.
I segnali che devono far dubitare
Riassumendo, conviene diffidare quando il certificato:
• non riporta il nome del laboratorio o un numero di rapporto verificabile;
• non indica il lotto, oppure il lotto non coincide con quello del prodotto;
• mostra solo il CBD, senza THC totale e senza THCA;
• è datato di anni o è disponibile soltanto come immagine ritagliata;
• viene fornito solo «su richiesta» e poi non arriva mai.
Nessuno di questi punti, da solo, è una prova di cattiva fede. Messi insieme, però, raccontano quanto un venditore sia disposto a farsi controllare. E in un mercato dove si compra a distanza, la trasparenza sui documenti è la cosa più vicina a poter guardare il prodotto con i propri occhi.
Articolo offerto da JustMary.com
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