Attualità
3 Ottobre 2026
Dalle celle troppo piccole alla riscoperta della scrittura, fino all'università e a un progetto Erasmus: i detenuti-giornalisti si raccontano davanti a una sessantina di cittadini

Il carcere raccontato da chi lo vive: la redazione di Astrolabio incontra Ferrara

di Elena Coatti | 6 min

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Passare cancelli che si aprono e si richiudono alle spalle, percorrere corridoi, superare le inferriate che separano uno spazio dall’altro. Guardare, inevitabilmente, oltre le piccole finestre e oltre le sbarre. Ci sono i vestiti appesi alle finestre delle celle, qualcuno che si allena in palestra, i detenuti che si affacciano incuriositi per capire da dove arrivi quel via vai insolito di persone.

Giovedì 1 ottobre, nel pomeriggio, nella Casa circondariale di Ferrara sono entrati così una sessantina di cittadini. Questa volta non per una visita istituzionale, ma per incontrare una redazione.

È quella di Astrolabio, il giornale del carcere di Ferrara. Un’esperienza nata per raccontare ciò che accade dietro quelle mura attraverso le parole di chi il carcere lo vive ogni giorno.

Ad aprire l’incontro è la direttrice del carcere di via Arginone, Maria Martone. “Il carcere non può essere raccontato soltanto attraverso le emergenze, le criticità o gli episodi negativi – spiega ai presenti -. Esistono anche esperienze positive e virtuose, percorsi che funzionano e persone che durante la detenzione riescono a costruire qualcosa di nuovo”.

Il percorso rieducativo, aggiunge Martone, può essere proficuo e il carcere può diventare anche un contesto nel quale migliorare la propria vita. Una prospettiva che porta con sé un’altra idea: le persone detenute non sono un corpo estraneo e separato dalla città. Fanno parte della comunità di Ferrara. Ed è esattamente su questa distanza, tra il dentro e il fuori, che lavora Astrolabio.

Sul palco ci sono Giuseppe, Francesco, Giampiero, Mauro, Jendari e Costante. Claudio, anche lui redattore, non ha potuto partecipare per motivi personali. Sono loro a leggere ciò che hanno scritto, raccontare come nasce il giornale, quanto e come è cambiato e rispondere alle domande. Non ospiti di un incontro, dunque, ma protagonisti di un confronto costruito insieme al pubblico.

Alle loro spalle c’è un’immagine che racconta forse meglio di molte parole il senso del progetto: da una parte il carcere con le sue mura e separato dalla città da un canale; dall’altra c’è Ferrara. Ad unirli, un ponte.

Astrolabio prova da anni a essere proprio quell’arcata. Mauro Presini, che cura il giornale, non nasconde l’orgoglio per un’esperienza arrivata molto più lontano di quanto immaginasse all’inizio. La testa è iscritta al Registro dei giornali del Tribunale di Ferrara dal 26 luglio 2007 e nel tempo ha conquistato una sua identità e una sua dignità giornalistica.

“Astrolabio è un’arcata importante che racconta il carcere e lo fa chi lo vive quotidianamente – dice Presini -. E lo fa senza sconti perché loro, i detenuti, conoscono anche il dolore che hanno provocato”.

Ed è forse questo il punto che impedisce al pomeriggio di scivolare nella retorica. Non c’è una rappresentazione innocente del carcere e neppure il tentativo di cancellare ciò che ha portato quelle persone lì dentro. Ma non c’è nemmeno un’unica maniera di raccontarle attraverso il reato commesso e la pena da scontare.

Il giornalista e regista Filippo Vendemmiati, chiamato a condurre l’incontro, decide allora di trasformare la sala in una grande riunione di redazione. All’inizio finge di essere un editore: “Bene, dovete convincermi a mantenere vivo questo giornale”. Poi pone una domanda: “La scrittura rende liberi?”.

La redazione di Astrolabio è composta normalmente da sette a dodici detenuti provenienti dalle differenti sezioni dell’istituto. Si incontra una volta a alla settimana, sceglie alcuni temi e poi ciascuno prova a svilupparli attraverso la propria esperienza, le proprie idee e la propria scrittura.

