Cronaca
17 Giugno 2026
Pene complessive che vanno dai 12 anni e 2 mesi ai 6 anni e 8 mesi. L'avvocato Fabio Anselmo che assiste la cooperativa: "Ritengo di aver solamente fatto il mio lavoro e mi reputo soddisfatto per l'azienda che rappresento"

Camorra. Dopo l’esposto di Copma arrivano le condanne al clan D’Alessandro

di Davide Soattin | 4 min

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Novant’anni di carcere, con pene complessive che vanno dai 12 anni e 2 mesi a 6 anni e 8 mesi. Così ha deciso il gup del tribunale di Napoli nel procedimento con rito abbreviato a carico del clan D’Alessandro, arrivato in aula da uno stralcio della maxi-inchiesta che – lo scorso novembre – aveva portato a una ‘pioggia’ di arresti e denunce da parte della Polizia di Stato, dietro il coordinamento della Direzione Distrettuale. Parte civile nel processo c’era la ferrarese Copma che, attraverso un esposto – aveva denunciato i tentativi di infiltrazione da parte della Camorra.

Alla cooperativa di pulizie – assistita dall’avvocato Fabio Anselmo, che nella propria arringa aveva sottolineato “il grave danno d’immagine e reputazionale” – è stata riconosciuta fin da subito una provvisionale di 10mila euro, oltre al pagamento delle spese legali, mentre il risarcimento del danno sarà successivamente stabilito in separato giudizio.

Alla sbarra in questo filone, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso aggravata, c’erano finiti in tutto dieci imputati. Uomini e donne che, stando all’accusa iniziale, sotto la guida del reggente Pasquale D’Alessandro, primogenito del defunto boss Michele, tra l’inizio del 2023 e la fine del 2024, avrebbero messo in atto tentativi di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale di Castellammare di Stabia, con una svariati interessi anche all’interno dell’ospedale San Leonardo, dove la stessa cooperativa di via Veneziani possiede una serie di appalti.

Di questi, tre quelli coinvolti nelle carte d’indagine che parlano di Copma. Il 67enne cassiere e tesoriere del clan Michele Abruzzese e il 54enne Paolo Carolei, uno dei vertici dell’organizzazione, condannati rispettivamente a 7 anni e 8 mesi e a 12 anni. Con loro anche la 63enne Petronilla Schettino, moglie di Abruzzese, la cui posizione è stata invece stralciata e giudicata separatamente, dopo la richiesta di patteggiamento con riqualificazione del capo d’imputazione avanzata dalla propria difesa.

Nello specifico, stando all’esposto presentato lo scorso giugno alla Dda di Napoli, Copma era venuta a conoscenza episodi di violenza e pressioni da parte di alcuni dipendenti. Il riferimento è a un episodio in particolare, ritenuto inequivocabilmente intimidatorio, riguardante il contesto sindacale legato all’appalto relativo ai servizi di pulizia e di igienizzazione che la cooperativa gestisce, dopo aver ereditato per clausola sociale il personale che era già stato assunto dalla precedente ditta appaltatrice.

A finire in manette erano quindi stati i coniugi Abbruzzese-Schettino. Con loro, sotto la lente degli inquirenti, erano finite anche altre due donne, entrambe lavoratrici di Copma: Giuseppina Schettino, responsabile del personale e sorella di Giovanni Schettino, che avrebbe millantato l’appartenenza alla cosca, oltre che Filomena Cascone, moglie del boss 54enne Paolo Carolei, anch’egli arrestato nell’ambito della maxi-operazione. Sia Abbruzzese che Carolei erano già in carcere per altre vicende giudiziarie. Il secondo, tra l’altro, al 41 bis. Petronilla Schettino invece, al momento dell’arresto, era libera. Mentre non risultavano esserci provvedimenti né indagini a carico di Giuseppina e Giovanni Schettino e di Filomena Cascone.

Al centro della vicenda, come emerge dalle intercettazioni, l’intervento del clan in una disputa lavorativa tra le due Schettino. Nell’aprile 2024, i coniugi Abbruzzese-Schettino segnalarono a un rappresentante sindacale che Giuseppina Schettino ostacolava Petronilla nella gestione delle ore di lavoro, nonostante l’assenso della dirigente dell’azienda. Abbruzzese riferiva inoltre di aver parlato con il fratello di lei, Giovanni Schettino, sottolineando la scarsa affidabilità della donna, ritenuta dannosa per il clan, del quale peraltro avrebbe millantato di far parte, e responsabile di un esposto contro Pasquale D’Alessandro e Paolo Carolei.

Pochi giorni dopo, una nuova intercettazione documenta un ulteriore incontro con il sindacalista, durante il quale Abbruzzese raccontò di aver ricevuto un messaggio da Carolei che lo rassicurava sul suo interessamento alla vicenda Copma, invitandolo però al silenzio. Indicazione che Abbruzzese aveva poi trasmesso anche ad altri. Secondo gli investigatori della Dda di Napoli, Carolei sarebbe stato coinvolto dai fratelli Schettino, preoccupati per l’evoluzione della situazione. Dai dialoghi intercettati dagli inquirenti emerse quindi una realtà sconcertante: l’ingerenza del clan D’Alessandro anche nelle assunzioni in Copma.

Da qui la costituzione di parte civile della coop, rappresentata dalla presidente Silvia Grandi. Nell’atto veniva sottolineato come l’accostamento della società a presunti meccanismi di infiltrazione mafiosa, insieme al coinvolgimento diretto o indiretto di tre propri dipendenti, avesse provocato un evidente danno d’immagine, inteso come lesione della reputazione e della correttezza della propria attività professionale. La cooperativa ribadiva inoltre di essere inserita nella lista delle imprese non soggette a rischio di inquinamento mafioso istituita dalla Prefettura di Ferrara. “Ritengo di aver solamente fatto il mio lavoro e mi reputo soddisfatto per l’azienda che rappresento” è il commento dell’avvocato Fabio Anselmo.

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