di Diego Marani
In un recente articolo il giornale francese Le Monde si interroga su una questione cruciale: il declino della lettura lunga, accelerato da Internet, smartphone e intelligenza artificiale, rappresenta soltanto un cambiamento nelle abitudini culturali oppure segna la fine della civiltà fondata sul libro?
Il giornalista parte dalla celebre contrapposizione formulata dal teorico dei media Neil Postman nel 1985: mentre George Orwell temeva una società in cui i libri sarebbero stati proibiti, Aldous Huxley immaginava una società in cui nessuno avrebbe più avuto voglia di leggerli. Secondo Postman, la televisione aveva già inaugurato questa seconda prospettiva. Oggi, con i social network, gli smartphone e l’intelligenza artificiale, il fenomeno appare molto più radicale.
L’articolo ricorda che la paura dell’indebolimento del pensiero astratto non è nuova. Paul Valéry negli anni Trenta lamentava già l’incapacità dell’uomo moderno di sopportare la durata e la noia; Nietzsche difendeva la “lettura lenta” contro la fretta moderna; Georg Simmel osservava che la quantità di cultura disponibile cresce più rapidamente della capacità degli individui di assimilarla. Tuttavia, secondo diversi studiosi contemporanei, ciò che sta accadendo oggi non ha precedenti per ampiezza e velocità.
I dati sembrano confermare la crisi. In Francia quasi un terzo della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno. Le vendite librarie diminuiscono, i prestiti bibliotecari raggiungono minimi storici e le competenze di lettura mostrano segni di deterioramento. In Italia i dati sono ancora più allarmanti. I giovani sono i più colpiti dal fenomeno.
Alcuni studiosi parlano ormai della fine della “parentesi Gutenberg”, cioè del periodo storico aperto dall’invenzione della stampa nel XV secolo. Per secoli il libro ha strutturato il pensiero occidentale, ha favorito il ragionamento lineare, la verifica delle informazioni, il pensiero critico e la diffusione della conoscenza. La lettura avrebbe inoltre contribuito alla nascita dell’individualismo moderno, dell’empatia verso gli altri e persino dell’idea dei diritti umani.
Secondo certi autori staremmo entrando in una società “post-letterata”, nella quale la capacità di leggere e scrivere sopravvive, ma non costituisce più il fondamento della vita culturale e politica. Le società tornerebbero in parte a forme di comunicazione più simili all’oralità, dominate da immagini, video e flussi continui di informazioni. Alla fine è lecito chiedersi che male c’è nell’oralità. Omero non ha mai scritto una riga ma il suo poema sta alla radice di tutta la letteratura occidentale.
L’articolo sottolinea però che la questione non è soltanto culturale ma politica. La lettura profonda sviluppa concentrazione, capacità critica e autonomia di giudizio. Senza queste competenze, i cittadini diventano più vulnerabili alla propaganda, alla disinformazione, alle teorie del complotto e alle manipolazioni esercitate dalle grandi piattaforme tecnologiche.
La lettura insomma non è una pratica facile, richiede impegno e sforzo, come del resto ogni acquisizione culturale, quando per cultura non si intende l’intrattenimento e lo spettacolo ma quell’insieme di conoscenze che prescindono da ogni competenza pratica ma servono a nutrire lo spirito.
E qui entra in gioco la polemica che da settimane divide Ferrara sulla questione dei grandi eventi e sull’uso degli spazi cittadini per ospitare spettacoli e festival. Riducendo all’osso, il sindaco è convinto che l’intrattenimento che attira grandi folle anche negli spazi fragili del centro storico o nei parchi urbani sia il modo giusto per valorizzare la città.
Una parte dei residenti contesta invece questa pratica e reclama innanzitutto il rispetto dei regolamenti quanto a decibel, orari e ingombri e poi l’utilizzo di aree più adatte, come stadio e altri spazi fuori dal centro. Nessuno però mette in discussione i contenuti della cosiddetta politica culturale del sindaco, che pare essere condivisa anche da gran parte dell’opposizione.
Ne sono la prova l’ormai famoso abbraccio fra il presidente De Pascale e il sindaco Fabbri all’apertura del festival “Battiti” e le esplicite dichiarazioni di responsabili del Pd cittadino che hanno affermato di non voler cavalcare l’ondata di proteste contro il sindaco a questo riguardo, perché la considerano una battaglia inefficace ai fini elettorali.
