Attualità
17 Agosto 2026
Il racconto di mezza giornata passata ad aiutare due amici che vivevano nella Torre B

Pulire e sgomberare al Grattacielo: 244 scalini, 11 piani e una torcia frontale

di Redazione | 9 min

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di Giacomo Locci

Duecentoquarantaquattro scalini, 11 piani e una torcia frontale. È quello che serve per arrivare all’appartamento di Alessio e Francesca, nella Torre B del Grattacielo.

Circa un mese fa sulla chat di whatsapp dal nome “Ad Alta Voce!” (il festival dedicato al canto popolare che da due anni si tiene a Grisù) arriva un messaggio: “Ciao, aggiornamenti dal grattacielo: oggi siamo entrati in casa, han provato a forzarci la porta ma non sono riusciti, però si è aperto il foro di aerazione della cucina da cui sono entrati dei piccioni, abbiamo già pulito una parte ma dovremmo tornare mercoledì per finire, avremo tempo dalle 8:00 alle 12:00. Stiamo cercando un paio di persone che nel mentre ci aiutino a portare giù dalle scale le cose, in cambio di un pranzo e della nostra gratitudine. Chi potrebbe esserci? Scrivete in privato grazie!!! Alessio e Francesca”

Tempo tre minuti dal messaggio e rispondo “Ciao Alessio, io potrei esserci. Te lo riesco a confermare in serata”. Non si sa mai che cambi qualcosa.

Eccomi quindi alle 8 in punto di mercoledì 15 luglio all’ingresso della Torre B del Grattacielo. Non l’avevo mai notato questo accesso. Uscendo dalla stazione dei treni e attraversando il parco di fianco si vede bene l’ingresso della Torre A, quello della Torre B invece è nascosto sul retro, di fronte al piazzale delle Poste di Via Felisatti. La Torre B è dove si è sviluppato l’incendio – al piano terra rialzato, nella zona dei contatori della luce – la notte fra il 10 e l’11 gennaio di quest’anno.

Nei miei vent’anni di vita ferrarese, non ero mai entrato nel Grattacielo. Gli unici luoghi che avevo frequentato, in occasione di iniziative o eventi, erano quegli spazi al piano terra di proprietà del Comune ma gestiti da Arci e da altre realtà culturali o cooperative sociali: Officina Meca, Biblioteca Popolare Giardino, etc… Sale che hanno ingressi indipendenti dalle scale delle torri dove ci sono gli appartamenti. Le sole persone che conoscevo e che abitavano al Grattacielo erano Alessio e Francesca, e proprio a Francesca avevo scritto la mattina seguente l’incendio di gennaio: ne avevo letto online, volevo sapere come stavano e se avevano bisogno.

La mattina del 15 luglio quando raggiungo in bici il luogo di ritrovo, leggo un messaggio di Alessio che mi informa del loro arrivo entro pochi minuti. Intanto un signore che poi scoprirò essere il custode del Grattacielo apre un tavolino e una sedia pieghevole, dispone vari fogli davanti a sé e si mette a parlare con alcune persone giunte anche loro da poco. Hanno portato buste e valigie, ma anche l’occorrente per pulire.

Da venerdì 10 luglio a lunedì 10 di agosto (eccetto le domeniche) i proprietari degli appartamenti delle torri A, B e C devono accedere alle rispettive abitazioni, previo appuntamento da concordare (segue mail e numero di telefono). Nei giorni pari sarà accessibile la Torre A, nei giorni dispari quella B, per la torre C (più piccola) saranno individuati giorni specifici. Gli accessi sono consentiti dalle ore 8.00 alle ore 12.00.

