di Giulio Fratta
Piazza della Libertà, a Trieste, è il punto d’arrivo della rotta balcanica, la quale porta dietro con sé uomini e donne sopravvissuti ad atrocità inimmaginabili. Nonostante ciò, spesso e volentieri, la piazza viene aggirata, schifata, isolata. Luca Greco, fotografo e sindacalista della Cgil, racconta attraverso il suo nuovo libro di fotografie, Racconti dalla piazza del mondo, una realtà ben diversa dall’immaginario comune, dove la musica si mischia al dramma, la memoria al gioco. I racconti di un ragazzo del Kashmir, Noman, affiancati agli scatti di Greco, ricompongono ciò che è stato frantumato, ricostruiscono ricordi e ne creano di nuovi.
Racconti dalla piazza del mondo, il suo ultimo libro, immerge il lettore in una Piazza della Libertà di Trieste segnata profondamente dalla rotta balcanica; le immagini si mescolano ai racconti e alle poesie di chi quella rotta l’ha sentita sulla propria pelle. Chi non ha la possibilità di parlare acquista la voce in mezzo a queste pagine, perché l’uomo sente il bisogno di zittire chi non è uguale a lui?
La necessità di zittire chi non è uguale a noi nasce dalla paura di affrontare il cambiamento, perciò, sempre più spesso, si costruiscono muri, di mattoni o d’odio, per separarci da ciò che non vogliamo vedere. I migranti che giungono in Italia scappano da guerre e carestie causate dal
mondo occidentale e noi ci ostiniamo ad accettarlo, preferiamo invece allontanarli con qualche recinzione, fingendo di non sentirli. Loro sono sempre lì. Il diverso spaventa dappertutto, si preferisce l’omologazione.
Uno dei temi principali affrontati in Racconti dalla piazza del mondo è l’immigrazione: il conforme può spaventare più del diverso?
Bisogna prima individuare a chi o a cosa si è conformi e a chi o cosa si è diversi. Il sindaco di Trieste ha deciso che saranno montate delle recinzioni intorno a Piazza della Libertà, ma un muro invisibile era già presente. Da sette anni e più, quella piazza è il punto d’arrivo della rotta balcanica: lo sa la popolazione, lo sanno i migranti, lo sa il governo, lo sa l’associazione Linea D’Ombra. Quest’ultima si occupa dei transitanti, ossia coloro che arrivano in Italia, si fermano per qualche notte e dopodiché partono alla volta di nuove mete. Loro, i transitanti, arrivando in Italia clandestinamente, finiscono per ritrovarsi in un non-luogo, perché sono vittime di percorsi giudiziari volutamente lunghi così da rimanere nello stato di illegalità. Se sono entrati illegalmente in Italia, allora loro non possono essere aiutati da nessuno e noi non possiamo aiutarli, quindi l’isolamento è una conseguenza inevitabile. Detto questo, il ”problema” della diversità è mutabile in base a chi
lo osserva. Io ho visto in Piazza della Libertà, dall’agosto 2023 al febbraio 2026, vivacità, musica, dramma…Sono nati movimenti, dalla parte bassa della società, atti ad aiutare le famiglie in difficoltà nel trovare cibo, si sta cercando un’unione tra mondi differenti. Ho pensato che fosse giusto e importante accompagnare le foto della piazza alle parole di un ragazzo del Kashmir, Noman. Lui ha percorso tutta la rotta balcanica, vive a Trieste da molti anni. Questo libro deve funzionare come un megafono, serve ad abbattere muri e a lasciar parlare chi
non è mai stato ascoltato.
La fotografia è un attimo, un momento, un secondo…Piazza della Libertà, nel libro, è raccontata nella sua vera forma, ma una foto è in grado di raccontare completamente la realtà?
No, la fotografia è ambigua per sua natura. L’occhio del fotografo decide cosa si deve guardare. Faccio un esempio: Piazza Alimonda, 20 luglio 2001. Prima dell’uccisione di Carlo Giuliani vengono scattate molteplici foto nello stesso istante. In una, sembra che il famoso Defender sia schiacciato contro il muro e che Carlo sia distante dal veicolo, in un’altra la camionetta è da tutt’altra parte e Carlo è a poco più di 5 metri. La fotografia racconta una parte nella realtà; Racconti della piazza del mondo prova, con più immagini, a descrivere Piazza della Libertà nel
modo più fedelmente possibile alla verità.
“Racconti dalla piazza del mondo” è una protesta imprinta sulla carta. In questi giorni l’Italia è stata colpita da rivolte violente, figlie di una popolazione stufa di essere presa in giro. La filosofia della violenza è diventata l’unica via perseguibile per essere ascoltati?
È necessario descrivere il fenomeno nella sua completezza per comprenderne i risultati distruttivi. Uno dei fattori più importanti è l’immigrazione, che, descritta come l’arrivo di animali su un barcone, piace tanto. Gli animali svolgono lavori sottopagati, in nero e ad alto rischio, non a caso la maggior parte delle morti sul lavoro riguardano migranti esterni, dall’estero in Italia, o interni, dal Sud al Nord; gli animali possono essere individuati come il problema dai “Vannacci di turno”; gli animali sviluppano il capitalismo, perché il capitalismo si basa sul profitto: uno guadagna, gli altri (gli animali) lavorano. In questi giorni l’onda delle proteste francesi è giunta anche qui in Italia sotto diverse forme. Al Sud gli agricoltori scioperano e bloccano il Paese, al Nord gli studenti protestano in piazza. Dobbiamo condannare le violenze? Sì, ma tutte. Gli studenti hanno una scuola disfunzionale, gli agricoltori non hanno alcun privilegio lavorativo. Sono forme di violenza? Certo. A Bologna, lo scorso 20 luglio, è morto un ragazzo allo stesso modo di Federico Aldrovandi. Una vetrina spaccata non vale quanto una vita umana, il vero problema sono gli abusi subiti prima dell’esplosione di rabbia.
Che cosa rappresenta per lei la fotografia?
Per me la fotografia è sinonimo di casa, è uno strumento con il quale riesco a raccontare ciò che vedo. Ho adottato questo modus operandi, da tanti, diversi anni: lo utilizzo per salvare momenti importanti nella mia memoria e, spero, nella memoria di altra gente. Quando ho tra le mie mani una macchina fotografica, mi connetto immediatamente con una parte di me.
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