Politica
15 Maggio 2026
L'ex consigliere leghista Stefano Solaroli: "Rossella è sempre stata una persona buona, non la reputavo in grado di fare certe cattiverie". Lodi sarà risentito alla prossima udienza: "Molteplici aspetti da chiarire"

Lettere minatorie a Naomo. Arquà: “Accordo segreto tra me e lui. Voleva essere una vittima”

di Davide Soattin | 6 min

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Un presunto “accordo” con Nicola Lodi per “inviargli lettere di minaccia anonime, perché voleva anche lui essere considerato una vittima“. Così Rossella Arquà ha spiegato ieri mattina (venerdì 15 maggio), davanti al giudice Giuseppe Palasciano, le modalità con cui – secondo la ricostruzione avanzata dalla Procura di Ferrara – tra aprile e giugno 2021 avrebbe confezionato e lasciato alcune missive nella sede della Lega di via Ripagrande, con l’obiettivo di intimidire l’ex vicesindaco.

Da “fedele soldato tuttofare” a “tradita” senza nemmeno averne la consapevolezza, Arquà – oggi imputata con l’accusa di minacce – è intervenuta in aula leggendo quattro pagine di dichiarazioni spontanee, a due giorni dalla testimonianza chiave nel procedimento sul presunto dossieraggio ai danni di un’altra ex consigliera leghista, Anna Ferraresi. Seduta tra i legali che la difendono, gli avvocati Fabio Anselmo e Bernardo Gentile, la donna ha raccontato passo dopo passo l’intricata vicenda.

“Lodi mi aveva spiegato come fare, di farle ritrovare nella buchetta della sede del partito o sotto la saracinesca. Mi aveva detto che doveva rimanere tutto segreto, di non parlarne con nessuno. Di parlarne solo con lui, ma a voce, nemmeno per messaggio”, ha affermato Arquà. “Ogni volta che mettevo una lettera dovevo avvisare Lodi e poi chiamavamo quelli della Digos”, ha proseguito, con cui l’ex vicesindaco – così come con il questore – era “in costante contatto“.

Con gli appartenenti alla Digos infatti, secondo l’imputata, Nicola Lodi avrebbe avuto rapporti definiti “stretti e confidenziali”. “Sembrava uno di loro – ha sottolineato – e quasi sempre facevano quello che lui diceva”. Anche Rossella Arquà ha riferito di aver intrattenuto rapporti con uno degli agenti, l’ispettore Fabrizio Bellini. Dopo il sequestro del telefono, però, “la chat con lui – ha detto la donna – è risultata cancellata”. “Quando ci è stato restituito il cellulare sequestrato erano state cancellate le chat con i miei colleghi di partito, tutte le chat politiche e qualche chat personale”, ha aggiunto.

Mai ho minacciato Lodi. Perché avrei dovuto farlo? Non ne avevo alcun motivo”, ha affermato Arquà. “Che cosa avrei potuto ottenere mandandogli delle lettere anonime? Quale vantaggio avrei potuto ottenere? Nessuno, anzi. È ovvio che ho fatto tutto questo per lui, su sua richiesta e nel suo interesse. E ne ho pagato le conseguenze”, ha proseguito l’imputata. “Non ho commesso altro crimine, se non quello di fidarmi ciecamente e stupidamente di una persona come Nicola Lodi” ha chiuso.

Nemmeno l’ex consigliera Anna Ferraresi crede all’ipotesi di Rossella Arquà come ideatrice della vicenda. “Quando venni a conoscenza dalla stampa delle lettere minatorie, pensai che non fosse farina del suo sacco“, ha dichiarato “Lo pensai sulla base del rapporto che aveva con Nicola Lodi. Non era nella sua mentalità organizzare una cosa del genere. Non era nella sua indole: era abbagliata da Lodi, era succube. Qualsiasi cosa dicesse, lei la faceva. Lei era una vera e propria esecutrice. Lui era la mente e lei il braccio”.

“Mi sembrava tutto surreale, per me non poteva essere vero”, ha proseguito Ferraresi, raccontando poi alcune confidenze ricevute da Rossella Arquà, dopo lo scoppio del caso. “Mi chiese aiuto dicendo che era stata fregata come ero stata fregata io e che era nel panico. Mi disse che Nicola Lodi l’aveva buttata in mezzo al mare senza salvagente e che la voleva rovinare. Ferraresi ha poi aggiunto: “Mi chiese consiglio per un avvocato che le avevano dato d’ufficio e che, secondo lei, si era messo d’accordo con Lodi per farle prendere le responsabilità. Mi disse che non aveva fatto tutti quei reati e che non poteva prendersi la colpa per cose che non aveva fatto“.

