Attualità
2 Agosto 2026
Il giudice Francesco Maria Caruso sulla Strage di Bologna: “restano zone d'ombra su depistaggi, prove occultate, distrutte, documenti dispersi e la protezione goduta ieri e ancora oggi dagli autori”

Il 2 Agosto non è più un mistero, ma la verità completa non è stata ancora oggi raggiunta

di Redazione | 9 min

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2 agosto. Siamo solo all’inizio

Estensecom apre oggi, come ogni anno, con il ricordo della Strage di Bologna. Sotto le macerie di quel 2 Agosto rimasero sepolte le vite di 85 persone, tra le quali cinque ferraresi

di Daniele Predieri

Dove eravamo rimasti? Ad un’intervista “rimandata” al giudice Francesco Maria Caruso, l’anno scorso, alla vigilia del ricordo della strage del 2 Agosto. Non poté farsi allora quell’intervista, perché era troppo presto: le motivazioni della sentenza, pur definitiva, del processo su mandanti ed esecutori della strage del 1980 (85 vittime, di cui 5 ferraresi e 200 feriti) non erano ancora state depositate (solo nel gennaio di quest’anno è accaduto).

E allora, eccola, oggi l’intervista al giudice Caruso che spiegò di non poter rispondere per non interferire col lavoro dei colleghi che dovevano completare la scrittura. Che era “ancora presto” far entrare nel dibattito pubblico sulla storia giudiziaria della strage le parole dei giudici che “quelle sentenze hanno reso e con esse hanno parlato”. Lui in primis, giudice di primo grado che aveva condannato Paolo Bellini come esecutore materiale, e altri che lo favorirono e coprirono. E poi Licio Gelli che li finanziò. Tracciando così la linea giudiziaria che ha tenuto fino in Cassazione.

Prima delle risposte, però, il giudice Caruso fa “una premessa doverosa: io sono stato solo uno degli otto giudici che hanno deciso quel processo, sia pure con compiti specifici”.

Otto giudici che hanno contribuito a scrivere la verità definitiva sulla bomba alla stazione di Bologna, collocata da un gruppo di terroristi neofascisti, ispirati e finanziati dalla Loggia P2 e coperti dai servizi segreti deviati: il più grave attentato terroristico della storia della Repubblica italiana.

Un preambolo doveroso per spiegare il “dove eravamo rimasti” un anno fa.

Giudice Caruso, perché solo dopo 46 anni è stata raggiunta la verità completa sulla matrice fascista ed eversiva, su autori, depistaggi e mandanti della strage di Bologna?

“Il 2 Agosto non è più un mistero, se mai lo è stato. E’ vero che si è impedito per anni di accertare la verità giudiziaria sulla matrice fascista ed eversiva della strage. Ma la verità completa non è stata ancor oggi raggiunta; depistaggi, occultamento di prove, distruzione e dispersione di documenti, la protezione di cui hanno goduto e tuttora godono gli autori della strage, le collusioni tra destra eversiva, apparati militari, massoneria deviata, gruppi politici ed economici che con l’eversione hanno trescato, lasciano ancora zone d’ombra. Un passo in avanti è stato tuttavia fatto, nel senso che è stato risolto il tema rimasto fin qui irrisolto: la strage del 2 Agosto ha dei mandanti individuabili negli ambienti che da sempre hanno tramato contro la Repubblica democratica con stragi e tentativi di colpo di Stato. Il movente? È quello eversivo collegato all’introduzione di una seconda Repubblica, governata da lobby, massoneria e poteri criminali; gli autori si individuano nell’arcipelago delle organizzazioni neofasciste, manovrate da servizi e P2, sviluppatesi nella seconda metà degli anni Settanta, a partire dal tronco di Ordine nuovo a Avanguardia nazionale”.

Lei è stato giudice di primo grado al processo, se la sente di spiegare a chi ci legge perché sono stati necessari 46 anni, quasi mezzo secolo per giungere a questo risultato giudiziario?

“Le stragi caratterizzano la recente storia politica d’Italia. Chi le ha compiute è stato parte di un progetto politico che puntava a delegittimare la Costituzione per introdurre un regime politico alternativo a quello di democrazia avanzata basata sui valori della Resistenza al nazifascismo. Forze così potenti non potevano consentire che i loro progetti fossero scoperti con l’individuazione di mandanti, organizzatori, referenti politici ed esecutori materiali. E quando sono spuntate le liste degli iscritti alla P2, la strategia del muro di gomma ha impedito per decenni di reprimere i responsabili e identificare il piano politico di fondo, nel frattempo riconvertitosi con passaggi solo in apparenza svincolati dal progetto piduista ma in realtà del tutto coerenti con esso”.

