Politica
24 Luglio 2026
Il giudice interroga l'ex vicesindaco sui dubbi sorti durante il processo e sulla frase misteriosa dell'imputata: "Non era una cosa che doveva rimanere tra noi?"

Caso Arquà. Lodi nega l'”accordo segreto” sulle lettere minatorie

di Davide Soattin | 5 min

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Era il 4 giugno 2021 quando i carabinieri di Ro Ferrarese arrivarono a casa di Rossella Arquà, dopo che l’allora questore Cesare Capocasa le aveva assegnato senza che lei lo sapesse una vigilanza generica radiocollegata per le missive minatorie contro di lei e contro l’ex vicesindaco Nicola Lodi. “Non era una cosa che doveva rimanere tra noi?” aveva domandato via WhatsApp l’ex consigliera a Naomo in riferimento alla vicenda. Per la difesa della donna, oggi a processo con l’accusa di minacce proprio nei confronti di Naomo – quella domanda rappresenterebbe una delle prove del presunto “accordo segreto” tra i due, come lo aveva definito la stessa Arquà durante l’ultima udienza del procedimento.

Un’udienza che aveva fatto fatto emergere “molteplici aspetti” da chiarire, aveva affermato il giudice Giuseppe Palasciano che, proprio alla luce di queste nuove circostanze, venerdì (24 luglio) mattina, ha sentito nuovamente Nicola Lodi, interrogandolo a partire da quel messaggio WhatsApp. “Tra me e Arquà non c’è mai stato nessun tipo di accordo” ha negato categoricamente il braccio destro di Fabbri, e “lo dirò sempre“. “Le dissi che quella vicenda doveva rimanere tra noi, che non doveva dire nulla, perché non volevo che la notizia delle lettere minatorie fosse pubblicata dai giornali. Questo era il vero obiettivo, anche perché la parola chiave in quel momento era riservatezza“.

Palasciano ha quindi domandato a Lodi per quale motivo Arquà avrebbe inviato le lettere minatorie, sottolineando che molti testimoni – su tutti gli ex consiglieri leghisti Solaroli e Ferraresi – avevano riferito in aula della “grande stima” che l’attuale imputata nutriva verso il vicesindaco. Ma soprattutto nessuno di loro era riuscito a fornire una spiegazione logica circa il fattore scatenante che l’avrebbe portata a compiere quel gesto. “Parliamo di una persona che aveva un estremo bisogno di attenzione” ha affermato Lodi, senza fare più di tanti giri di parole. “Ogni volta che qualcuno si avvicinava a me a livello lavorativo, ogni volta che la escludevo oppure la accantonavo, lei sfociava in reazioni scomposte” ha aggiunto.

L’ex vicesindaco ha quindi proseguito la propria testimonianza: “In molti dicono che lei fosse il mio braccio destro, e lei stessa si reputava così, ma io non ne ho mai avuti. Ho avuto solo collaboratori. A lei ho dovuto negarmi più volte e la mia unica convinzione è che questo laceramento di rapporto nei mesi l’ha portata a questa ricerca di attenzione. Quando iniziai a non considerare le minacce, iniziò ad auto minacciarsi. Ci potrei giurare oggi. Capiva e percepiva che in quel periodo la stavo allontanando. Si sentiva non gratificata e isolata. Non la portavo nemmeno agli incontri politici perché era imbarazzante. Non sapeva dialogare politicamente. Quello che ha fatto, lo ha fatto solo per vendetta“.

Al centro dell’udienza è finita anche la vicenda delle automobili parcheggiate davanti alla sede della Lega di via Ripagrande, sulle quali erano state installate delle telecamere per monitorare eventuali movimenti sospetti e individuare il responsabile. Su questo punto gli avvocati Fabio Anselmo e Bernardo Gentile, difensori di Rossella Arquà, hanno incalzato Nicola Lodi richiamando alcune dichiarazioni fornite al pubblico ministero Andrea Maggioni nell’ambito dell’inchiesta parallela per l’ipotesi di reato di peculato. Un’inchiesta per cui attualmente è stata avanzata una richiesta di archiviazione per particolare tenuità del fatto su cui però ancora non risulta esserci una pronuncia definitiva da parte del tribunale.

