Le fotografie passano di mano in mano sul tavolo. Sono stampate su carta, scattate con l’analogica. In alcune si vedono fiumi di persone, volti sorridenti, striscioni colorati, il mare. In altre ci sono mani dipinte di bianco e sollevate verso il cielo. Poi compaiono i caschi, le camionette, il fumo, gruppi di persone vestite di nero e strade che, nel giro di poche ore, diventano irriconoscibili.
Leonardo Fiorentini, Francesca Battista, Stefania Andreotti, Barbara Diolaiti, Sergio Golinelli e Luca Greco se le passano mentre ricordano Genova, luglio 2001. Venticinque anni dopo, nei loro occhi è rimasta la rabbia. Ma prima della rabbia c’era stata la speranza.
Per tutti esiste un prima e un dopo Genova. Il prima è fatto di riunioni, volantini, incontri nelle associazioni e iniziative in piazza a Ferrara. È fatto soprattutto della convinzione che un altro modo di organizzare il mondo fosse possibile.
Fiorentini militava nei Verdi e animava la Rete Lilliput, un insieme di associazioni pacifiste, ambientaliste e non violente. Battista, poco più che ventenne e studentessa universitaria, aveva cominciato a frequentare la rete come rappresentante del gruppo ferrarese di Amnesty International, per poi proseguire come attivista. Insieme ad altri aveva partecipato per mesi a un percorso di preparazione all’azione diretta nonviolenta, guidato anche da Daniele Lugli.
Non si preparavano a combattere. Imparavano a non reagire, a tenere unito il gruppo, ad affrontare situazioni di tensione e a mostrare chiaramente le proprie intenzioni pacifiche.
A Ferrara avevano già organizzato dibattiti e iniziative. Una di queste aveva trasformato simbolicamente la piazza nella tavola degli otto grandi della Terra, delimitata da una piccola “zona rossa”. Una protesta contro il recinto vero che, a Genova, avrebbe separato i potenti dal resto del mondo.
La città estense non viveva un fermento paragonabile a quello dei grandi centri universitari. Erano, ricorda Fiorentini, “i soliti che facevano le solite cose”: qualche studente, militanti di lungo corso, ambientalisti, pacifisti, persone provenienti da partiti, dal sindacato, dal volontariato cattolico e dalle associazioni. Una realtà limitata nei numeri, ma capace di far dialogare mondi diversi.
Anche le istituzioni locali parteciparono all’organizzazione. Nel 2001 il Consiglio provinciale di Ferrara approvò un ordine del giorno presentato dalla consigliera dei Verdi Barbara Diolaiti. Il documento impegnava la Provincia a organizzare due pullman per la manifestazione conclusiva di Genova. Diolaiti e Sergio Golinelli, allora assessore provinciale all’Ambiente, contribuirono così a portare nel capoluogo ligure quasi ottanta persone.
A rileggerla oggi, quella scelta sembra appartenere a un’altra epoca politica: un’amministrazione pubblica non si limitava a riconoscere la legittimità del dissenso, ma contribuiva materialmente a permettere ai cittadini di manifestarlo.
Il conto complessivo dei ferraresi presenti a Genova cresce nei ricordi. Ai passeggeri dei pullman vanno aggiunti quelli arrivati autonomamente, quelli partiti in treno e il gruppo già presente da alcuni giorni. Le stime degli intervistati oscillano tra cento e duecento ferraresi.
Fiorentini e Battista partirono il mercoledì insieme ad altri attivisti. Dormivano alla Sciorba, lo stadio messo a disposizione dal Comune di Genova e utilizzato anche come campo base da alcune componenti del movimento.
Il giovedì parteciparono al corteo per i diritti delle persone migranti. È il ricordo luminoso che precede lo spartiacque.
“Fu una manifestazione tranquilla, meravigliosa”, ricordano Battista e Fiorentini. Le mani bianche erano il simbolo di una presenza disarmata. C’erano musica, famiglie, persone arrivate da molti Paesi. Fiorentini ricorda di non aver quasi visto poliziotti lungo il percorso. Rimanevano lontano, dietro i dispositivi predisposti per proteggere la zona rossa.
Il venerdì mattina, in piazza Manin, la Rete Lilliput, le Donne in Nero e molte altre associazioni si prepararono a un’azione nonviolenta. C’erano don Andrea Gallo, Dario Fo e Franca Rame. L’obiettivo era avvicinarsi alle barriere senza sfondarle, attraverso un sit-in preparato nei giorni precedenti.
Per alcune ore tutto si svolse come previsto. Poi, nelle strade vicine, cominciarono i danneggiamenti. Partirono gli idranti e le prime cariche. I manifestanti pacifici, secondo le testimonianze, si ritrovarono stretti tra i black bloc e le forze dell’ordine.
Gli attivisti tentarono per tutto il pomeriggio di raggiungere piazzale Kennedy, la base logistica del Genoa Social Forum. Ogni strada sembrava chiudersi. Ogni volta che provavano ad avanzare dovevano tornare indietro o scappare da una nuova carica.
Lungo il tragitto il loro gruppo si ingrossava. Si aggiungevano persone rimaste sole, separate dagli amici o già ferite. Gli avvocati volontari presenti in città raccomandavano di non dividersi.
I cellulari smisero presto di funzionari. Le notizie arrivavano per voci spezzate: era morto un manifestante, forse uno spagnolo, forse sono ne sono morti due. Soltanto dopo seppero che in piazza Alimonda era stato ucciso Carlo Giuliani.
“Per noi ci fu proprio un prima e un dopo in quelle quattro giornate”, dice Battista. Prima c’erano l’entusiasmo, i dibattiti, il corteo dei migranti. Dal venerdì, la paura.