Anche Stefano Solaroli, ex consigliere della Lega, è stato ascoltato in aula come testimone. “Tra Arquà e Nicola Lodi c’è sempre stato un rapporto di amicizia e fiducia, mai acredini o litigi, e quindi non so perché Rossella abbia fatto queste cose. Me lo sto chiedendo ancora e mi meraviglio, perché non la reputavo una persona in grado di fare un certo tipo di cattiverie. Per me è sempre stata una persona buona“. “Forse ha visto decentrare le sue mansioni e magari si sentiva depauperata”, ha aggiunto. Il giudice Giuseppe Palasciano gli ha quindi chiesto se, a suo avviso, Rossella Arquà potesse aver agito su richiesta di Lodi. “Non penso che gliel’abbia chiesto Lodi, non ne capirei il motivo e perché fargliela così di impatto: non le avrebbe chiesto di mentire su una piccola cosa. Sarebbe gravissimo”, ha risposto Solaroli.

Tra gli agenti della Digos che svolsero attività di osservazione su Rossella Arquà, dai servizi di appostamento dal domicilio fino alla sede della Lega e nel recupero notturno di un bidone della carta in cui furono trovate lettere con ritagli di giornale, figura anche Gianluca Cestari. “I sospetti su Arquà c’erano, ma non so da chi venissero e quali fossero. Noi abbiamo svolto il servizio su indicazione del dirigente D’Avino, ma non ho mai avuto contatti con Nicola Lodi e non sono a conoscenza di rapporti confidenziali tra lui e la Digos. Se c’erano, erano sicuramente rapporti istituzionali“. L’agente è stato inoltre sentito in relazione a una chat con il consigliere comunale di centrodestra Luca Caprini, ex poliziotto e sindacalista Sap, in cui, commentando un articolo su Anna Ferraresi precedentemente condiviso nella chat di gruppo della Digos, Cestari avrebbe scritto “par mi l’ha rot al caz“. “È una semplice considerazione, un’affermazione che però io non ricordo” ha spiegato Cestari.

Durante l’udienza è stato affrontato anche il capitolo delle telecamere che Nicola Lodi fece installare tramite l’agenzia Securfox, sia dentro che fuori la sede della Lega di via Ripagrande. L’attività di videosorveglianza avvenne dal 19 aprile all’11 giugno 2021 e fu pagata dallo stesso Lodi 500 euro più IVA. Per le riprese esterne furono utilizzate tre automobili: una Fiat Stilo dell’agenzia fino al 5 maggio, una Toyota Prius “che fu fatta trovare sul posto da Lodi” fino all’11 maggio e, successivamente, fino alla fine, una Opel Tigra dell’ex consigliere – oggi assessore a Copparo – Fabio Felisatti. Le telecamere, secondo quanto emerso, registravano h24, disponibili su richiesta del cliente quando arrivavano le varie lettere, come spiegato da Matteo Benea, uno dei soci dell’agenzia.

Il 5 maggio 2021 Arquà si sarebbe avvicinata a una delle vetture, probabilmente sospettando. “Lodi mi disse che Arquà si era accorta delle telecamere esterne, si era avvicinata alla macchina per vedere se c’era telecamera e quindi propose di installare le telecamere dentro la sede” ha ricordato Benea. Proprio dal 5 maggio “iniziammo a sospettare di Arquà, quando Lodi ci pose il dubbio” ha proseguito l’imprenditore. Nonostante il successivo cambio di automobile, l’imputata avrebbe comunque fatto lo stesso il 27 maggio con l’Opel Tigra. “Arquà – ha aggiunto Benea – sapeva della prima vettura. Lodi disse che lei era a conoscenza di un’autovettura che probabilmente registrava. Secondo me fu Lodi ad avvisarla inizialmente, non sospettando di lei quando ci diede l’incarico. Fu un’ingenuità”, ha dichiarato Benea.

Già sentito in precedenza, Nicola Lodi sarà nuovamente riascoltato alla prossima udienza, come richiesto dalla pm Isabella Cavallari della Procura di Ferrara, dati i “molteplici aspetti” da chiarire, come sottolineato dal giudice Giuseppe Palasciano. Lo stesso giudice ha invece citato come proprio testimone Fabrizio Bellini, ex ispettore della Digos. Si torna in aula il 22 luglio.

 

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