In quell’interrogatorio, Lodi aveva spiegato che le auto erano state lasciate davanti alla sede del partito nelle giornate del 30 aprile e il 5 maggio 2021, mentre erano state rimosse nei giorni intermedi. Alla domanda sul perché di quella scelta, l’ex vicesindaco ha raccontato che fu ritenuto non necessario mantenere il presidio, poiché in quei giorni la sede della Lega era chiusa e non era prevista la presenza di nessuno. Da qui i dubbi sollevati dalla difesa che ha evidenziato come, secondo la ricostruzione fornita da Lodi quando fu ascoltato per la prima volta, i sospetti nei confronti di Arquà sarebbero sorti soltanto il 26 maggio per via di un errore ortografico in una missiva, mentre la Digos aveva riferito di non avere individuato un possibile autore fino al 7 giugno. Ma non solo, Matteo Benea, numero uno di Securfox, agenzia privata che aveva installato le telecamere in accordo con Lodi, alla scorsa udienza, aveva riferito che 5 maggio 2021 Arquà si era avvicinata a una delle vetture, probabilmente sospettando qualcosa. “Lodi mi disse che Arquà si era accorta delle telecamere esterne, si era avvicinata alla macchina per vedere se c’era la telecamera e quindi propose di installare le telecamere dentro la sede” aveva ricordato. Proprio dal 5 maggio “iniziammo a sospettare di Arquà, quando Lodi ci pose il dubbio” aveva proseguito Benea.

I legali hanno quindi chiesto per quale motivo le auto dotate di telecamere non fossero state comunque lasciate davanti alla sede proprio nei giorni in cui era rimasta chiusa, se i sospetti su Arquà sarebbero arrivati solo qualche settimana più tardi. “Perché il fatto che la sede della Lega fosse chiusa in quei quattro giorni l’ha indotta a rinunciare a qualsiasi forma di sorveglianza? Chiunque altro avrebbe potuto continuare a inserire le lettere nella buchetta della sede che è all’esterno o sotto la saracinesca del locale. Forse perché il 30 aprile 2021 sapeva già che era Arquà a lasciare le missive?” ha domandato l’avvocato Fabio Anselmo all’ex assessore alla Sicurezza. “Assolutamente no“, ha replicato con decisione Nicola Lodi, aggiungendo di non essere lui l’addetto a parcheggiare le auto.

In aula è stato sentito anche Fabrizio Bellini, all’epoca dei fatti coordinatore della Digos, oggi in pensione, che ha riferito sull’attività operativa effettuata. “Sono stato contattato da Rossella Arquà nell’aprile 2021. Mi disse che era stata recapitata una missiva dai toni minacciosi nei confronti del vicesindaco. Mi limitati a fare i sequestri di queste lettere e a informare i miei superiori. Ricordo che ogni due o tre giorni ne arrivava una, sembrava quasi uno scherzo. Dopodiché partì la successiva indagine, ma non ne feci parte perché passò tutto alla Sezione Investigativa. So che utilizzarono apparecchiature tecniche da parte di qualcuno che era interno alla segreteria e, in particolare di Arquà. Si era sospettato di lei, ma a me Lodi non me lo disse mai. Se si confidò con altri dei propri possibili sospetti, questo non lo posso sapere”.

Per la prossima udienza era calendarizzata la testimonianza dell’ex questore Cesare Capocasa. Il giudice Giuseppe Palasciano però ha rinunciato all’ascolto del testimone, ritenendo sufficiente quanto emerso durante l’istruttoria dibattimentale fino a oggi. Il processo tornerà quindi in aula il 25 settembre ore 10 direttamente per la discussione delle parti.

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