Alessio arriva parcheggiando la sua macchina a pochi metri dall’ingresso, poco dopo ecco anche Francesca con un’altra macchina. C’è bisogno di spazio per riempire tutta una vita di due persone. Le auto faranno la spola con la casa dei genitori di Francesca e in rinforzo arriverà anche un furgone. Insieme a noi per le prime ore c’è Irene, a darle il cambio arriveranno poi Edoardo e Andrea. Alessio parla con il custode, sbriga le pratiche burocratiche ed entriamo. Portiamo con noi zaini da montagna, zaini invicta, vecchi trolley e un numero che mi sembra spropositato di buste delle coop, di quelle riutilizzabili. Mi sbagliavo, ovviamente. A fine mattina le avremo utilizzate tutte e recuperate di altre.

L’ordinanza numero 964, motivata da esigenze igienico-sanitarie, ordina l’accesso alle unità abitative esclusivamente per la rimozione di rifiuti, oggetti, materiali e beni deperibili. Ma sapendo che potevano finalmente entrare liberamente nelle loro case, le persone hanno colto l’occasione per prendere tutto quello che potevano. Cosa fare se nessuno sa dirvi quando rientrerete nella vostra casa, se rientrerete, se sarà abbattuta o se sarà venduta ad un fondo immobiliare speculativo? Ale e “la Fra” non hanno dubbi: si battono per rientrare e per creare di nuovo quel mondo che viveva al Grattacielo. Ma intanto provano a recuperare tutto quello che si riesce a trasportare per 11 piani, 244 scalini, in 4 ore di tempo.

Sorpassiamo il cancello di ferro con cui si accede ad una sorta di atrio, poi giriamo verso destra in direzione del piccolo portone da cui si entra nel vano scale. Alessio e Francesca prendono dalla tasca la torcia frontale, la indossano e la accendono. Per le prime due rampe infatti è completamente buio: la luce del sole che giunge nell’atrio non arriva e ovviamente non è attiva l’energia elettrica. L’odore di bruciato e di fumo è ancora molto forte, le pareti sono annerite, siamo proprio nel punto da cui è partito l’incendio. Qui tutto si è fermato a quella notte. Saliamo le prime rampe, ecco la luce da una finestra, è quella da cui i Vigili del Fuoco hanno evacuato gli abitanti della Torre B nella notte di inizio gennaio. Lo spazio delle scale è molto stretto, claustrofobico, strizzato fra il muro e la rete di metallo che protegge il vano dei due piccoli ascensori, ovviamente non utilizzabili. La prima cosa che mi colpisce sono i tanti calzini, di tutte le misure, ma soprattutto da bambini, disseminati sugli scalini. Poi un sacco pieno di vestiti abbandonato su un pianerottolo. Noi di piani ne dobbiamo fare 11, c’è chi ne deve fare il doppio per arrivare al ventesimo piano. Si sale e si scende solo a piedi. Dopo i primi livelli, l’odore di bruciato lascia spazio a qualcosa di ancora più forte e intenso che toglie il fiato, invita a chiudere la bocca e respirare solo col naso. Un misto di puzza di chiuso, di stantio, di alimenti andati a male e di guano di piccioni (entrati in questi mesi) che si mischia a odori di detersivi usati per tentare di pulire. Davanti ad un porta un sacco nero della spazzatura perde un liquidico marrone che cola per tutta una rampa di scale. La mia compagna mi aveva consigliato di portarmi una mascherina, ad un piano che non ricordo vedo anche un cartello che ne indica l’obbligo, ma con 40 gradi è veramente difficile salire e scendere indossandola senza il timore di perdere le forze.

Uno degli aspetti più assurdi dell’ordinanza è che i proprietari non possono usare l’acqua corrente. Pulite, ma arrangiatevi. Riempite bottiglie o taniche alla fontanella del parco e poi fatevi 5, 10, 20 piani con quel peso. “Disumano” è stata la parola usata da una signora che con la figlia portava giù dalle scale dei sacchi più grandi di loro. Nella mattina in cui sono stato presente io non c’era nessuna associazione mobilitata nell’aiutare, nemmeno uno straccio di gazebo della Protezione Civile a distribuire qualche bottiglietta d’acqua con cui rinfrescarsi nei vari avanti e indietro.

