di Riccardo Giori
Quando a uccidere è un intervento delle forze dell’ordine, la richiesta di verità non può fermarsi alla morte: cosa è successo e chi è responsabile? Una domanda che porta subito al nodo centrale: cosa succede dopo una morte, quando alle famiglie non resta soltanto il lutto, ma una lunga battaglia per ricostruire i fatti e arrivare alla verità.
A confrontarsi sul tema – durante il talk dal titolo “Fuorilegge” di Internazionale a Ferrara – sono stati Carlotta Donelli, dell’Associazione contro gli abusi in divisa, Luigi Mastrodonato, giornalista che da anni si occupa di abusi di polizia, e Valeria Verdolini, sociologa del diritto e attivista dell’associazione Antigone. A introdurre e moderare l’incontro è stato Lorenzo Guadagnucci, giornalista di Altreconomia e tra i presenti alla scuola Diaz durante il G8 di Genova.
A venticinque anni da quei fatti, il confronto ha riportato al centro il rapporto tra uso della forza, responsabilità delle istituzioni e tutela dei cittadini. Per Guadagnucci, Genova 2001 rappresenta uno spartiacque, “un prima e un dopo” nel rapporto tra cittadini e forze dell’ordine. Secondo il giornalista, però, quella stagione non può essere considerata chiusa. “A 25 anni di distanza nelle nostre istituzioni, nelle forze di polizia e nelle istituzioni in senso lato, non c’è stato un reale ripudio di quelle vicende”, ha affermato. Genova avrebbe così aperto una “zona grigia” nel rapporto tra cittadini e forze di polizia, nella quale la tutela dei diritti resta ancora un tema aperto.
Il tema non riguarda quindi soltanto il passato. Le storie di Igor Squeo, Riccardo Rasman, Vincenzo Sapia, Andrea Soldi e Riccardo Magherini, ricordate durante il talk, raccontano vicende diverse ma accomunate dagli interrogativi sull’uso della forza, sulla ricostruzione dei fatti e sulle responsabilità. A Ferrara il tema assume inoltre un significato particolare. È la città di Federico Aldrovandi, la cui vicenda è diventata uno dei casi simbolo del dibattito sugli abusi di polizia in Italia. Guadagnucci ha ricordato infatti come il volto di Aldro continui a essere una presenza scomoda, nelle piazze e negli stadi, una memoria che a distanza di anni continua a interrogare il presente.
Per Luigi Mastrodonato non si tratta di un fenomeno nuovo, ma di un problema che continua a riproporsi. “Noi siamo qui a parlare di questi temi non perché stia iniziando un’emergenza, ma perché abbiamo un’emergenza che sta peggiorando”, ha detto, richiamando anche i recenti avvenimenti di Bologna e la morte di Abderrahim Fakir. “Sono passati 25 anni dal G8 e altrettanti dal caso Aldrovandi, e invece di progredire stiamo continuando a cadere in un baratro”. Il giornalista ha portato al centro del confronto la storia di Igor Squeo, suo malgrado uno dei protagonisti del suo ultimo libro, per mostrare anche il peso che la ricerca della verità può avere sulle famiglie. Dopo una morte durante un intervento delle forze dell’ordine, infatti, la battaglia non è soltanto giudiziaria, ma anche emotiva ed economica. Perizie e avvocati possono avere costi elevati, trasformando la ricerca di giustizia in un percorso difficile da sostenere. Ed è qui che il talk di Internazionale lega il passato al presente: il problema non è soltanto ciò che accade durante un intervento, ma anche ciò che accade dopo. La possibilità di ottenere verità e giustizia, la tutela dei familiari e la capacità delle istituzioni di mettere in discussione i propri errori diventano così parte della stessa questione democratica.
Nel racconto del giornalista tornano inoltre alcuni elementi comuni nella gestione pubblica di questi casi: tentativi di depistaggio e ricostruzioni che finiscono per spostare l’attenzione sulla vittima. Da qui la critica a una concezione della sicurezza nella quale la polizia rischia di assumere soprattutto una funzione repressiva. “La Polizia dovrebbe essere al servizio del cittadino”, ha affermato, richiamando anche la vicenda di Orlando Botti, ex ispettore della Polizia di Stato che ha vissuto in prima persona la transizione e il processo di democratizzazione delle forze dell’ordine, battendosi per il rispetto delle regole e contro la violenza istituzionale, riflettendo sull’evoluzione del rapporto tra forze dell’ordine e cittadini. Riprendendo la storia di Botti, ha indicato anche nella prosecuzione delle carriere di alcuni poliziotti coinvolti nei fatti della Diaz un segnale, a suo giudizio, del mancato compimento del processo di democratizzazione delle forze di polizia.
