Argenta. È iniziato ieri mattina, giovedì 17 settembre, davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Ferrara, il processo che vede alla sbarra Matteo Nocera, l’ex infermiere 44enne accusato dell’omicidio volontario pluriaggravato di Antonio Rivola, 83 anni, morto nel settembre 2024 mentre era ricoverato nel reparto di Lungodegenza Post-Acuzie Riabilitativa Geriatrica dell’ospedale Mazzolani-Vandini di Argenta.
L’udienza ha preso il via senza questioni preliminari da parte della difesa, rappresentata dagli avvocati Lorenzo e Giacomo Valgimigli. La Corte ha ammesso complessivamente una trentina di testimoni, mentre la presidente Piera Tassoni ha disposto, con un’ordinanza, il divieto di ingresso in aula per le telecamere della trasmissione Mediaset Le Iene, nonostante i difensori dell’imputato avessero dato il proprio assenso alle riprese.
Tra i presenti anche Daniela Poggiali, l’ex infermiera dell’ospedale di Lugo protagonista di una lunga e controversa vicenda giudiziaria. Accusata dell’omicidio pluriaggravato di due pazienti, di 78 e 94 anni, per i quali l’accusa aveva ipotizzato la somministrazione letale di cloruro di potassio, Poggiali era stata condannata in primo grado, prima di essere assolta in via definitiva nel 2023. Una storia che presenta alcuni elementi di contatto con quella oggi al centro del procedimento di Ferrara, a partire proprio dall’avvocato Valgimigli, che in passato ha difeso Poggiali e che oggi assiste Nocera. A collegare le due vicende c’è anche il medico-legale Rafi El Mazloum, consulente della difesa sia nel procedimento che aveva coinvolto Poggiali che in quello attuale.
La principale accusa di cui deve rispondere l’ex infermiere, attualmente detenuto in carcere e ieri presente in aula, scortato dagli agenti della Polizia Penitenziaria, è quella di aver somministrato all’anziano paziente deceduto, senza alcuna finalità terapeutica (perché finalità terapeutiche effettivamente non le ha), un farmaco, l’Esmeron. Si tratta di un miorilassante impiegato generalmente in medicina di urgenza per facilitare l’intubazione durante interventi in anestesia generale e richiede il supporto della respirazione artificiale. In mancanza di questa assistenza, infatti, il farmaco può essere letale, poiché impedisce al paziente di respirare autonomamente.
Il 44enne è inoltre accusato di maltrattamenti pluriaggravati nei confronti di altri otto pazienti, tutti ricoverati all’ospedale di Argenta tra settembre e ottobre di due anni fa. Secondo la Procura di Ferrara, infatti, l’uomo avrebbe somministrato in modo abituale agli anziani degenti benzodiazepine e altri sedativi, tra cui Midazolam, Haldol e Naloxone – quest’ultimo, peraltro, scaduto – senza avere avuto alcuna prescrizione medica formale da parte dei medici di turno.
Per ciò deve anche rispondere di esercizio abusivo della professione medica, per cui è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, oltre che di falso in atto pubblico. Per l’accusa, avrebbe attestato in modo consapevole circostanze non veritiere nelle cartelle cliniche, con l’obiettivo di coprire i presunti maltrattamenti. Emblematico il caso di un paziente al quale, in ipotesi, tutta da confermare, l’infermiere avrebbe somministrato arbitrariamente un sedativo: somministrazione che non sarebbe stata annotata in cartella clinica, dove veniva fatto riferimento a un generico stato di assopimento dell’anziano, senza indicarne la reale causa. Solo in un secondo momento sarebbe stata riportata la prescrizione del farmaco, quando questo era già stato somministrato.
In un’altra circostanza, risalente al 22 settembre 2024, l’infermiere – sempre stando alla ricostruzione della Procura – avrebbe provocato lesioni gravi a un paziente utilizzando un bisturi per effettuare un’incisione nelle parti intime senza anestesia, causandogli dolore e conseguenze rilevanti. Secondo l’accusa infatti, dopo quell’episodio l’anziano, che sarebbe stato anche oggetto di umiliazioni verbali, fu costretto a sottoporsi a un ulteriore intervento chirurgico, da cui si riprese soltanto dopo quaranta giorni di convalescenza.
All’infermiere 44enne vengono inoltre contestati i reati di truffa aggravata e di esercizio abusivo della professione infermieristica, in relazione a un titolo di studio “fantasma” che, in ipotesi accusatoria, sarebbe stato conseguito indebitamente in Romania al fine di poter lavorare per l’Ausl senza averne i requisiti. Gli viene contestato inoltre il reato di interruzione di pubblico servizio. Tale accusa è condivisa con una dottoressa del reparto, la quale risulta a sua volta indagata – sempre in concorso con l’infermiere – per il reato di falso in atto pubblico.
La donna, difesa dall’avvocata Maria Luigia Mezzogori, avrebbe fatto da “scudo” a Nocera. Secondo l’ipotesi della Procura, avrebbe compilato cartelle cliniche di alcuni pazienti in modo non veritiero, omettendo in alcuni casi di annotare circostanze rilevanti. Sempre secondo l’accusa, avrebbe inoltre chiesto all’infermiere indagato – durante il servizio – di allontanarsi dall’ospedale per recarsi presso l’abitazione della propria anziana madre e prestarle assistenza medica domiciliare. La sua posizione è stata stralciata e incardinata in un filone processuale connesso.
Al termine dell’udienza, il processo è stato rinviato all’8 ottobre.
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