di Tommaso Piacentini
La scrittura come strumento di resistenza e di sopravvivenza della propria storia e di quella di un popolo martoriato come quello palestinese. È un inno alla potenza della carta e della penna la storia di Nasser Abu Srour, poeta e scrittore palestinese, imprigionato nel 1993 a soli 24 anni in un carcere israeliano dove avrebbe dovuto scontare l’ergastolo perché accusato di aver ucciso un ufficiale dell’intelligence israeliana.
Ne risulterà una prigionia di 32 anni, da cui Nasser sarà liberato il 13 ottobre 2025 per essere esiliato nel vicino Egitto. È proprio da lì che ieri (domenica 4 ottobre) Nasser si è collegato con il pubblico di Internazionale per l’evento dal titolo “Al di là del muro”, un dialogo emozionante sui lunghi anni di reclusione nelle rigide carceri israeliane, in cui a tenere viva la speranza dell’autore ci sarà proprio la scrittura.
Un piccolo atto di ribellione (carta e penna sono strumenti interdetti nelle carceri israeliane) che confluirà, ancor prima della sua scarcerazione, nella pubblicazione del libro “Il racconto di un muro”, uscito dai torchi prima nel 2022 in lingua araba e poi tradotto in italiano nel 2024 grazie all’abilità di Elisabetta Bartuli, presente alla conferenza di ieri.
Una condizione, quella vissuta da Nasser in carcere, che è fatta di piccoli gesti e battaglie volti a garantire un rapporto quantomeno di equilibrio con i carcerieri e che sfocerà in un articolo pubblicato a maggio dalla rivista Internazionale: “Dopo la nostra (sua e di altri palestinesi ndr) incarcerazione, siamo riusciti a migliorare le condizioni di vita nel carcere, in modo da permetterci almeno di respirare, spesso facendo uscire questi articoli in maniera clandestina”.
Battaglie che furono vanificate dopo il 7 ottobre, quando avvenne un cambiamento di ordine politico: “Dopo il 7 ottobre si è imposta la scelta di considerare le carceri come fronte politico. Sono aumentati gli appetiti per le uccisioni, l’affamamento dei condannati, le torture e gli stupri”.
In condizioni igieniche pessime, Nasser e i suoi compagni dovettero confrontarsi con “malattie che mangiavano le nostre carni”, mentre “chi soffriva di malattie croniche dovette rinunciare a curarsi”: “Siamo stati trattati come sub-umani destinati alla morte e tutt’oggi Israele segue questo progetto”.
Da qui l’idea di scrivere la storia che avesse al centro i palestinesi: “Volevo raccontare la Palestina a tutti, in modo che la nostra identità diventi parte dell’identità universale. La nostra storia non si riduce solo alle guerre: ho scritto per dare voce al mio popolo, per ridare corpo e voce ai palestinesi”.
Nasser comincia così a scrivere in carcere, un atto “di resistenza segreta” come lui stesso l’ha definita e di cui non vuole rivelarne i metodi per non precluderne la possibilità a coloro che sono rimasti nelle carceri israeliane: “È stato estremamente difficile: ho impiegato 19 anni per scrivere questo libro e 2 anni per farlo uscire dal carcere. Questo faceva parte della nostra lotta”.
Una storia che è anche quella dell’amore per una donna più potente delle sbarre: “Ero un po’ esitante se scriverla – ha confessato Nasser -, mi sentivo come un vino non ancora stagionato. Ma dalla lettura di un articolo di Kierkegaard sono finito a scrivere un intero libro e anche se la storia d’amore non era una scelta consapevole, è come se ad un certo punto il libro avesse preso vita propria“.
Da un’infanzia negata, il libro parte proprio dalla gioventù di Nasser, vissuta in un campo profughi dove “i padri e i nonni raccontano sempre delle terre da cui sono stati sradicati”. Secondo Nasser, “non esiste l’infanzia in Palestina” a causa di una paura costante di perdere le persone care: “Coloni, coloni armati, soldati, posti di blocco. Questi sono gli scenari che devono affrontare ogni giorno i palestinesi. Noi non possiamo programmare nulla perché tutto il nostro destino è in mano ai coloni”.
Oggi Nasser è un uomo che possiamo definire libero, ma costretto a una condizione di esilio che non è altro che la prosecuzione della pena: “Io sono bloccato qui. In esilio sono sconnesso dal tempo e dallo spazio. Sto cercando il senso della vita e se mentre in carcere avevo uno spazio ben definito, oggi mi ritrovo uno spazio fatto di tanti piccoli dettagli che non mi permette di scrivere come facevo in carcere”.
L’ultimo appello di Nasser è proprio a noi, che possiamo leggere la sua vita di ieri e di oggi: “Aiutatemi a ritornare a vivere“.
Grazie per aver letto questo articolo...
Da 20 anni Estense.com offre una informazione indipendente ai suoi lettori e non ha mai accettato fondi pubblici per non pesare nemmeno un centesimo sulle spalle della collettività. Il lavoro che svolgiamo ha un costo economico non indifferente e la pubblicità dei privati non sempre è sufficiente.
Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci legge e, speriamo, ci apprezza di darci un piccolo contributo in base alle proprie possibilità. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di ferraresi che ci leggono ogni giorno, può diventare fondamentale.
OPPURE se preferisci non usare PayPal ma un normale bonifico bancario (anche periodico) puoi intestarlo a:
Scoop Media Edit
IBAN: IT06D0538713004000000035119 (Banca BPER)
Causale: Donazione per Estense.com