“Stiamo vivendo un’estate caratterizzata da prezzi della frutta molto elevati per i consumatori e, paradossalmente, estremamente bassi per i produttori”. A intervenire è Danilo Tamisari, presidente della Sezione Frutticola di Confagricoltura Emilia Romagna e di Confagricoltura Ferrara. “Il divario – aggiunge – è enorme e, in molti casi, i prezzi riconosciuti agli agricoltori non riescono nemmeno a coprire i costi di produzione, condizione minima indispensabile per poter fare impresa”.

Danilo Tamisari, presidente della Sezione Frutticola di Confagricoltura Emilia Romagna e di Confagricoltura Ferrara
Si tratta di una situazione dovuta a diversi fattori e, come spiega, “si verifica anche quando la produzione di un determinato prodotto si mantiene su livelli normali, senza eccedenze produttive”.
Le cause principali di ciò le individua “nella mancanza di un’adeguata organizzazione, regolamentazione e vigilanza lungo l’intera filiera commerciale”. E a ciò si aggiunge un’ulteriore criticità: “Sebbene in Italia la maggioranza dei Produttori frutticoli aderisca a Op (Organizzazioni di Produttori), che sono circa 300, queste ultime si presentano spesso di fronte alla grande distribuzione ed ai mercati con un sistema frammentato, senza attuare strategie commerciali condivise e, di conseguenza, i produttori finiscono così per trovarsi in balia degli eventi”.
Stando a quanto spiega Tamisari l’Ocm (Organizzazione Comune dei Mercati agricoli) per il settore ortofrutticolo, introdotta nel 1992 con l’obiettivo di aggregare l’offerta e rafforzare il potere contrattuale dei produttori sui mercati, “non sembra aver raggiunto pienamente i risultati auspicati”.
Per questo, in Emilia-Romagna si è assistito, negli ultimi 30 anni, “sia ad un drammatico calo delle superfici coltivate a colture frutticole, sia ad un tasso di ricambio generazionale ormai pressoché irrilevante”.
“Ciò – dice – è inequivocabilmente imputabile alla mancanza di redditività che la parte produttiva ha dovuto costantemente affrontare e che ha disincentivato le nuove generazioni nella prosecuzione della conduzione delle Aziende”.
“Il sistema Ocm – prosegue Tamisari – sostiene principalmente le aziende nella realizzazione degli investimenti, ma non riesce a creare condizioni commerciali sufficientemente favorevoli per garantire ai frutticoltori una remunerazione adeguata dei propri prodotti ed una redditività aziendale. Prima del 1992 la regolamentazione dei mercati ortofrutticoli avveniva prevalentemente attraverso il ritiro dal mercato delle eccedenze di frutta da parte dell’Aima (Azienda di Stato per gli Interventi sul Mercato Agricolo), in un periodo storico caratterizzato da frequenti sovrapproduzioni. La frutta ritirata veniva destinata in beneficenza, alle distillerie oppure distrutta; tuttavia, veniva comunque riconosciuto un valore economico che, per l’epoca, poteva essere considerato dignitoso”.
Il presidente di Confagricoltura spiega che “questo meccanismo contribuiva a stabilire una soglia minima di prezzo e, di conseguenza, un valore di riferimento per la frutta commercializzata, al di sotto del quale il mercato difficilmente scendeva”.
Ed è questo elemento che considera oggi mancante al sistema aggregato: “Un insieme efficace di regole e strumenti capaci di stabilire una soglia minima al fine di impedire che i prezzi riconosciuti ai produttori scendano al di sotto dei costi di produzione”.
“Nel 2021 – aggiunge -, tramite il decreto legislativo n. 198, è stata introdotta una normativa sulle pratiche commerciali sleali che sancisce diverse forme di tutela per i produttori, tra cui il riconoscimento dei costi di produzione. Di particolare rilievo risulta la classificazione all’interno delle pratiche commerciali sleali dell’imposizione di condizioni contrattuali eccessivamente gravose per il venditore, ivi compresa quella di vendere prodotti agricoli e alimentari a prezzi al di sotto dei costi di produzione. Tuttavia, proprio in seno a tale decreto, è stata disposta una deroga per escludere il sistema aggregato dall’ambito di applicabilità di tali tutele accordate, mentre invece è mia convinzione che una piena applicazione della normativa avrebbe potuto produrre ingenti benefici sia per le aziende agricole sia per le strutture associative”.
“Infatti – conclude -, grazie all’eliminazione della deroga, Cooperative ed OP si troverebbero a qualificarsi al pari degli altri operatori della filiera agricola senza più dover sopportare questo grave pregiudizio dovuto alla mancata possibilità di accedere alle tutele del Decreto. In conclusione, sarebbe necessaria una modifica del decreto per regolamentare un settore che sta attraversando una crisi profonda, vincolando tutti gli operatori della filiera al rispetto di regole chiare, introducendo forme concrete di tutela dei produttori che, allo stato attuale, risultano ancora insufficienti”.
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