Per qualcuno è un’abitudine che dura da anni, per altri una scoperta recente. E una delle cose che ritorna più spesso nelle loro parole è il piacere, quasi fisico, di tornare a scrivere a mano. Mauro parla del contatto tra l’inchiostro della penna e il foglio come di “un miracolo”. Scrivere serve a mettere ordine nei pensieri, a lasciare fluire quando sembrano ammassarsi l’uno sull’altro, raccontano.

Viaggio, incontro, paura dell’ignoto, coraggio. Sono alcune delle parole attorno alle quali si muove Jendari. Nel suo testo sul viaggio scrive che a volte “basta avere occhi nuovi per guardare da un’altra prospettiva”.

C’è chi racconta di essere arrivato ad Astrolabio senza aver mai pensato davvero di scrivere e di aver scoperto lì una passione. Chi, come Francesco, ha trovato nello sport e nella scrittura due valvole di sfogo. Chi ha una storia più lunga dentro il carcere alle spalle, come Giuseppe, che già nel 2011 arrivò a presentare un libro.

E poi c’è Costante, il più anziano del gruppo. Quando prende la parola, la sala si fa più pesante. Non cerca compassione e non addolcisce ciò che significa vivere per anni dentro un istituto penitenziario. Racconta il tempo, gli spazi, la distanza dal fuori. E davanti a decine di persone che, poche ore dopo, potranno attraversare nuovamente quei cancelli nella direzione opposta, le sue parole fanno emergere con forza ciò che serata chi è lì come visitatore da chi invece in carcere deve restare.

I problemi entrano inevitabilmente nelle riunioni di redazione. Gli altri detenuti conoscono e leggono il giornale, spesso suggeriscono argomenti, chiedono che si parli delle celle troppo piccole, del caldo, delle condizioni di vita quotidiana. Qualche volta i redattori li convincono a prendere una penna e raccontarlo direttamente.

Astrolabio prova quindi a ricordare al ‘fuori’ che dietro una pena continua a esserci una persona. Con una storia, capacità, fragilità, relazioni e – parola che attraversa più volte l’incorno – un futuro.

Lo racconta Mauro parlando dell’università Si è iscritto alla laurea magistrale in Economia in un momento in cui, dice, non riusciva più a vedere davanti a sé una prospettiva. Mentre ne parla la voce si rompe. Iscriversi ha significato poter immaginare nuovamente qualcosa dopo il carcere, ma anche tornare a sentirsi un buon esempio per i propri figli e, in ultimo, sentire di meritare ancora un futuro.

È in questo senso che le parole iniziali di Martone trovano forma concreta: il percorso rieducativo non è un concetti astratto, ma passa anche dallo studio, dalla scrittura, dal lavoro, dalla possibilità di assumersi responsabilità e di tornare a immaginare se stessi nel futuro. E passa necessariamente dal rapporto con la città che sta fuori.

Prima dei saluti arriva anche una notizia da Irene Fioresi, docente di Lettere del Cpia che lavora all’interno del carcere: grazie a un progetto Erasmus+ prenderà vita Revoices, un percorso europeo della durata di tre anni che, secondo quanto annunciato durante l’incontro, potrà contare su un finanziamento di circa 400mila euro.

L’obiettivo è costruire una comunità mista di ricerca e azione e realizzare laboratori dai quali nasceranno strumenti e risorse pedagogiche dedicate alle persone detenute. Strumenti pensati non solo per loro, ma anche con loro.

Infine, i numeri. Quelli ricordati dalla direttrice Martone aiutano a capire dentro quale realtà concreta devono riuscire a vivere esperienze come Astrolabio.

Nel carcere di Ferrara sono presenti 423 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 265 posti: un sovraffollamenti di circa il 60%, il livello più alto mai raggiunto dall’istituto. Sono 192 i detenuti stranieri, il 46% della popolazione carceraria, mentre 365 sono definitivi e 32 risultano in attesa di primo giudizio.

Numeri che non smentiscono il racconto del pomeriggio, ma ne mostrano la difficoltà. Perché costruire percorsi di studio, lavoro, responsabilità e reinserimento significa farlo dentro un carcere sovraffollato e con personale insufficiente.

Ed è qui che Astrolabio assume fino in fondo il significato di quel ponte disegnato alle spalle dei suoi redattori. Da una parte una città che può scegliere di guardare oltre il muro. Dall’altra, una redazione che continua a scrivere e che chiede di essere vista.

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