di Tommaso Piacentini
Cuba si trova in un momento di stagnazione, tra l’embargo sull’energia e le sanzioni imposte dall’America dei Maga, le richieste di cambiamento politico degli isolani e la fuga delle giovani generazioni verso gli Stati Uniti. Uno dei rischi in cui incorre L’Avana è quello denunciato da Jon Lee Anderson, giornalista del New Yorker e intervistato al festival di Internazionale dalla giornalista Camilla Desideri: il lento declino verso la creazione di fazioni della criminalità organizzata, fino ad arrivare a uno stato ad alto livello mafioso.
Un’isola caraibica, Cuba, di circa 780 miglia di lunghezza che poteva vantarsi del primato di “paese più sicuro dell’emisfero occidentale insieme al Canada”, come ha spiegato Anderson, dove non si è mai radicato un cartello locale del narcotraffico, a differenza di Messico e Colombia, mentre ora il rischio si fa sempre più alto.
Un periodo, quello che sta attraversando la “Llave del Golfo”, che Anderson ha definito “una delle crisi più gravi, forse anche più di quella degli anni Novanta”, quando la dissoluzione dell’Unione Sovietica portò alla fine della corrispondenza dei sussidi e a un crollo dell’import-export che diede vita a una crisi economica nota come “periodo speciale in tempo di pace”.
Quella odierna, invece, è una crisi che ha preso il via dall’operazione dell’amministrazione Trump che ha portato al rapimento del presidente Nicolás Maduro, permettendo, tra le altre cose, di tagliare le risorse petrolifere che dal Venezuela venivano esportate a Cuba. “Il fattore esterno maggiore che ha portato alla crisi dell’isola è quello degli Stati Uniti – ha spiegato Anderson -, dal momento che Trump pensava di fare la stessa cosa del Venezuela a Cuba. I cubani sono intrappolati in un angolo geopolitico e non possono più contare sugli alleati che avevano all’epoca di Fidel Castro”.
Una situazione che ha portato molta della popolazione cubana alla fuga: “Il 20% della popolazione è andato via – ha spiegato Anderson –. Tanti giovani, tante persone formate come i chirurghi che si sono trasferiti a Miami. È una questione generazionale: le persone più anziane hanno visto i successi e i fallimenti della rivoluzione castrista e ora dicono che c’è la necessità di un cambiamento. Gli anziani cubani continuano a pensare che Cuba era e può tornare a essere un luogo idilliaco, mentre i giovani non la pensano così”.
L’attuale presidente de L’Avana, Miguel Díaz-Canel, era stato indicato come successore da Raul Castro (fratello di Fidel) e secondo Anderson il suo mandato è stato molto sfortunato: “Il Covid ha ridotto del 50% il turismo sull’isola. Nel 2021, sessanta città cubane si sono ribellate, con una serie di proteste che chiedevano un cambio di regime, a cui il governo ha risposto con una dura repressione e con la condanna a molti anni di prigione”.
Una mossa che ha portato all’esodo delle nuove generazioni: “11 milioni di cubani sono andati via. Quando sono tornato a Cuba, ho notato proprio questa mancanza e ho trovato una nazione in affanno, con l’incapacità di Díaz-Canal di cambiare le cose”.
Secondo il giornalista statunitense, il punto di svolta si raggiungerà con le elezioni di midterm negli Stati Uniti, previste per il prossimo 3 novembre: “Dopo le elezioni si capirà se i Maga continueranno ad avere la maggioranza o se i democratici, più ragionevoli, riusciranno a cambiare qualcosa”.
Un ruolo importante, secondo Anderson, lo avranno anche i cubano-americani, i cosiddetti “falchi”, ossia coloro che sostengono una linea dura e intransigente verso L’Avana (come la comunità di Miami in Florida), alcuni dei quali sono vicini all’amministrazione Trump: “Marco Rubio è un cubano-americano e sembra sia disposto a un approccio più moderato, se guardiamo come interloquisce con l’isola, e per questo è stato molto contrastato dalle frange di estrema destra in Florida”.
Il punto fermo resta uno solo: Cuba e tutto il mondo rimangono con il fiato sospeso fino alle elezioni del 3 novembre. Sarà davvero il momento di svolta per l’isola?
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