“Samanta è stata uccisa dentro un sistema che continua a produrre subordinazione, isolamento e violenza”. Da questa affermazione, pronunciata in piazza Cattedrale durante il presidio per Samanta Zironi, è partita la riflessione proposta dai collettivi Ferrara Transfemm, Out!* e Link Ferrara, con l’adesione del Laboratorio Consenso, promotori della mobilitazione che ieri (giovedì 4 giugno) ha riunito due centinaia di persone nel cuore della città.
Un’iniziativa che ha voluto spostare l’attenzione dal singolo fatto di cronaca alle responsabilità collettive e politiche che, come hanno ribadito da piazza Cattedrale, stanno alla base della violenza di genere. Per questo, le mobilitazioni non si fermano qui. Il prossimo appuntamento è la “Camminata per Samanta”, promossa dal Laboratorio Consenso, che si terrà mercoledì 10 giugno alle 18 al Barco, con partenza da via Maragno.
Ad aprire il presidio di ieri è stato il rumore delle chiavi di casa fatte risuonare dai partecipanti, prima di lasciare spazio agli interventi al microfono. Tra i presenti anche la Cgil e numerosi esponenti politici locali: la consigliera comunale Marzia Marchi del Movimento 5 Stelle, le consigliere del Partito Democratico Sara Conforti, Anna Chiappini e poi Enrico Segala, la consigliera regionale dem Marcella Zappaterra, la segretaria Giada Zerbini, e ancora il consigliere Fabio Anselmo. Nessun rappresentante, invece, dell’amministrazione comunale di maggioranza.
Tra gli interventi in piazza, è stata contestata la tendenza a raccontare il femminicidio come una tragedia privata o il gesto imprevedibile di un singolo individuo: “Ogni volta che la violenza di genere viene raccontata come il gesto incomprensibile di un singolo uomo, vengono cancellate le condizioni che la rendono possibile, trasformando un fenomeno collettivo in una vicenda individuale”.
Una riflessione che ha intrecciato il tema della violenza maschile contro le donne con quello delle disuguaglianze economiche e sociali. “Ogni consultorio chiuso, ogni servizio tagliato, ogni lavoratrice sottopagata, ogni famiglia lasciata sola davanti alla cura di figli, anziani e persone fragili è il risultato di precise scelte politiche”, è stato detto, chiedendo maggiori investimenti in prevenzione, sostengo economico, salute mentale, educazione affettiva e case rifugio.
Tra gli interventi più applaudi quello di Alice, giovane residente a Barco, che ha concentrato il proprio discorso sulla tendenza a cercare capri espiatori dopo episodi di questo tipo. Partendo dai commenti apparsi sui social nelle ore successive al femminicidio – “Indovina la provenienza dell’aggressore”, “Sarà la solita risorsa” – ha denunciato quella che ha definito un meccanismo di deresponsabilizzazione collettiva.
“È molto più semplice puntare il dito verso una categoria di persone lontana d noi che guardare in faccia la realtà: la violenza di genere è un problema strutturale”, ha affermato. “L’immigrazione qui non c’entra niente. In questo caso il colpevole è italiano e il capro espiatorio non funziona più”.
“Sono stanca di vivere in una società che insegna alle donne a difendersi, piuttosto che insegnare agli uomini come ci si comporta”, ha detto Alice, rivolgendosi direttamente agli uomini e lanciando un appello alla responsabilizzazione reciproca: “Quando un amico fa una battuta misogina o usa parole offensive verso una donna, non ridete e non state zitti. Intervenite. Gli uomini si ascoltano tra loro molto di più di quanto ascoltano noi”.
Il suo intervento si è concluso con gli applausi della piazza: “Non proteggiamo le nostre figlie dalla violenza, educhiamo i nostri figli a non violentare”.
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