Abusi in divisa. Aldro, Magherini, Genova la domanda resta: chi cerca la verità?
Quando a uccidere è un intervento delle forze dell’ordine, la richiesta di verità non può fermarsi alla morte: cosa è successo e chi è responsabile?
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Preoccupazione tra le aziende agricole di Cia-Agricoltori Italiani Ferrara per produttività e rese alla lavorazione, mentre i listini del risone crollano sotto la pressione delle scorte invendute
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È stato un gesto isolato di un giovane malato di mente. Se tutti i luoghi pubblici come scuole, chiese, uffici, teatri, ristoranti dovessero tutelarsi da queste schegge impazzite dovremmo costruire bunker e istallare metaldetector ovunque. Poi girare col casco e l'antiproiettili
di Riccardo Giori
“Mai più” è una promessa nata dalle ceneri di Auschwitz. Ma cosa accade quando quella stessa memoria viene messa davanti alla realtà di Gaza? È questa la domanda, scomoda e centrale, che ha riempito il Teatro Comunale di Ferrara per il talk intitolato “L’abisso”. Sul palco la sociologa Micol Meghnagi e lo storico israeliano Omer Bartov hanno affrontato con lo storico e giornalista di Internazionale Giuliano Milani il rapporto tra memoria della Shoah, identità israeliana, sionismo e guerra a Gaza. Un confronto scomodo ma serrato, seguito da un teatro gremito, partito dal trauma del 7 ottobre e dalle sue conseguenze sulla società israeliana.
Il sottotitolo dell’incontro – Dalla memoria della Shoah al genocidio a Gaza: un dialogo sulle radici storiche del conflitto, le sue implicazioni morali e il rapporto tra identità e politica – ha definito subito il terreno del dibattito. Da una parte le accuse rivolte al governo israeliano di stare commettendo un genocidio nei confronti della popolazione palestinese; dall’altra la netta contestazione di Israele. Benjamin Netanyahu, nel suo recente intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha infatti definito quella del genocidio a Gaza “la grande menzogna del secolo”.
Bartov, storico e studioso dei genocidi, affronta da tempo pubblicamente la questione. In un articolo pubblicato recentemente anche da Internazionale ha sostenuto che la sua formazione gli consente di riconoscere i caratteri di un genocidio e ha affermato che ciò che sta accadendo ai palestinesi costituisce un a tutti gli effetti un genocidio, definizione formulata in primis dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sulla Palestina e Israele.
Per Meghnagi, per comprendere la difficoltà di una parte della società israeliana e dell’Occidente nel riconoscere questa possibilità occorre però fare un passo indietro. Negli ultimi cinquant’anni, ha spiegato, si sono confrontate “due grandi metanarrazioni”. La prima è quella costruita intorno alla Shoah e al “mai più”: una lettura secondo cui dalle ceneri di Auschwitz sarebbe nata la risposta politica e istituzionale dell’Europa alla catastrofe, dal diritto internazionale alla tutela dei diritti umani, dalle Nazioni Unite al progetto dell’Unione Europea. La memoria dell’Olocausto diventerebbe così uno dei fondamenti dell’ordine internazionale del dopoguerra. L’altra è una lettura post-coloniale, che interpreta la catastrofe non come una frattura eccezionale della modernità, ma come una sua componente ricorrente. In questa prospettiva, la questione palestinese e la nascita dello Stato di Israele vengono lette anche attraverso le categorie del colonialismo e del colonialismo d’insediamento, fino all’interpretazione di ciò che accade oggi a Gaza come genocidio e le continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi che vivono ancora nei territori del ’48 e rappresentanti circa un quinto della popolazione totale di Israele. È nello scontro tra queste due letture che Meghnagi individua quello che definisce un “incredibile cortocircuito”: il fatto che un popolo vittima di un genocidio possa arrivare, secondo questa interpretazione, a rendersi complice di un altro genocidio.
Bartov ha concentrato poi il proprio intervento sulla trasformazione storica del sionismo e sulla struttura dello Stato israeliano. Secondo lo storico, l’assenza di una costituzione lascerebbe ampio spazio a chi detiene il potere nel definire l’identità dello Stato e produrrebbe quindi un vero e proprio deficit democratico.