La sentenza ora definitiva è un “punto di arrivo fondamentale”, commentò a suo tempo l’avvocato Andrea Speranzoni, difensore di parte civile per l’associazione delle vittime della Strage di Bologna e gli enti locali. “Oggi possiamo dire – spiegò il legale – che sappiamo chi finanziò l’attentato, che si colloca a pieno titolo nella strategia della tensione, sappiamo chi lo organizzò, chi erano i mandanti e sappiamo retroscena importantissimi sull’attività di depistaggio”. Giudice Caruso, riesce a spiegarci perché accadde tutto questo? Se la sente di analizzare, per i più giovani e non solo, cosa successe in quell’Italia lontana mezzo secolo da oggi?

“La nostra democrazia è stata sin dall’inizio fragile. Dopo la guerra c’erano grandi speranze di realizzazione di una democrazia partecipata, fondata sull’uguaglianza dei diritti. La Costituzione prometteva uguaglianza, libertà, giustizia sociale, diritti e rispetto assoluto del valore della persona umana. Tutto questo diventò secondario nel clima della guerra fredda per cui l’obiettivo fondamentale delle forze di governo e dell’alleanza militare sui quali il nuovo regime si fondava fu impedire che le promesse della Costituzione potessero attuarsi. Quanti erano stati fascisti e parte dell’apparato dello Stato fascista furono riciclati nelle strutture amministrative, militari e di polizia; il neofascismo divenne uno strumento da mettere in campo contro la Repubblica. La politica delle stragi politiche, fatte per “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico” su posizioni sempre più moderate e regressive, ha accompagnato per un ventennio dalla metà degli anni sessanta ai primi anni ottanta la nostra vita politica. Non è un caso che le stragi raggiungono il culmine negli anni dal 1969 al 1984 in cui più avanzata è la spinta riformatrice delle nostre istituzioni. La Strage di Bologna giunge al culmine di quello scontro tra reazione e riforme. Le forze che hanno contribuito alla stabilizzazione nella fase critica dei primi decenni della Repubblica (non dimentichiamo Portella della Ginestra) hanno poi presentato il conto con le stragi degli anni Novanta”.

Anche nel processo alla strage di Bologna, un ruolo fondamentale è stato ricoperto dalle parti civili, i rappresentanti delle vittime. Il pool di legali dell’Associazione familiari che ha dato un contributo fondamentale: i legali, ad esempio, hanno fornito il filmato che conferma la presenza di Bellini alla stazione di Bologna, poi riconosciuto dalla ex moglie: una delle prove che hanno permesso di condannarlo come esecutore materiale. Possiamo dire anche qui, come in tantissimi altri processi (uno su tanti, il caso Aldrovandi a Ferrara), che le parti civili hanno davvero aiutato i magistrati a fare giustizia? Che il loro ruolo nel riconoscimento della giustizia è sempre più essenziale e necessario?

“Non c’è alcun dubbio. Quanti si ostinano a negare il ruolo delle parti civili nel processo penale non tengono conto che la componente principale del risarcimento dovuto alle vittime di reato è il riconoscimento della verità piena sulle cause, i moventi e gli scopi delle azioni criminose. Le vittime hanno anzitutto il diritto a conoscere la verità perché solo se inserito in un orizzonte dotato di senso, il dolore per il danno subito si stempera nel contesto di una storia più grande, di cui le vittime sono a loro modo protagoniste. Il principale risarcimento è conoscere tutta la verità con il riconoscimento delle responsabilità. Il tempo che passa può influire sulla penalità ma non chiude mai i conti col bisogno di verità e giustizia”.

Anche in questo 2 Agosto sono fissate a Bologna le celebrazioni per ricordare i 46 anni della strage: cosa prova lei, a vivere questo giorno da “normale cittadino” ora che è in pensione (dal 2022 dopo oltre 40 anni in magistratura) e sa di aver firmato una delle sentenze più importanti della storia stragista italiana?