La trovata dei più che patetici e ovviamente peripatetici Green Angels di Coop Alleanza, chiamati a ripulire le sporcizie lasciate dal concerto di Vasco al parco urbano, sono ulteriore testimonianza di una specie di connivenza che si è sviluppata fra una parte della sinistra ferrarese e la giunta al governo della città.
Il messaggio è chiaro: questa sinistra non vuole opporsi alla grande fiera dell’intrattenimento per non inimicarsi l’elettorato giovane che presume affezionato a questo tipo di eventi. E forse conta di vincere le prossime elezioni mimetizzandosi così efficacemente da destra populista e leghista al punto da far scomparire ogni differenza.
La strategia è avvilente: invece di proporre una sua idea e visione di città alla gente, questa sinistra preferisce seguire la gente, anche nelle sue derive. Se la gente diventa populista e poi razzista e anche omofoba, la sinistra lo sarà anche’essa. L’importante è vincere le elezioni. Ma la posta in gioco è ben più alta delle elezioni ferraresi e riguarda non solo Ferrara ma l’intera società e la visione che ne ha, se ne ha, la sinistra italiana.
Per suscitare e mantenere vivo quel pensiero critico, quell’autonomia di giudizio, che si va perdendo con l’abbandono della lettura, oltre all’intrattenimento bisogna praticare la cultura vera, che non sta sui palchi e sugli schermi ma nei monumenti, nelle chiese, nei musei e nei libri. Se la sinistra, che è sempre stata la forza politica della crescita sociale e dell’istruzione come strumento di affrancamento dalla sudditanza a qualsiasi potere, dal pregiudizio e dall’oscurantismo, abbandona la pratica della cultura e la battaglia della consapevolezza e della responsabilità dell’individuo, ha perso la sua ragion d’essere.
Ci sono molte maniere di utilizzare il nostro patrimonio culturale cittadino per sviluppare eventi culturali che assieme all’intrattenimento offrano la crescita personale, l’arricchimento dell’animo, la spiritualità di cui c’è tanto bisogno e la pratica del bello. In altri articoli ho proposto diverse idee a questo riguardo che non sto qui a ripetere ma che sono sotto gli occhi di chiunque si prende la briga di fare un giro in città, di entrare in una chiesa o di sfogliare un libro d’arte o di storia.
Non sto qui proponendo congressi scientifici, seminari letterari e altri barbosi raduni ma la rivitalizzazione del vero spirito ferrarese, dei suoi scrittori e dei suoi artisti con percorsi a tema, produzioni cinematografiche e teatrali, con il rilancio della musica di cui Ferrara è stata una capitale nel recente passato ma soprattutto con la ricerca e lo sviluppo, che sono il motore indispensabile per la crescita economica di cui in Italia abbiamo urgente bisogno.
Ricerca ad esempio nelle nuove tecnologie con aiuti a piccoli imprenditori per suscitare a Ferrara un’industria creativa, non solo nei campi tradizionali ma anche in nuovi settori, come il design, la moda, il turismo verde o magari gli sport acquatici e il volo aereo con il rilancio dell’aeroporto o il cicloturismo con piste attrezzate e ostelli e questi sono solo pochi esempi.
Innovazione tecnologica nelle guide virtuali, nei videogiochi legati al nostro patrimonio, nella ricostituzione visiva di siti archeologici etruschi, nella produzione televisiva. Tutta questa vitalità non la si suscita con quattro botti di concerto e il baccano di un karaoke ma seminando quella conoscenza e quella curiosità, quella creatività e quella capacità di astrazione che vengono solo dal pensiero complesso, che richiede tempo e ponderazione ma che sta alla base di ogni progresso. Un delicato ecosistema culturale che si coltiva nel tempo e richiede grande cura, che non si improvvisa ma si costruisce un poco alla volta.
Ecco a cosa sta rinunciando la sinistra ferrarese che abdica al suo ruolo e invece abbraccia una destra che non è neppure vera destra ma puro populismo senza idee e senz’anima.
La sinistra lo sarà anch’essa?