La Polisportiva Centese si fa notare a Imola
Si sono svolti a Imola nelle giornate di sabato 27 e domenica 28 giugno 2026 i Campionati Regionali Individuali Juniores e Promesse
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A poco più di una settimana dalla fine della sospensione di diciotto mesi dovuta alla Legge Severino, durante la tarda mattinata di lunedì 29 giugno, la Procura di Ferrara ha avanzato una nuova richiesta di condanna a quattro mesi per Nicola ‘Naomo’ Lodi.
Il procedimento è quello per il presunto ‘dossieraggio’ in municipio nei confronti dell’ex consigliera comunale Anna Ferraresi. Lodi deve rispondere di trattamento illecito di dati – per cui è stata chiesta l’assoluzione per non aver commesso il fatto – e di diffamazione.
I fatti risalgono a maggio 2020 quando, secondo la ricostruzione avanzata dagli inquirenti, una mano anonima inviò al datore di lavoro di Ferraresi e ai gruppi consiliari alcuni plichi contenenti atti e annotazioni riservate riguardanti guai giudiziari che avevano coinvolto la donna. Guai risalenti al 2014, quando l’auto con a bordo l’ex consigliera venne fermata all’uscita del casello di Ferrara Nord dalla Polizia Stradale: risultò positiva all’alcoltest e le venne ritirata la patente. In quei plichi erano contenute copie dei verbali integrali della Polizia Stradale di Altedo, nonché copia dei referti dell’Ausl, completi di dati personali, della Ferraresi e del compagno di allora come nome, cognome e targa della loro auto.
Testimone chiave nel procedimento è Rossella Arquà che di quei plichi, come riferito nella precedente udienza, ne sarebbe venuta a conoscenza già nel febbraio 2020, alcuni mesi prima che il caso esplodesse pubblicamente, quando ancora era militante e consigliera della Lega. A mostrarle quei documenti, sarebbe stato lo stesso ex vicesindaco, che li custodiva in un cassetto “chiuso a chiave” della scrivania del proprio ufficio. Sarebbe stato proprio in quel frangente – aveva spiegato la donna – che Lodi le avrebbe confidato l’intenzione di utilizzare quel materiale inviandolo al datore di lavoro di Ferraresi. La successiva diffusione dei documenti ai capigruppo consiliari, invece, aveva dichiarato di averla saputa solamente dai giornali.
Durante la propria requisitoria, il pm Savino ha però ritenuto inattendibili le dichiarazioni accusatorie di Rossella Arquà, evidenziando come siano state rese soltanto dopo la vicenda delle lettere minatorie, procedimento nel quale la stessa Arquà è oggi imputata.
Per il pm, infatti, non è stata raggiunta la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la “manina” che distribuì i plichi fosse quella di Lodi. “Non è stato dimostrato che Lodi detenesse quei documenti“, ha affermato, spiegando che gli unici elementi a sostegno dell’accusa sono proprio le dichiarazioni di Arquà, la cui attendibilità è stata però esclusa “per le contraddizioni emerse nel corso dell’esame e per l’analisi dei comportamenti tenuti prima e dopo lo spartiacque rappresentato dalla vicenda delle lettere minatorie”.
Non essendo stata dimostrata né la detenzione né la diffusione dei documenti contenenti dati personali di Ferraresi, il pm ha quindi chiesto l’assoluzione dell’ex vicesindaco dall’accusa di trattamento illecito di dati e la condanna per la sola accusa di diffamazione a quattro mesi, pur riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per il comportamento di Lodi che, dopo la sospensione di 18 mesi per la Legge Severino, “si è messo a tacere“.
Non è d’accordo Fabio Anselmo, legale di parte civile, “basito” per la “quantità di informazioni errate dette dal pm” che si è “affannato a ricostruire una vicenda (quella delle lettere minatorie, ndr) estranea al capo di imputazione dell’attuale processo” con una “requisitoria giornalistica”. “In questo processo ci sono mille elementi di dossieraggio” ha aggiunto Anselmo, che ha definito Ferraresi e Arquà “due donne vittime di un comune spietato destino, che non le ha annientate solamente per la loro forza e la loro incrollabile fiducia“. Due donne che “hanno come comune denominatore quello di aver avuto le loro vite distrutte da Nicola Lodi”. “Rossella Arquà – ha proseguito – ha sempre detto la verità e mai si è sognata di fare la verginella“.
A difendere Nicola Lodi è l’avvocato Carlo Bergamasco, che ha chiesto l’assoluzione per entrambi i capi d’imputazione: per non aver commesso il fatto in relazione al trattamento illecito di dati e perché il fatto non costituisce reato per l’accusa di diffamazione. “Nessuno degli elementi logici addotti dalla parte civile costituisce un indizio: sono guizzi di intuizione, congetture, non prove dirette né base per un ragionamento indiziario, mentre sui documenti nella scrivania, è solo la Arquà a dirlo. Arquà che è saltata da un ramo all’altro a seconda delle sue convenienze ed è completamente priva di credibilità” ha spiegato l’avvocato nella propria arringa.
Il procedimento tornerà in aula il 23 settembre per repliche e sentenza.
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