Il movimento di Genova 2001 è morto? È la domanda che le nuove generazioni rivolgono più spesso a chi, nel luglio di venticinque anni fa, era nelle strade del capoluogo ligure. La riposta degli attivisti ferraresi non è consolatoria, ma nemmeno definitiva: quel movimento non è scomparso, si è frammentato.
Dopo Genova, l’impegno continuò. Anche a Ferrara.
Francesca Battista ricorda la nascita del Forum per la pace dopo l’attacco alle Torri Gemelle e l’inizio della guerra in Afghanistan. Per tre settimane un tendone rimase in piazza, ospitando incontri e iniziative quotidiane. Alla marcia Perugia-Assisi partirono dieci pullman. Seguirono il Forum sociale europeo di Firenze, le proteste contro la guerra in Iraq e le mobilitazioni in difesa dell’articolo 18.
Non ci fu quindi una morte improvvisa, ma una progressiva perdita di unità. Con il passare del tempo, le diverse componenti tornarono a occuparsi soprattutto del proprio ambito: gli ambientalisti dell’ambiente, i pacifisti delle guerre, i sindacati del lavoro, le associazioni dei diritti sociali.
Leonardo Fiorentini usa l’immagine di un martello che colpisce una moltitudine. Per non essere schiacciati, tutti scappano in direzioni diverse. Molti continuarono a lottare, ma si persero di vista.
Stefania Andreotti parla di Genova come di un “trauma collettivo”, capace di interrompere una linearità non soltanto individuale, ma sociale. Per anni fu difficile parlarne con chi non aveva vissuto quei giorni, con chi non comprendeva o minimizzava. Quella frattura, però, non ha cancellato le ragioni dell’impegno: le ha consegnate alle generazioni successive, insieme alla necessitò di trovare nuove forme per esprimerle.
La principale novità di Genova era stata proprio la capacità di tenere insieme persone e organizzazioni lontanissime. C’erano ecologisti, pacifisti, sindacalisti, femministe, associazioni cattoliche, centri sociali, scout, anarchici e cittadini privi di qualsiasi appartenenza politica.
Oggi si parlerebbe di intersezionalità. Allora il termine non era così diffuso, ma la pratica esisteva già: riconoscere che crisi ambientale, sfruttamento del lavoro, disuguaglianze, guerre, migrazioni e discriminazioni non erano questioni separate.
Luca Greco la definisce un “insieme intersezione”: il punto, difficile da individuare, nel quale esperienze differenti smettono di concentrarsi su ciò che le divide e riconoscono ciò che le unisce. A Genova quel punto era riuscito a tenere insieme persino le suore e le tute bianche.
È questo il lascito che gli intervistati considerano necessario recuperare.
Negli ultimi venticinque anni le mobilitazioni non sono mancate. La Val di Susa ha costruito una resistenza territoriale durata decenni. I movimenti climatici hanno riportato in piazza una nuova generazione. Le lotte sul carcere, contro il razzismo e per i diritti delle persone migranti hanno continuato a produrre organizzazione.
Quasi sempre, però, attorno a un tema specifico. La difficoltà rimane passare dalla somma delle battaglie alla costruzione di una visione comune.
Le mobilitazioni per la Palestina hanno dimostrato che quella possibilità esiste ancora.
Negli ultimi due anni, anche a Ferrara, realtà che avevano lavorato separatamente hanno cominciato a ritrovarsi nella Rete per la pace e nelle iniziative di Ferrara per la Palestina, osservano Barbara Diolaiti e Luca Greco.
Greco indica come momento simbolico lo sciopero promosso da Ferrara per la Palestina che ha visto Cgil e Usb insieme. Un’unità insolita, mai vista prima, che riuscì a coinvolgere più persone di quante le due organizzazioni avrebbero probabilmente mobilitato separatamente.
“Litigheremo su tante altre cose, ma su quel punto siamo stati capaci di tenerci insieme”, afferma Greco, che in quella giornata del 3 ottobre a Ferrara ha riconosciuto qualcosa dello spirito di Genova: non l’assenza di differenze, ma la decisione di non permette che le differenze impedissero un’azione comune.
La sfida è evitare che l’unità scompaia quando diminuisce l’attenzione sull’emergenza. La Palestina può diventare il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla guerra, sul riarmo, sul colonialismo, sul diritto internazionale e sulla competizione per le risorse.
Anche la crisi climatica può ricongiungere battaglie diverse. Barbara Diolaiti e Sergio Golinelli ricordano che nel 2001 veniva ancora descritta come un problema lontano. Oggi Ferrara, città di pianura, umida e con scarso ricircolo d’aria, ne sperimenta direttamente gli effetti.
Per ricostruire un movimento servono però anche luoghi nei quali incontrarsi. Quando le persone vengono lasciate da sole davanti al potere, diventa più difficile persino immaginare un’alternativa. Da questa riflessione di Barbara Diolaiti si ritorna a Ferrara: non bastano spazi nei quali consumare o assistere a un evento, servono luoghi nei quali discutere, organizzarsi e riconoscersi in una collettività.
Non si tratta di riprodurre Genova. Le proposte di venticinque anni fa devono essere aggiornate. Ma i principi restano: i diritti non possono dipendere dal luogo di nascita; il pianeta non può essere consumato nell’interesse di pochi; la sicurezza non può diventare cancellazione del dissenso; la pace non può essere affidata al riarmo.
Il movimento non è morto. Vive in forme più piccole e intermittenti, nei territori, nelle campagne climatiche, nella difesa delle persone migranti, nelle lotte sul lavoro e nelle piazze per la Palestina.
A volte sembra assopito. A volte riappare per poche settimane. Il problema è trasformare quelle fiammate in una luce capace di durare.
Sul tavolo, intanto, continuano a passare le fotografie di Genova scattate da Stefania Andreotti. Le mani dipinte di bianco, i sorrisi, i corpi vicini gli uni agli altri. Quelle immagini non raccontano soltanto ciò che è stato distrutto.
Mostrano ciò che potrebbe essere ancora ricostruito: il punto nel quale persone diversissime smettono di guardare ciò che le separa e riconoscono finalmente ciò che le tiene insieme.