“Il rilievo storico e giudiziario della strage del 2 Agosto non è confrontabile con i riflessi sulla persona di chi ha avuto una parte, come tanti altri, nella vicenda. Posso dire soltanto che so di avere fatto il mio dovere di magistrato col massimo scrupolo e con tutte le mie capacità”.

Dietro la strage ci sono una storia stragista e una matrice fascista ed eversiva che la sentenza su Bellini ribadisce e conferma. Non è stato facile arrivare a questa verità giudiziaria, visto il percorso in salita affrontato dalla procura generale di Bologna (il capo di allora, Ignazio De Francisci, l’avvocato generale Alberto Candi e i due procuratori ferraresi Umberto Palma e Nicola Proto) che prima avocò l’inchiesta facendola ripartire, poi mosse nuove accuse a nuovi imputati che hanno tenuto fino alla fine, la condanna in Cassazione che ha rappresentato per il procuratore generale della Cassazione, Antonio Balsamo, “un diritto alla verità che spetta non solo alle vittime e alle loro famiglie, ma a tutto il popolo italiano”. Sarà accettata questa verità alla luce anche dell’auspicio del sindaco di Bologna, Matteo Lepore («Adesso tocca alla politica e alle istituzioni prendere atto in modo integrale di queste sentenze»), viste le polemiche politiche, ieri come oggi, sull’aggettivo fascista della strage?

“Tutte le sentenze sono discutibili e criticabili. Anche la sentenza di cui discutiamo è già stata oggetto di critica e dissenso in alcune parti, assai meno sul punto centrale delle responsabilità accertate. Non si tratta di accettare o condividere ma di conoscerne i contenuti e di conoscere fino in fondo la storia del processo e i fatti e gli atti che sono stati acquisiti. Molti criticano senza conoscere. Le prove sulla matrice e sulle responsabilità della Strage di Bologna sono sterminate, assai più cospicue di quanto emerge nel dibattito pubblico. Non si celebrano quattro processi e non si pronunciano decine di sentenze di condanna in dibattimenti pubblici senza robusti apparati di prova. Il problema è che parlare è più facile che leggere e conoscere le carte”.

Lei ha avuto un trascorso ferrarese, nella nostra città come presidente del tribunale: ruolo in cui ha firmato anche un’altra sentenza storica (sul caso Aldrovandi), ma non solo. In tribunale a Ferrara avete intitolato nel 2009 un’aula del tribunale al giudice Rosario Livatino, ucciso in un agguato in Sicilia, nel 1990, sulla statale Agrigento-Caltanissetta mentre si recava in tribunale a bordo della sua auto e senza scorta. Aveva 37 anni, diventò per le cronache il “giudice ragazzino” (fu l’ex presidente Cossiga a dirlo), ma soprattutto un riferimento per l’impegno dei magistrati contro tutte le mafie. Lei, siciliano di nascita e anche di professione, sulla targa fece riportare il pensiero di Livatino: “non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili, credo che in un paese come il nostro dare segnali di svolta significhi anche e soprattutto non dimenticare”. Le parole della sentenza sul 2 agosto – segnale di svolta storica in questo paese – potranno esserci utili per ricordare e non dimenticare?

“Vi ringrazio per avere accostato la figura di Rosario Livatino alla sentenza per la strage di Bologna. Penso che quel magistrato che credeva nel dovere di perseguire sempre la verità, quali che fossero i rischi e i prezzi da pagare, i soggetti coinvolti, gli interessi in gioco, sia ancora un esempio quando si tratta di affrontare processi che esigono un impegno che va oltre l’adempimento di un dovere d’ufficio. Le sentenze e i processi per le stragi producono conoscenze essenziali per la memoria civile e storica. Il giudice per Livatino deve essere consapevole che una società conflittuale ha bisogno di memoria condivisa e della certezza assicurata da una giustizia fondata su un lavoro di ricerca che non trascuri e non rimuova alcun dettaglio. Tanto più nei processi ad alta valenza storico-politica che segnano la storia di un Paese. Le parole di una sentenza? Possono essere importanti, ma la ricerca della verità non si ferma alle sentenze. E’ vero che i processi sono miniere di conoscenze per la ricerca storica, come gli storici sono consulenti essenziali nei processi ad alta valenza storico-politica. Ma non si deve dimenticare che tutte le stragi della nostra storia costituiscono gravissimi delitti politici”.

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