“Si muore di caldo in aula studio”: la denuncia di Link Ferrara
L'associazione degli studenti universitari dichiara di aver ricevuto numerose segnalazioni e chiede interventi per migliorare la fruibilità degli spazi universitari
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La nascita della prima Scuola di Birdwatching d'Italia diventa l'occasione per riscoprire uno dei più straordinari paradisi naturalistici d'Europa
La provincia di Ferrara non ha registrato alcuna segnalazione alla Garante regionale per l'infanzia e l'adolescenza nel corso del 2025, ma resta coinvolta nelle principali criticità che interessano il mondo dei minori in Emilia-Romagna, a partire dal crescente disagio psicologico e dal calo delle nascite
Dodici gattini sono stati trovati abbandonati nella mattinata di sabato 4 luglio in golena, a Riva del Po. A denunciare l'accaduto sono il Gattile Comunale di Ferrara – A Coda Alta e Gata Odv
Sabato 4 luglio si è svolto nella frazione di Marrara, negli spazi della parrocchia, un incontro che ha coinvolto l'intera comunità del paese, dai residenti più anziani ai più giovani, riunitisi per la prima volta in un unico appuntamento
È in corsa per rappresentare l’Italia agli Oscar 2027 nella categoria Miglior Documentario, ma per Francesco Gallo il vero obiettivo di “Denis 18.11.89” non è la statuetta. Il regista cosentino punta piuttosto a riportare sotto i riflettori internazionali una delle pagine più dolorose e controverse della cronaca italiana: la morte di Denis Bergamini.
Il cortometraggio, già premiato in numerosi festival internazionali e recentemente proiettato anche a Beverly Hills, sceglie però una strada diversa da quella della cronaca giudiziaria. Al centro non ci sono i processi, bensì il dolore di una famiglia, raccontato attraverso gli occhi della sorella Donata, evitando ogni forma di spettacolarizzazione.
Perché ha scelto di raccontare la storia attraverso la voce di Donata Bergamini, anziché concentrarsi sugli aspetti processuali?
“Il cortometraggio racconta le prime 24 ore dopo l’assassinio di Denis: da quando Donata riceve la notizia fino al viaggio dall’Emilia-Romagna alla Calabria. È un percorso drammatico durante il quale non riesce nemmeno a credere che suo fratello sia morto. Quando arriva trova un’accoglienza indecente: viene rimbalzata tra ospedale, caserma e forze dell’ordine, senza che nessuno volesse nemmeno mostrarle il corpo di Denis. Quando mi ha raccontato questi episodi sono rimasto sbigottito. Sono anche io calabrese e mi sono vergognato. Lì ho visto la tragedia nella tragedia. Ho deciso di raccontare quella goccia che, in realtà, conteneva tutto l’oceano del dramma processuale”.
Come si racconta una vicenda così dolorosa senza cadere nel sensazionalismo?
“Ci siamo affidati completamente alle parole di Donata. Il suo è un racconto asciutto, privo di retorica e di autocommiserazione. È una donna molto risoluta e sapeva esattamente cosa voleva raccontare. Anche nelle ricostruzioni abbiamo evitato la lacrima facile. La scena più complessa è stata quella dell’incidente: abbiamo trovato lo stesso modello di camion, ottenuto i permessi per girare di notte, ma non volevamo spettacolarizzare nulla. La storia di Denis parla già da sola. Volevamo soltanto farla conoscere il più possibile. È una vicenda che considero un rimosso nazionale: il più lungo e tragico giallo del calcio italiano, ma anche una pagina della storia del nostro Paese che meritava di essere riportata alla luce”.
Qual è stato il racconto che l’ha colpita di più durante la lavorazione?
“Quando Donata mi ha raccontato che, dopo quel viaggio infinito, lei e i suoi genitori arrivarono in Calabria e furono costretti ad aspettare tre ore perché il brigadiere doveva prima farsi la barba. Quell’episodio non era mai emerso prima. È stata una beffa nella beffa. In quel momento abbiamo capito che esisteva una storia ancora più profonda, che nessuno aveva mai raccontato”.
Il documentario è oggi tra le opere italiane in corsa per gli Oscar 2027. Che significato ha questo traguardo?
“Nell’ultimo anno e mezzo il documentario ha partecipato a numerosi festival internazionali, vincendo premi anche a Nairobi e Istanbul. Sono stati proprio questi riconoscimenti a consentirci di accedere alla prima fase della corsa agli Oscar, che abbiamo superato. A dicembre ci sarà una seconda selezione e poi, tra gennaio e febbraio, le nomination finali. È il sogno di qualsiasi regista, ma non rincorro la statuetta. Quello che mi interessa davvero è che questa storia continui ad avere un’eco internazionale. Se resta chiusa nelle carte processuali rischia di essere dimenticata. Il cinema, invece, può darle una forza e una diffusione completamente diverse”.
Che cosa spera rimanga a uno spettatore che non conosce la vicenda di Denis Bergamini?
“Spero che si immedesimi e che, uscendo dalla sala, si ponga delle domande. Soprattutto, che si chieda come è stato possibile che questa vicenda sia stata insabbiata per quasi 40 anni? Se anche uno spettatore dall’altra parte del mondo inizierà a chiederselo, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo. Mi sembrava un’ingiustizia che una storia così non fosse mai arrivata al cinema. Era arrivato il momento di dare finalmente il giusto spazio a Denis”.
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