Il primo viaggio verso il basso è con un uno zaino da montagna pieno di libri. Devo svuotare l’intera libreria. Ci vorranno parecchi sali e scendi. Ho le mani libere e allora prendo anche due sporte con alcune piante grasse. Portiamo via anche quelle. Vado piano per non cedere già al primo viaggio, trattengo il respiro quando l’odore è più acuto. Osservo le tante porte che mi trovo davanti nella discesa. Alcune sono integre, altre completamente sfondate per la ricerca di eventuali persone da evacuare la notte dell’incendio. Nel mentre sono arrivati altri abitanti, impossibile passare così carichi in due, bisogna fermarsi sul pianerottolo e far passare: è l’occasione per rifiatare, accennare ad un saluto, scambiare due parole in un misto di condivisione che fa sentire meno la fatica e amarezza per la situazione. C’è chi deve accatastare mobiletti di fianco agli ingressi e allora bisogna ingegnarsi per capire come proseguire. La maggior parte delle persone non ha la forza, e forse nemmeno la voglia, di alzare sacchi e valigie nelle parti in cui ci sono gli scalini. Così per 4 ore il rumore più familiare è un rimbombo sordo, una sorta di martellamento sincopato, di roba che sbatte verso il basso.

Sono quasi arrivato al piano terra, rallento quando passo dalla zona buia dei contatori e provo a calcolare la distanza fra i gradini per non cadere. Esco nell’atrio, raggiungo la macchina e inizio a svuotare lo zaino mettendo i libri nelle buste e poi le buste nel baule. Così fanno anche Irene e Francesca con trolley pieni di vestiti. Alessio invece rimane su a pulire come può, con l’acqua trasportata a spalle due giorni prima. Come ci aveva anticipato nel messaggio su whatsapp, in questi mesi una coppia di piccioni ha deciso di stabilirsi a casa loro. Sono entrati dai fori di aerazione della cucina, hanno costruito un nido e deposto anche due uova. Anche altri proprietari sono impegnati nelle pulizie, ma più si sale di piani, più la difficoltà a portare l’acqua si fa sentire. In uno dei viaggi successivi vediamo che i sacchi neri che perdevano liquido marrone sono stati rimossi, una signora è intenta a pulire all’interno di quella casa e sul pianerottolo, ognuno prova a ridare dignità a quello che ha lasciato in pochi secondi.

Ripenso alla mattina del 12 febbraio. Forse quel mio sali e scendi lungo le scale della Torre B era un tentativo di fare qualcosa che non avevo fatto nei mesi prima quando le uniche tre realtà cittadine che si erano prese la responsabilità dell’accoglienza degli sfollati (Viale K, Cittadini del Mondo e Caritas Ferrara) cercavano un sostegno che non ero riuscito a offrire.

Non mi ricordo quante volte abbiamo fatto su e giù quella mattina del 15 luglio: cinque, sette, dieci, dodici? Onestamente ho perso il conto. Ho provato a contare invece gli scalini per arrivare all’appartamento di Francesca e Alessio. Sono 244. Ma non ne sono nemmeno poi così sicuro. Nell’ultimo viaggio verso il basso, quando la maglietta che indossavo era ormai una cosa unica con la pelle sudata, ho incontrato Antonella. Una delle partecipanti ad un laboratorio di podcast organizzato alla biblioteca Bassani. Solo allora mi sono ricordato di averla incrociata ad una manifestazione dopo lo sgombero di febbraio e che mi avesse detto di essere fra le persone sfollate. Insieme ad un’amica stava anche lei svuotando il suo appartamento. Spero che sia riuscita a farlo entro il 10 agosto, altrimenti “in caso di mancato adempimento, il Comune procederà all’avvio delle procedure necessarie per il ripristino delle condizioni igienico-sanitarie delle abitazioni. Tutti i costi degli interventi saranno posti a carico dei proprietari inadempienti, con addebito e rivalsa delle spese sostenute dall’amministrazione comunale”.

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