Politica
29 Settembre 2026
L'urbanista Farinella teme che "saranno ancora i conflitti con i cittadini e i ricorsi ai tribunali a stabilire ciò che la politica non ha avuto il coraggio di decidere"

Summer Festival, piazza Ariostea e la politica delle tre carte

di Redazione | 4 min

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di Romeo Farinella*

Apprendiamo che anche nel 2027 il Ferrara Summer Festival dovrebbe svolgersi ancora in piazza Ariostea.

Il gruppo di lavoro incaricato di esaminare le alternative avrebbe concluso che nessun’altra sede sarebbe adeguata. Una decisione da contestare non soltanto per il contenuto, ma soprattutto per il metodo con cui è maturata.

Dopo le proteste e i ricorsi dei residenti, il sindaco aveva disposto la costituzione di un gruppo di lavoro per individuare una possibile nuova collocazione. Durante il contenzioso era stata inoltre alimentata, anche attraverso dichiarazioni rivolte agli abitanti, l’aspettativa concreta che il Festival sarebbe stato trasferito. Oggi si ritorna alla soluzione di partenza, senza che siano stati resi pubblici la composizione del gruppo, le competenze coinvolte, i verbali, i criteri di valutazione e le eventuali schede comparative.

Non si tratta di sostenere a priori che il Parco Urbano, lo stadio, l’aeroporto, la Fiera o l’ippodromo siano certamente preferibili. Si tratta di capire sulla base di quali dati siano stati esclusi. Dire che piazza Ariostea è risultata “la sede migliore” non è sufficiente, soprattutto dopo un conflitto così rilevante e l’intervento della giustizia amministrativa.

Le motivazioni riferite dalla stampa sembrano inoltre applicare criteri diversi alle diverse localizzazioni. Lo stadio, per esempio, presenterebbe problemi per la vicinanza delle abitazioni e per il traffico. Ma piazza Ariostea non si trova nel cuore di un quartiere residenziale? Non presenta problemi di accessibilità, viabilità, parcheggi e impatto acustico? Con una differenza non secondaria: è anche un luogo storico e monumentale, inserito in una parte particolarmente delicata della città.

Si sostiene poi che l’aeroporto richiederebbe costosi interventi e nuove infrastrutture. È possibile che i costi iniziali siano maggiori, ma anche l’utilizzo di piazza Ariostea ha un costo. Quanto incidono ogni anno il montaggio e lo smontaggio, la sicurezza, le modifiche alla circolazione, la pulizia e l’eventuale ripristino della piazza? Come vengono valutati i costi sociali prodotti dal rumore, dalle difficoltà di accesso alle abitazioni e dalla sottrazione prolungata dello spazio pubblico?

Anche il Parco Urbano presenta problemi ambientali e di compatibilità con eventi così impattanti, è stato ribadito più volte. Non si tratta quindi di trasferire automaticamente lì il Festival, ma di pretendere una valutazione omogenea nella conduzione.

Non è accettabile evidenziare per ogni alternativa soltanto le criticità e trattare piazza Ariostea come una soluzione priva di controindicazioni. La distanza dalle attività commerciali del centro non può pesare più della salute e del riposo dei residenti, della tutela del patrimonio e del diritto collettivo all’uso della piazza.

Il Comune dovrebbe pubblicare una comparazione fra tutte le ipotesi fondata sugli stessi parametri: capienza, sicurezza, trasporto pubblico, parcheggi, costi complessivi, impatto acustico, effetti ambientali, compatibilità urbanistica, tutela del patrimonio, conseguenze per gli abitanti e ricadute economiche. Dovrebbe inoltre portare questi elementi in Consiglio comunale e aprire un confronto prima e non dopo, a decisione definitiva, invitando a un tavolo anche le associazioni cittadine.

La vicenda di piazza Ariostea pone infine una questione che supera Ferrara e riguarda l’intero paese: quale rapporto vogliamo costruire tra città e grandi eventi? Concerti capaci di richiamare decine di migliaia di persone non possono essere collocati indiscriminatamente in luoghi storicamente, ambientalmente e socialmente sensibili.

Non si tratta di essere contrari alla musica o alla vitalità urbana, ma di riconoscere che ogni manifestazione deve essere proporzionata alla capacità del luogo che la ospita. Gli spettacoli di massa richiedono spazi, infrastrutture e distanze adeguati al loro impatto. Alcune città hanno attrezzato arene specifiche per questi eventi.

In molte città italiane centri storici, piazze monumentali e parchi vengono considerati scenografie disponibili per manifestazioni sempre più grandi, mentre i costi ambientali, sanitari e sociali vengono trasferiti sui residenti e sulla collettività. Le città stanno perdendo il proprio carattere di bene pubblico e comune per diventare sempre più spesso una merce da promuovere e vendere al miglior offerente.

Anche su questo la politica, conservatrice e progressista, preferisce spesso non assumere posizioni nette. Tutti affermano di voler conciliare eventi, tutela e qualità della vita; pochi indicano criteri, soglie e luoghi nei quali una manifestazione di massa non dovrebbe essere autorizzata. L’adesione entusiasta del presidente della Regione Emilia-Romagna ad alcuni eventi divisivi della città di Ferrara rappresenta un segnale preoccupante e autoritario di concezione del rapporto con i territori, associato ad una non considerazione del valore del bene pubblico.

Il timore di essere accusati di ostilità verso il turismo, la musica o lo sviluppo economico produce così un consenso trasversale attorno alla politica dei grandi eventi. Ma una città non si misura soltanto dal numero degli spettatori, dalla visibilità mediatica o dall’indotto immediato.

La scelta politica autentica consiste nell’affermare che non tutto può essere fatto ovunque, nel predisporre spazi adeguati e nel rendere trasparenti le decisioni. Altrimenti saranno ancora i conflitti con i cittadini e i ricorsi ai tribunali a stabilire ciò che la politica non ha avuto il coraggio di decidere.

*professore ordinario di Progettazione Urbanistica

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