Politica
19 Settembre 2026
Alla Festa dell’Unità 2026 di Ferrara, l’ex capo di Polizia Gabrielli affronta il tema della sicurezza democratica tra paura, propaganda, prevenzione e repressione: “L’insicurezza non va mai banalizzata, ma bisogna lavorare sulle sue cause”

Franco Gabrielli a Ferrara: “La sicurezza non è solo repressione, si rafforza con la democrazia”

di Redazione | 5 min

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di Nicolò Govoni

Sicurezza e democrazia: è un’utopia oppure no? Questo è stato il centro del dibattito che si è svolto giovedì sera alla Festa dell’Unità di Ferrara. Ospite di serata il prefetto ed ex capo della Polizia Franco Gabrielli, che insieme a Stefano Ferrari, giornalista di Trc, ha toccato un tema attuale e delicato, che divide a metà l’opinione pubblica.

Autore del libro Contro la paura: Manifesto per una sicurezza democratica, scritto a quattro mani con Carlo Bonini, Gabrielli è introdotto dalla segretaria del Pd comunale Giada Zerbini: “La sicurezza è un diritto democratico e di libertà, e il centrosinistra non è sempre riuscito a dare le giuste risposte ai cittadini. La paura concreta non va minimizzata né lasciata alla propaganda”, per tutelare l’ordine democratico.

Quindi, chiede Ferrari, la sicurezza democratica è un’utopia? “La sicurezza è una precondizione perché tutti gli altri diritti possano essere esercitati. E riguarda i più deboli, che la ricercano, e pretendono che le pubbliche istituzioni la garantiscano. Sicurezza democratica non è un ossimoro, ma rafforzativo: se è precondizione dei diritti e riguarda i più deboli, allora non può che essere democratica”.

E c’è stata disaffezione da parte della sinistra sulla sicurezza? “Si è immaginato che la sicurezza dovesse essere declinata sotto il profilo securitario: esercizio della forza e connotazione penalistica, come ha proposto la destra al governo in questi anni. Credo invece che ci sia un’altra modalità, tra repressione – non fine a se stessa – e prevenzione”. Secondo Gabrielli, per avvicinarsi a un concetto democratico di sicurezza serve “una modalità ‘strabica’: un occhio che guarda alla domanda odierna dei cittadini in merito alle forme negative che alcune forme di incertezza producono, e una altro che guarda lontano, alla risoluzione della causa che produce questi effetti, frutto di marginalità e anche psicolabilità”.

Ci sono situazioni che generano paura, “e ci si propone di risolverla con slogan semplici, e l’argomento di facile reperimento è l’immigrazione. La nostra società si sente minacciata per l’incertezza, ma l’Italia non è mai stata sicura come oggi”, dopo aver vissuto la stagione della notte della Repubblica, del terrorismo internazionale, dei sequestri di persona. Le ragioni? “La società coltiva poche speranze, sono cambiate le tipologie di reati in cui si riconosce il cittadino – la criminalità diffusa – e i social consentono una loro diffusione endemica. Non dobbiamo banalizzare l’insicurezza, bensì lavorare sulle sue cause”.

Sull’immigrazione, “nemmeno i dati coincidono con la narrazione proposta. La parte più consistente è rappresentata dagli overstayers, che arrivano lecitamente senza poi lasciare l’Italia. Non arrivano con gli sbarchi – e in questa legislatura sono sbarcate 330mila persone, a fronte delle 210mila della precedente -. La differenza sta nella condizione dei Paesi di imbarco, non nelle ricette che adottiamo qui”.

E come si può gestire la questione migratoria? “Con flussi leciti, rimpatri e integrazione”, propone Gabrielli. “Senza accordi con i Paesi d’origine, sui primi due elementi non si può fare nulla; e senza politiche di integrazione rischiamo grosso, perché favoriamo l’insicurezza, con la marginalizzazione degli immigrati. La sicurezza non è così declinata secondo democrazia. Va costruita un’identità civica, in ottica di una coesione nel rispetto alle regole, ai valori e ai diritti della nostra carta costituzionale”.

Dove ha origine questa paura? “Il dies a quo è l’11 settembre 2001: lì è iniziato il meccanismo del baratto fraudolento, quando l’Occidente si è sentito minacciato. Il mondo delle democrazie liberali fu colpito nei simboli più emblematici del suo Eldorado – le Twin Towers, il Pentagono e, si pensa, che il terzo obiettivo fosse la Casa Bianca – e si ritrovò in preda alla paura. Quel mondo, in quella mattina, ebbe tremila morti e si scoprì vulnerabile. Ne è conseguito il baratto fraudolento”. Vale a dire: “tu hai paura, io lavoro per amplificarla ma ti forniscono un antidoto, da remunerare con le tue libertà. E così è successo con la proliferazione dei decreti sicurezza”, anche se, specifica Gabrielli, “l’insicurezza è reale e oggettiva: c’è un megafono che la amplifica ma non va banalizzata”.

Il format della paura, come lo definisce Gabrielli, trova nell’immigrazione la merce di più facile reperimento. Dal referendum sulla cittadinanza del 2025, “oltre la metà degli italiani considera gli stranieri una minaccia: e si parlava di abbassare il tempo per la richiesta di cittadinanza. E il corpo elettorale era connotato politicamente: lo straniero costituisce un problema anche tra le persone più sensibili a questi argomenti”.

A preoccupare Gabrielli sono i piccoli centri, “dove c’è la vera morfologia sociale. Senza i percorsi di integrazione, le persone che arriveranno si enclavizzeranno: è la prima modalità di integrazione di un gruppo all’estero. Se l’enclave rimane tale, allora si lacera la coesione: ciò sta impattando nei piccoli centri, dove le comunità sono anziane e con pochi figli. La prospettiva non è rosea”.

Sta prendendo piede la questione remigrazione. “La parte più estrema a destra parla di remigrazione, l’altra di rimpatri, e sono due cose diverse. Il rimpatrio è previsto; la remigrazione, invece, è di paternità tedesca e prevede che la presenza degli immigrati non superi il 4% della popolazione: significherebbe rimpatriare dall’Italia quasi tre milioni di persone. E la gente ritiene che sia una soluzione praticabile, ma non è così”.

Per concludere, “la domanda di sicurezza non va trascurata, con un occhio che guarda al presente e uno al futuro. E la misura repressiva ha una sua ragione d’essere: l’errore è immaginare che solo questa sia la risposta, soprattutto quando la nostra civiltà giuridica è al degrado e le carceri sono fucine di criminalità”.

E poi, un’ultima considerazione: “Parole come sicurezza, ordini, confini e patria sono state appaltate. Ora vanno sapientemente recuperate e declinate in senso democratico, per non perdere dei termini presenti nella Costituzione”.

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