Portomaggiore. “Certo che sono razzista”. È questa la risposta che la 59enne Susanna Rimessi ha fornito venerdì sera (21 agosto) ad un altro residente che la accusava di alimentare un clima di odio e razzismo. È con questa frase, pronunciata nel pieno della tensione, che si può fotografare il clima creatosi in via Somalia, a Portomaggiore, dove Fratelli d’Italia ha organizzato un flash mob dal titolo “No all’islamizzazione” dopo il violento diverbio avvenuto nella serata di domenica 16 agosto tra la donna e il 31enne di origine marocchina Hamza Hdya.
La passeggiata, annunciata dal partito come un momento di solidarietà nei confronti di Rimessi, è durata circa mezz’ora. Poco più di una ventina le persone presenti, di cui una parte consistente proveniente da fuori Portomaggiore. Tra loro anche esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia come il presidente del Consiglio comunale di Ferrara e consigliere del gruppo FdI Federico Soffritti, la capogruppo di FdI a Ferrara Iolanda Madeo, l’assessora Chiara Scaramagli, una fitta rappresentanza di Gioventù Nazionale Ferrara, il consigliere regionale Fausto Gianella, e il deputato Mauro Malaguti presentatosi per l’occasione con una copia della Costituzione italiana.
“Bisogna fargli capire che devono rispettare le leggi italiane” ha dichiarato Malaguti alla stampa presente di fronte all’abitazione della famiglia Hdya, “per questo abbiamo portato anche una copia della Costituzione italiana, proprio perché loro devono capire che se ci sono delle nozioni religiose che vogliono portare avanti non possono andare oltre la legge italiana. Per noi uno può credere quello che vuole può mangiare quello che vuole, però loro devono rispettare le nostre leggi”.
La vicenda tuttavia presenta versioni contrapposte. Rimessi ha denunciato di essere stata colpita alla testa mentre passeggiava con il proprio cane e il referto ospedaliero parla di una ferita alla regione sopracciliare destra, con quattro punti di sutura e una prognosi di 20 giorni. Hdya invece, intervistato da Estense.com, ha fatto sapere di aver querelato la donna per percosse e lesioni. Secondo il racconto fornito dal 31enne infatti, supportato anche da un video pubblicato dalla nostra testata, sarebbe stata la donna per prima a provocare lo scontro, filmando a casa dell’uomo senza apparente motivo, prima di scagliarsi contro lui e sua madre.
Il tono della manifestazione avrebbe dovuto essere quello della solidarietà a Rimessi ma, una volta spenti i microfoni e terminata la passeggiata simbolica, la scena si è rapidamente trasformata in altro. Alcuni residenti della zona hanno contestato apertamente la presenza dei rappresentanti di Fratelli d’Italia, accusandoli di utilizzare un episodio ancora oggetto di indagine per alimentare un clima di contrapposizione e di odio nei confronti della famiglia Hdya.
A prendere la parola sono stati soprattutto alcuni abitanti della zona che conoscono personalmente Hamza e i suoi familiari, anche per rapporti di vicinato o di lavoro. La loro versione è netta: Hamza sarebbe una persona dal carattere mite, conosciuta come lavoratore, sempre disponibile nei confronti del prossimo e mai al centro di problemi nel quartiere. Gli stessi residenti hanno difeso la famiglia Hdya descrivendola come “una famiglia esemplare“, composta da persone che lavorano tutto il giorno e che, sostengono, non avrebbero mai creato difficoltà alla comunità.
Da qui l’accusa rivolta ai politici presenti: una residente ha accusato Mauro Malaguti di aver trasformato una controversia tra persone in una vicenda politica e identitaria, con il rischio di affibbiare all’intera famiglia un marchio che, secondo i residenti, non le appartiene, e ricordando al deputato di essere il suo partito da anni al governo. Il confronto, sotto la sorveglianza delle forze dell’ordine presenti in numero superiore ai manifestanti, è diventato sempre più acceso con alcuni portuensi che, rivendicando il diritto di difendere i propri vicini, contestavano l’immagine di un quartiere raccontato esclusivamente attraverso la lente del conflitto tra italiani e stranieri, invitando poi i non residenti a tornarsene a casa, scatenando in risposta una dura reazione dei rappresentanti di FdI. Alcuni hanno infine contestato agli organizzatori anche il fatto di aver mobilitato inutilmente un gran numero di forze dell’ordine sottolineando lo “spreco di risorse pubbliche per una manifestazione totalmente inutile“.
A rendere ancora più surreale la serata è stata, poi, la presenza di una troupe di Mediaset che, intervistando Rimessi, ha rivolto alla donna domande concentrate in particolare sul rapporto tra musulmani e cani, e insistendo sul luogo comune secondo cui l’Islam sarebbe incompatibile con la presenza dei cani nella vita quotidiana. Proprio mentre l’intervista procedeva, però, la realtà circostante sembrava offrire un’immagine molto più complessa di quella costruita davanti alle telecamere.
I componenti della famiglia Hdya infatti, e alcune persone a loro vicine, giocavano con i numerosi cani presenti nella strada, appartenenti a vicini di casa e passanti. Una scena ordinaria, quasi banale, ma sufficiente a mostrare quanto fosse distante il contesto reale dalla rappresentazione semplificata che rischiava di emergere dall’intervista. Questo infatti non è un dettaglio secondario, perché è proprio attorno al tema del cane di proprietà della Rimessi che si è costruito un racconto politico che ha finito per sovrapporre la vicenda personale di due persone a questioni molto più ampie, come l’immigrazione, l’integrazione e il rapporto tra Islam e società italiana.
Il flash mob di via Somalia, dunque, non si è concluso con gli slogan e le dichiarazioni con cui era iniziato. Si è chiuso invece con un confronto diretto tra politica e residenti, con accuse reciproche e una frase, “certo che sono razzista“, destinata a diventare suo malgrado uno dei simboli della serata. Al netto delle responsabilità sull’episodio del 16 agosto, che dovranno essere accertate nelle sedi competenti, ciò che è emerso venerdì sera è un’altra frattura: quella tra chi considera la vicenda un caso da leggere principalmente sul piano della sicurezza e chi, vivendo quotidianamente in quel quartiere, teme che una singola vicenda possa diventare il pretesto per trasformare una comunità intera nel bersaglio di una narrazione politica.
E così, in poco più di mezz’ora, via Somalia è diventata ancora una volta il teatro di uno scontro che va ben oltre il diverbio di una domenica sera estiva. Non soltanto una questione giudiziaria, ma una contesa sul racconto stesso di Portomaggiore: su chi abbia il diritto di rappresentarlo, su quale immagine debba prevalere e, soprattutto, su quanto sia sottile il confine tra la richiesta di giustizia e la costruzione di un bersaglio collettivo.