di Giulio Fratta
“Che cos’hai scoperto?”, chiede Linda a sua sorella Azzurra:”Succede qualcosa al mio corpo, quando corro con il body”, risponde l’altra. Sembra nascondersi qualcosa di magico all’interno del quartiere nel quale vivono le due ragazze, una specie di energia destinata a palesarsi sempre di più con l’arrivo di Linda e sua madre Eva in paese, “scappate” dalla casa in Svizzera della ricca nonna iperprotettiva. Il ronzio delle zanzare ferraresi invade le case, quindi non si può far altro che uscire, così le tre bambine sono pronte alla loro prossima scoperta.
Il 17 giugno, all’Apollo Cinepark di Ferrara, una proiezione speciale ha interessato gli spettatori della sala 3: Le Bambine, unico film italiano in concorso all’ultima edizione del festival di Locarno, è stato presentato dalle registe stesse, le sorelle Bertani, insieme al sound designer della pellicola Lorenzo Confetta e al responsabile dell’Emilia Romagna Film Commission Fabio Abagnato. Estense.com ha intervistato Valentina e Nicole Bertani:
Le Bambine è un viaggio all’interno del mondo visto attraverso le avventure di ragazzine. Può, ogni tanto, l’occhio di un bambino essere più analitico di quello di un adulto, descrivere meglio la realtà in cui si vive?
Valentina: Secondo me no. In realtà, non può descriverla meglio, può descriverla con un filtro diverso, o meglio senza filtri. Io credo che la caratteristica delle protagoniste, Azzurra, Marta e Linda, sia quella di non avere proprio filtri che le separano dal mondo, dalla realtà e dalle scoperte, per cui ogni cosa accade per la prima volta.
Nicole: E soprattutto le bambine vivono tutte le loro esperienze in un modo fisico, perché sono delle bambine ancora piccole: quindi anche mentalmente, a volte, non riescono a capire esattamente quello che sta succedendo attorno a loro, però nel loro corpo lo sentono, è un’emozione.
Tre bambine si ritrovano a fronteggiare gli altri: in che modo un sogno (in questo caso quello di diventare grandi) diventa abbastanza grande da portare a realizzare grandi obiettivi?
V: Le nostre bambine non vogliono diventare grandi, le nostre bambine vivono nel presente, il 1997. Loro vivono benissimo in cortile, nella loro estate, diventano grandi per forza di cose. Le corse di Azzurra, le sperimentazioni sul corpo sono una conseguenza del suo diventare grande a livello fisico, però non è una volontà che esprimono, non è che è una cosa che cercano. Linda vorrebbe invece tornare bambina, per cui quello che diciamo sempre è che si tratta di una storia di formazione.
N: Don’t grow up, it’s a trap.
131 anni fa, nel seminterrato del Salon Indien du Grand Café du Boulevard des Capucines, si è tenuta la prima proiezione della storia. Come mai, quasi un secolo e mezzo dopo, l’uomo sente ancora il bisogno di sognare?
V: Secondo me ha ragione Sorrentino: la realtà è deludente, per cui bisogna rifugiarsi da qualche parte e la fantasia è molto più affascinante e interessante. Quindi, se tutta l’esperienza della propria vita è aspirazionale, è migliorativo proprio l’atto di vivere.
N: Secondo me i sogni e la creatività sono il motore dell’essere dell’essere umano, senza saremmo delle macchine.
La piccola Linda si allontana dalla casa della sua ricchissima nonna in Svizzera: perché l’essere umano sceglie di lasciare la sua zona di conforto per ottenere la libertà, nonostante sappia di andare incontro a una miriade di difficoltà?
V: Se non esistesse Lucignolo, Pinocchio se ne andrebbe mai da Geppetto? I Lucignoli della nostra vita ci portano via dalle comfort zone e quindi tutto sta nell’incontrare proprio Lucignolo, farsi male e capire che si può vivere al di fuori della zone.
N: Nel suo caso Linda non decide di abbandonare la casa della nonna, ma è la mamma che la forza ad abbandonare. In quella casa, Eva vede la sua vita con la nonna come una gabbia dorata.
Ferrara funge da sfondo alla vita di Linda e la sua banda, quando una città prende vita per diventare un personaggio anch’essa?
V: Sì, una strada diventa un mondo quando sei bambino e soprattutto quando si era bambini negli anni ’90, si avevano dei confini immaginari e si cercava, per non disobbedire, di non passarli mai. Non c’è proprio un vero viaggio verso il fuori. È un’implosione la nostra storia.
N: La strada via Terma, e quindi Ferrara, diventa una protagonista insieme a loro perché è il teatro delle loro avventure. Le bambine, in questa strada, si trovano, giocano, si annoiano e iniziano le loro storie. Quindi in questo senso la strada è quasi un luogo accogliente per i nostri personaggi.
Quanto coraggio risiede nell’artista per mettere a nudo le proprie emozioni in un’opera?
V: Ma allora devo dire che la nostra è un’operazione di family revenge. Abbiamo messo a nudo la nostra famiglia oltre che a noi e abbiamo messo in scena i nostri traumi, quindi è stato un modo per rielaborarli cercando di stare meglio. Ma poi non è accaduto.
N: Abbiamo raccontato anche la nostra migliore amica, per cui è stato comunque un percorso difficile, la nostra amicizia con lei, tutta la sua famiglia disfunzionale e anche la nostra famiglia disfunzionale. Tutte le famiglie sono un po’ disfunzionali, non esiste la famiglia perfetta se non negli spot pubblicitari che noi giriamo.
Che cos’è per voi il cinema?
V: Speriamo il nostro lavoro. La Settima arte non deve morire mai, adesso bisogna difenderla in questo momento fragile: è complicato per il cinema, per cui credo che ora vada difesa con tutta la forza e il talento.
N: Aggiungo che è un momento in cui dobbiamo resistere tutti insieme, perché è sicuramente un’arte da difendere e da tutelare. Più che resistere, bisogna lottare.