Attualità
13 Luglio 2026
I “Ragazzi di don Bedin” raccontano la loro vita fuori dalle sbarre, alla ricerca di un futuro da costruire

Il mestiere di imparare a vivere liberi

di Redazione | 3 min

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Hanno letto le recenti notizie di disagi nei carcere di tutt’Italia e hanno pensato a quei “loro” che erano fino a poco tempo prima. Si sono riuniti e hanno voluto scrivere un pensiero comune da consegnare a queste pagine.

Loro si chiamano Xuljan, Desmond, Paolo B., Paolo S., Giacomo, Mihai, Sergio, Ignazio, Luca, Amza, Avni, Gianni, Artur, Andrea, Giorgio, Stefano. Con loro altre dieci firme che preferiscono rimanere nell’anonimato.

Sono tutti detenuti in regime di libertà vigilata e non lo nascondono: “durante quest’anno siamo fuori dalle sbarre grazie alla disponibilità della comunità di Pratolungo”.

Pratolungo, nei campi attorno a Cona, è una comunità di accoglienza gestita da Domenico Bedin. La struttura ospita persone uscite dal carcere o in situazioni di forte emarginazione, offrendo loro reinserimento lavorativo attraverso la cura di 24 ettari di verde. Al moneto sono accolte circa trenta persone.

E infatti si firmano in modo collettivo come “I ragazzi di d. Bedin”. “Veniamo tutti dal carcere di Ferrara e stiamo scontando in maniera alternativa la nostra pena. Alcuni in detenzione domiciliare, altri in affidamento in prova ai servizi sociali o in custodia cautelare aspettando la fine del processo, altri ancora ospiti qui perché alla fine della pena non sappiamo dove andare…”.

Xuljan e gli altri raccontano che “prima di arrivare qui, dove viviamo in comunità, abbiamo scontato la gran parte della pena in carcere oppure siamo arrivati direttamente perché siamo stati condannati a pochi mesi di carcere”.

Ciascuno di loro é seguito da un assistente sociale dell’Ufficio di esecuzione penale esterna di Bologna e dal Magistrato di Sorveglianza. “I Carabinieri e la Polizia vengono spesso a verificare la nostra presenza. Spesso di notte a qualunque ora. Solo tre di noi sono sostenuti da una retta grazie al progetto ‘Territori per il Reinserimento’, finanziato dalla Regione. Noi ci sosteniamo con le nostre attività di autofinanziamento”.

Dopo i primi tempi di ambientamento, “perché alcuni di noi hanno alle spalle anche 15 anni di carcere”, cominciano a cercare lavoro fuori dalla comunità “sia per contribuire al nostro mantenimento, ma soprattutto perché pensiamo al futuro che ci aspetta, come è già successo per esempio a Valentin o a Buschaid o ad altri”.

La lettera prosegue spiegando che “facciamo anche volontariato presso la mensa di Viale k o per altre esigenze delle persone povere. Viviamo con Domenico che ci fa da padre e con una carezza e una sgridata ci consiglia come camminare”.

Per loro “vivere insieme in comunità è molto diverso da vivere ammassati dietro le sbarre. Qui è più difficile perché dobbiamo tirare fuori disponibilità, correttezza, sincerità, spirito di servizio… cose lontane o estremamente rare in carcere. Qui, con grande fatica, dobbiamo smettere di prevaricare gli altri o di averne paura… di essere egoisti e chiusi”.

E “la cosa comincia a funzionare solo quando non ci si nasconde o non si resta omertosi, quando mettiamo sul tavolo le miserie, le ferite e anche i doni che ciascuno possiede e allora comincia la rinascita”.

“Le pene alternative per noi non sono uno svuotacarceri – concludono -, sono un’occasione per imparare a vivere liberi. E intanto sempre meno detenuti restano dentro fino alla fine senza preparare il proprio futuro”.

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