A piazzale Kennedy gli elicotteri continuarono a girare sopra le loro teste. Sciorba era lontana e Genova era bloccata. Dormire fuori dal centro, in un luogo isolato, non sembrava più sicuro. Si valutò così di passare la notte successiva alla scuola Diaz, dove si trovavano spazi per i manifestanti e il media center. Quello che allora appariva un rifugio sarebbe diventato, poche ore più tardi, il luogo del più feroce pestaggio di quei giorni. Per fortuna, la spossatezza di quelle giornate convinse il gruppo di ferraresi a tornare a casa e a non dormire alla Diaz.
E mentre il gruppo ferrarese già presente a Genova cercava di capire come muoversi, a Ferrara era in corso un’assemblea. Dopo la morte di Giuliani, chi si era prenotato per la partenza di sabato doveva decidere se partire ugualmente.
Non fu una scelta presa a cuor leggero. Alcuni rinunciarono. La partecipazione dei minorenni venne sconsigliata, perché nessuno si sentiva di assumersi questa responsabilità. Altri decisero invece che restare a casa avrebbe significato permettere alla paura di vincere.
Diolaiti ricorda una decisione unanime: partire “per non contribuire alla vittoria della consueta strategia del terrore”.
Qualcuno non era nemmeno certo che i pullman sarebbero partiti. Luca Greco ricorda di aver deciso di raggiungere Bologna in auto insieme ai genitori, pronti a salire sul treno per Genova. Avevano appena ascoltato in televisione Carlo Giuliani definito un “punkabbestia”. Il papà di Greco lo disse chiaro e tondo alla sua famiglia: “Non ci sono alternative, un ragazzo è stato ammazzato. Andiamo a Genova”.
E così la mattina del sabato nei bagagli comparvero fazzoletti, acqua e limoni. “A cosa serviranno i limoni?”, si chiedevano Greco e tanti altri giovanissimi attivisti. Soltanto a Genova avrebbero capito che il succo li avrebbe aiutati ad attenuare l’effetto dei lacrimogeni.
Un dettaglio che racconta meglio di molti altri la loro ‘impreparazione’. A Ferrara i cortei erano stati quasi sempre tranquilli. Nessuno si stava preparano a una battaglia urbana.
Quando i pullman della Provincia e gli altri ferraresi arrivarono, chi era a Genova da giorni li vide scendere ancora energici. Ma gli altri sapevano già che quella non sarebbe stata una manifestazione come le precedenti. Il corteo partì con centinaia di migliaia di persone: vicini, mani alzate, nessuna reazione violenta.
Poi arrivarono le cariche.
“Eravamo tutti con le mani alzate”, ricordano Diolaiti e Golinelli. Davanti a loro avanzavano le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Per qualche istante pensarono che si sarebbero fermati. Non accadde. Il gruppo viene così diviso in due.
Barbara Diolaiti correva cercando di non perdere le altre persone, ma pensava soprattutto a Sergio Golinelli, scomparso nella confusione: “Continuavo a chiedermi se lo stessero picchiando”.
Nei vicoli incontravano cassonetti incendiati e cariche della polizia alle spalle. In una piazzetta due uomini in scooter cercarono di indirizzarli verso un vicolo. Il gruppo, ricorda Battista, già avvertito della presenza di persone che depistavano i manifestanti, non li seguì. Poco dopo, proprio da quella direzione, arrivò un’altra carica.
L’incontro con Beppe Caccia, allora vicino ai disobbedienti e conoscitore della città, permise a una parte dei ferraresi di aggirare gli scontri attraverso piazze deserte. Altri rimasero nella coda del corteo, caricata da dietro.
Nel sottopasso vicino a piazza Alimonda, tra il fumo e la folla, “pensai di morire”, confessa Greco. Quando ne uscì vide uno striscione appeso a un palazzo: “Benvenuti a Genova, cittadini del mondo”. La sensazione fu quella di rinascere: erano ancora vivi.
Più avanti, il servizio d’ordine della Fiom aprì il proprio cordone per far entrare alcuni manifestanti isolati. Alla testa del corteo, intanto, chi parlava dal palco non aveva ancora compreso quello che stava accadendo dietro. Le comunicazioni non funzionavano. I ferraresi cercarono di spiegare che il corteo era stato spezzato e che le persone venivano picchiate.
Uno di loro vide una suora colpita dai manganelli. E le camionette lanciate a tutta velocità per le strade, il rumore degli elicotteri. Poi la necessità di raggiungere i pullman parcheggiati nei pressi di Marassi.
Anche lì arrivarono i lacrimogeni. Contro le persone, contro i mezzi e contro gli autisti. Questi, spaventati, vollero partire immediatamente. Diolaiti e Golinelli si opposero. Non avrebbero lasciato nessuno a Genova. Aspettarono che tutti riuscissero a raggiungere i pullman: “Ripartimmo solo quando tutti furono arrivati”, ricorda Diolati. “In modo drammatico e rocambolesco riuscimmo a portare a casa tutti sani e salvi. Fu un’esperienza terribile. Fu davvero la sospensione dello stato di diritto”.
Mentre i pullman viaggiavano verso Ferrara, alla scuola Diaz cominciava l’irruzione. Le prime notizie arrivarono durante il ritorno, forse in un autogrill, attraverso telefonate e trasmissioni radio. L’entità di ciò che era accaduto sarebbe diventata chiara solo il giorno successivo.
Erano partiti per dire che un altro mondo era possibile. Tornarono avendo scoperto che, anche in una democrazia, i diritti ritenuti più solidi possono essere sospesi.
Nelle fotografie rimangono le mani bianche e i sorrisi. Ma quel momento, per chi aveva vissuto Genova, il rumore di un elicottero non sarebbe più stato soltanto quello.