Al centro della sua riflessione c’è soprattutto quella che considera una tragedia storica: la trasformazione del sionismo da movimento di liberazione degli ebrei perseguitati in Europa a ideologia di uno Stato che, nella sua lettura, è diventato progressivamente sempre più militarista e violento.
“Nel libro cerco di delineare quella che considero una tragedia: il modo in cui il sionismo, nato come movimento volto a liberare, emancipare e salvare gli ebrei che vivevano in aree dell’Europa orientale e centro-orientale dove non erano graditi e dove subivano violenze crescenti, persecuzioni e, infine, il genocidio si sia trasformato nell’ideologia di uno Stato divenuto sempre più militarista, violento e, col tempo, razzista, arrivando persino a giustificare, dopo il 7 ottobre, azioni atroci” sottolinea lo storico israeliano in riferimento al saggio pubblicato pochi mesi fa e intitolato appunto “L’abisso”. Per Bartov, il passaggio decisivo è il 1948, anno della proclamazione della nascita dello Stato di Israele. Una trasformazione che assume un significato particolarmente drammatico proprio perché, nella sua ricostruzione, il riconoscimento internazionale di Israele fu strettamente legato alla consapevolezza maturata dopo l’Olocausto della necessità di garantire agli ebrei un’entità statale capace di proteggerli. Il paradosso, nella lettura dello storico, è dunque che un movimento nato per proteggere una popolazione perseguitata possa trasformarsi in uno strumento di oppressione nei confronti di un’altra popolazione.
Bartov ha ricordato anche le polemiche suscitate in Israele quando paragonò la Wehrmacht all’IDF. Un’affermazione che provocò una forte reazione e che, secondo lo storico, mostra quanto sia difficile mettere in discussione la narrazione nazionale israeliana. Nel corso dell’incontro si è poi aperto un passaggio particolarmente acceso sul film Naza, utilizzato come punto di partenza per interrogarsi anche sulla possibilità che le tecnologie contemporanee possano essere utilizzate per nuove forme di dominio, aprendo una questione proiettata verso il futuro: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi di identificazione e uccisione dei bersagli. Una prospettiva che pone interrogativi radicali sul rapporto tra tecnologia, guerra e responsabilità umana. Milani ha infatti chiesto a Meghnagi di spiegare la reazione suscitata dal film all’interno della società israeliana. La sociologa ha parlato di accuse di tradimento rivolte ai registi e di una reazione che, a suo giudizio, ha a che fare con il modo in cui la memoria della Shoah è stata costruita e interiorizzata. La “negazione” è diventata così una delle parole chiave del confronto: la difficoltà di riconoscere che anche un popolo che porta con sé una memoria di vittima possa essere messo di fronte alla possibilità di trasformarsi, a sua volta, in autore di violenza.
Alla fine dell’incontro è arrivata dal pubblico la domanda forse più difficile: quale futuro attende Israele? Bartov ha delineato uno scenario da lui considerato possibile nel quale Israele diventi “uno Stato di apartheid”, sempre più autoritario, violento e burocratizzato e, di conseguenza, sempre più isolato a livello internazionale. Lo storico ha inoltre sostenuto che un simile processo potrebbe avere conseguenze anche sulle comunità ebraiche della diaspora. La strada alternativa, nella sua analisi, passa invece dalla pressione internazionale. Bartov ha sostenuto la necessità di un regime di sanzioni politiche, militari ed economiche capace di spingere Israele verso una soluzione diplomatica. “Non quella della violenza” – ha detto – “bensì la via della politica e della diplomazia”.
E qui è tornato il tema dal quale era partito l’intero incontro: la necessità di immaginare una convivenza oltre la logica della guerra e della contrapposizione permanente. “Tra il fiume e il mare vivono sette milioni di persone di ciascuno dei due gruppi. Non andranno da nessuna parte. La maggior parte di loro rimarrà lì e dovrà trovare un modo per condividere quello spazio” ha concluso, lasciando aperta la domanda più difficile: come trasformare la memoria della catastrofe in uno strumento per evitare che la storia continui a riprodurre nuove catastrofi?
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