Cronaca
27 Maggio 2026
In primo grado la pena era stata di 16. Per la procura l'ex fidanzata Isabella Internò avrebbe agito con premeditazione

Omicidio Bergamini. In Appello il pm chiede di portare la condanna a 23 anni

di Redazione | 4 min

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La Procura torna a chiedere una condanna più pesante per Isabella Internò nel processo d’appello sulla morte di Denis Bergamini. Nell’udienza davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, il procuratore Luca Primicerio – applicato come sostituto procuratore generale – ha chiesto di rideterminare la pena a 23 anni di reclusione, rispetto ai 16 anni inflitti in primo grado nell’ottobre 2024 per omicidio volontario in concorso con ignoti.

La richiesta ricalca quella già avanzata dalla pubblica accusa nel processo di primo grado. Secondo l’accusa, infatti, devono essere riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei motivi abbietti e futili, considerate equivalenti e non soccombenti rispetto alle attenuanti generiche.

Nel corso della lunga requisitoria, Primicerio ha contestato l’impostazione dell’appello della difesa dell’imputata, accusata di aver analizzato i singoli elementi della vicenda in modo frammentario senza considerarli nel loro insieme. Per il pm, invece, la sentenza di primo grado avrebbe già dato risposta ai tre quesiti centrali del caso: cosa accadde a Bergamini, chi ne fu responsabile e quale fosse l’elemento psicologico alla base del delitto.

Ripercorrendo testimonianze, consulenze tecniche e perizie maturate nel corso del procedimento – culminato anche con la riesumazione del corpo nel 2017 – il magistrato ha ribadito che “non vi possa essere tesi alternativa all’omicidio”. Secondo la ricostruzione accusatoria, il centrocampista originario di Argenta sarebbe morto per “asfissia meccanica violenta” prima di essere travolto dal camion guidato da Raffaele Pisano il 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico.

“Denis è stato soffocato e poi sormontato dal camion quando era già morto o in limine vitae”, ha sostenuto Primicerio, ricordando come diversi riscontri scientifici e testimonianze convergano verso questa conclusione. L’ipotesi è che il soffocamento sia avvenuto pochi minuti prima del presunto investimento, forse utilizzando un sacchetto, e che successivamente sia stato simulato un suicidio lungo la statale 106.

Per la Procura, inoltre, il movente sarebbe esclusivamente passionale, legato alla relazione sentimentale tra Bergamini e Internò e al mancato matrimonio dopo l’aborto della donna. “Non ci sono altri moventi se non quello passionale”, ha affermato il pm.

Parole dure anche sul comportamento dell’imputata, accusata di avere sostenuto per oltre trent’anni una versione incompatibile con gli elementi emersi nel processo. “Mente da oltre 30 anni parlando di un suicidio che non c’è mai stato”, ha dichiarato Primicerio, sostenendo che le testimonianze raccolte abbiano delineato non solo il movente ma anche il ruolo avuto da Internò nella pianificazione dell’omicidio. Secondo l’accusa, la donna avrebbe avuto un ruolo di “incitamento dei correi” e di “adescatrice” della vittima.

Alle conclusioni della Procura si sono associate le parti civili. L’avvocato Fabio Anselmo ha respinto con forza l’idea, avanzata dalla difesa, di un presunto complotto orchestrato dalla Procura di Castrovillari insieme ai legali della famiglia Bergamini. “Se complotto c’è stato – ha dichiarato – è proprio quello che ha portato ad una doppia archiviazione del procedimento negli anni passati”.

Anselmo ha poi ripercorso le numerose incongruenze emerse nelle prime indagini sulla morte del calciatore, ricordando come inizialmente si parlò di sfondamento toracico, trascinamento del corpo e suicidio, ipotesi poi smentite dagli accertamenti scientifici e dalle stesse testimonianze ritrattate nel corso del processo. Il legale ha inoltre difeso la credibilità del supertestimone Francesco Forte, concludendo che “a Donata e alla sua famiglia è dovuta la condanna dell’imputata e le sono dovute delle scuse”.

Gli altri avvocati di parte civile, Alessandra Pisa e Silvia Galeone, hanno insistito rispettivamente sugli aspetti medico-legali e giuridici della vicenda. Pisa ha evidenziato come le prove scientifiche abbiano confermato l’asfissia antecedente al passaggio del camion, escludendo altre spiegazioni compatibili con il suicidio. Galeone, invece, ha sottolineato che il caso non può essere ricondotto a un omicidio preterintenzionale ma a un delitto con dolo eventuale, sostenendo che Internò fosse pienamente consapevole di quanto sarebbe accaduto quella sera.

Al termine dell’udienza, la Corte presieduta da Piero Santese, con Domenico Commodaro giudice a latere, ha rinviato il processo al 9 luglio per l’arringa della difesa dell’imputata, assente in aula. Presenti invece i suoi legali, Cataldo Intrieri e Angelo Pugliese. La sentenza d’appello è attesa con ogni probabilità dopo l’estate.

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