Ci sono almeno tre medici che lavorano a Ferrara tra i professionisti raggiunti dalle perquisizioni disposte dalla Procura di Ravenna nell’ambito dell’inchiesta sui presunti falsi certificati medici utilizzati, secondo l’ipotesi degli inquirenti, per impedire l’invio di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri.
Un dettaglio che porta direttamente a Ferrara un’inchiesta partita dalla Romagna e ormai estesa a diverse città italiane. I tre professionisti risultano tra i sette medici attivi tra Bologna e Ferrara interessati dagli accertamenti. Nessuno dei sette professionisti legati all’area bolognese e ferrarese risulta al momento indagato.
In Italia, il 16 settembre sono stati perquisiti 23 medici tra Bologna, Rimini, Milano, Varese, Biella, Firenze, Livorno, Roma e Bari. Le operazioni sono state eseguite dalla polizia con lo Sco di Roma e la Squadra mobile di Ravenna. Tra i 23 destinatari dei nuovi decreti, uno solo risulta formalmente indagato: l’infettivologo Nicola Cocco, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni. L’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati riguarda, secondo gli aggiornamenti dell’inchiesta, Cocco e tre professionisti già coinvolti nel precedente filone ravennate.
A difendere cinque dei medici perquisiti è l’avvocato Fabio Anselmo, che nelle scorse ore ha criticato duramente le modalità con cui sono stati eseguiti gli accertamenti.
In un intervento affidato ai social, Anselmo racconta di essere stato svegliato alle 5.48 dalla telefonata di uno dei medici coinvolti. Il professionista, sottolinea il legale, non risulterebbe indagato. In casa con lui si trovava la moglie, incinta di sette settimane, che – secondo quanto riferito da Anselmo – durante le operazioni avrebbe accusato un malore, ricorrendo successivamente al pronto soccorso per un episodio presincopale con ipotensione incorso dopo un forte stress psicofisico.
“Racconto questo episodio perché fa comprendere cosa significhi essere sottoposti e una perquisizione, pur non essendo indagati”, scrive l’avvocato, contestando il fatto che dell’attività investigativa sia stata data comunicazione pubblica mentre le operazioni erano ancora in corso.
Per il legale il punto è il rischio che all’iscrizione formale nel registro degli indagati se ne affianchi, di fatto, un’altra: “Non possiamo accettare che, attraverso modalità tanto invasive e una loro immediata esposizione pubblica, si finisca per creare anche un registro informale dei ‘perquisiti’, sul quale si deposita inevitabilmente un sospetto che la loro posizione processuale non giustifica”.
Anselmo rivendica quindi “la dignità delle persone, la presunzione di innocenza e la proporzionalità degli strumenti” come garanzie dello Stato di diritto. Già nelle ore successive alle perquisizioni aveva parlato di persone “trattate come criminali mafiosi”.
Alle parole di Anselmo replica il consigliere comunale della Civica Fabbri Luca Caprini. L’intervento è stato trasmesso alle redazioni dall’indirizzo email dell’Ufficio di Gabinetto del Comune di Ferrara.
Pur invitando ad attendere gli sviluppi dell’inchiesta, Caprini definisce “gravi” i fatti che stanno emergendo e afferma che, nel caso venissero accertati comportamenti illeciti diretti a impedire attraverso certificazioni false l’applicazione delle norme, le responsabilità dovrebbero essere perseguite “con la massima severità”.
Poi l’affondo all’avvocato: “Anselmo ha naturalmente tutto il diritto e il dovere, come avvocato, di difendere i propri assistiti e nessuno intende mettere in discussione il suo ruolo professionale – afferma Caprini -. Allo stesso tempo, però, è anche un rappresentante delle Istituzioni e credo che proprio questa doppia veste richieda particolare attenzione quando si interviene pubblicamente su accertamenti della magistratura ancora in corso”.
Al centro dell’attacco politico c’è in particolare una frase emersa dalle conversazioni acquisite dagli investigatori nel precedente filone dell’inchiesta ravennate: “Gli facciamo il c… a ‘sti maledetti sbirri”. La frase è stata attribuita dalla stampa a un infettivologo in una conversazione con una collega. Non risultano al momento elementi pubblici che consentano di attribuirla a uno dei tre medici che lavorano a Ferrara o a uno dei cinque assistiti da Anselmo.
Per Caprini si tratta comunque di parole “gravissime e offensive nei confronti delle donne e degli uomini delle Forze dell’ordine” e proprio per questo chiede ad Anselmo, “nella sua veste di consigliere comunale”, una presa di distanza esplicita.
“Difendere i propri assistiti è un diritto fondamentale e non è questo il tema – conclude Caprini -. Altra cosa è il rispetto dovuto alle Istituzioni e alle Forze dell’ordine, rispetto sul quale chi ricopre un incarico pubblico non dovrebbe lasciare spazio ad ambiguità”.
Tuttavia, Anselmo stesso aveva già precisato esplicitamente, nel criticare il trattamento riservato ai professionisti che “non diamo la colpa alla polizia, ma di queste modalità la responsabilità è della Procura di Ravenna”.
Nel frattempo, sono emersi nuovi elementi sull’inchiesta. La “bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nei Cpr”, documento già noto nell’ambito del precedente filone ravvenate, sarebbe stata rintracciata dalla polizia anche negli ospedali di Ferrara, oltre che a Rimini, Bologna, Forlì e in altre città italiane. Secondo gli inquirenti, la circolazione dello stesso modello tra professionisti di territori differenti sarebbe uno degli elementi a sostegno dell’ipotesi di un coordinamento tra i medici.
Il modulo, tuttavia, non era un documento riservato: è pubblicamente disponibile sul sito della Società Italiana di medicina delle migrazioni e fa parte di una campagna di sensibilizzazione sui rischi per la salute connessi alla permanenza nei Cpr.
Sulla vicenda è intervenuta anche Medici Senza Frontiere, esprimendo solidarietà ai professionisti coinvolti e annunciando di rivolgersi alla Procura di Ravenna affinché venga acquisito agli atti dell’inchiesta anche il Giuramento di Ippocrate, come richiamo ai principi di indipendenza e responsabilità della professione medica.