Carlotta Donelli, dell’Associazione contro gli abusi in divisa, ha ricordato i casi di Riccardo Rasman, Vincenzo Sapia e Andrea Soldi, accomunati, nella sua ricostruzione, dalla morte per soffocamento durante interventi delle forze dell’ordine. Nel caso Rasman, le condanne non superarono i sei mesi. “Quanto vale una vita?”, ha chiesto Donelli. Per il caso Sapia ha richiamato l’uso di una tecnica di contenimento regolamentata da direttive ministeriali, mentre Andrea Soldi venne immobilizzato con una presa da dietro, morì per asfissia da strangolamento e compressione toracica subiti durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Donelli ha ricordato anche il caso di Riccardo Magherini, morto a Firenze durante un intervento dei carabinieri. Vicende diverse che, secondo l’attivista, mostrano un problema più ampio: “In Italia c’è un problema sistemico” di abusi da parte delle forze di polizia. A questo quadro si aggiunge il lungo elenco di condanne dell’Italia davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel racconto di questi episodi, ha sottolineato Donelli, vittime e familiari si trovano spesso davanti a un “muro”. È sulle famiglie che si concentra una parte fondamentale dell’attività dell’Associazione contro gli abusi in divisa. Donelli ha spiegato che l’obiettivo è accompagnarle in un percorso di solidarietà dentro e fuori dai tribunali, offrendo anche un sostegno economico quando non possono permettersi periti e avvocati. Perché il lutto, da solo, non chiude queste storie. Dopo una morte durante un intervento delle forze dell’ordine resta da accertare come siano andati i fatti, quali responsabilità vi siano e se le istituzioni siano state in grado di garantire un’indagine trasparente.
Valeria Verdolini, dell’associazione Antigone, ha inserito le singole vicende in una prospettiva storica. Vent’anni fa, ha spiegato, non era scontato che i casi di “mala polizia” venissero indagati. Da Genova e dal caso Aldrovandi in poi si è sviluppato un dibattito culturale che ha cambiato il modo di affrontare queste vicende, anche se solo nel 2017 è stato introdotto nell’ordinamento italiano il reato di tortura. Verdolini ha precisato che la fattispecie prevista dalla legge presenta caratteristiche specifiche e si distingue dai singoli casi di uso della forza discussi durante il talk. Il nodo, secondo lei, è anche ciò che accade dopo l’intervento. “Anziché aprire un accertamento dei fatti trasparente, quasi tutti questi casi sono accompagnati da elementi di depistaggio”, ha affermato. A questo si aggiunge, secondo la sua analisi, la criminalizzazione della vittima, spesso giovane, straniera o in condizioni di agitazione psicofisica. “C’è il problema di come essere creduti di fronte alla polizia”, ha osservato. Per la sociologa, il cambiamento culturale dovrebbe partire proprio dai corpi di polizia, ma le proposte politiche volte a introdurre nuove tutele hanno incontrato nel tempo l’opposizione ferrea dei sindacati di polizia e di una parte della stessa politica italiana. Il tema infine si lega anche alla formazione degli agenti di Polizia. Richiamando quanto scritto dall’ex capo della Polizia Franco Gabrielli nel suo ultimo libro, Verdolini ha evidenziato come la fine della stagione del grande reclutamento e le nuove modalità di ingresso possano incidere sul tempo destinato alla formazione degli agenti.
Le storie raccontate durante il talk, da Aldrovandi a Squeo, da Rasman a Magherini, mostrano percorsi diversi ma una stessa difficoltà: trasformare una morte in un accertamento trasparente, senza che il lutto si trasformi anche in una lunga battaglia contro il muro delle istituzioni. Ed è proprio da qui che secondo gli ospiti di Internazionale può partire un cambiamento culturale: dalla capacità di considerare la tutela dei diritti non come un ostacolo al lavoro delle forze dell’ordine, ma come parte della loro stessa funzione. Perché cambiare non significa soltanto intervenire quando un abuso è già avvenuto, ma costruire una cultura della responsabilità, della formazione e della trasparenza capace di prevenirlo.
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