Attualità
10 Maggio 2026
L'ospite di Rete Pace: “Eravamo tutti svegli e abbiamo sentito il ronzio dei droni. Le radio hanno cominciato a non funzionare e abbiamo visto in lontananza delle luci rosse”

L’assalto di Israele alla Flotila. La ferrarese Negrini racconta “una notte senza precedenti”

(Foto di archivio)
di Redazione | 4 min

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di Tommaso Piacentini

Il sequestro in acque internazionali, la prigionia e il ricordo dei volti tumefatti dei compagni. Elettra Negrini, nata e vissuta a Ferrara e oggi residente in Australia, si trovava su una delle navi battenti bandiera italiana della Global Sumud Flotilla quando, la notte tra il 29 e il 30 aprile, i miliziani israeliani hanno abbordato e tratto in arresto 175 attivisti, di cui 24 italiani.

“Una notte che non ha precedenti”, come ha riferito lei stessa, perché senza precedenti è l’intervento militare di Israele in una zona così lontana da Gaza, a circa 60 miglia nautiche dalle coste greche. La sua è una delle prime imbarcazioni ad essere intercettate.

“Non abbiamo fatto in tempo a realizzare” ha spiegato Elettra durante l’incontro, promosso dalla Rete per la pace Ferrara, tenutosi ieri (sabato 9 maggio) alla Camera del lavoro. “Eravamo tutti svegli e abbiamo sentito il ronzio dei droni. Le radio hanno cominciato a non funzionare e abbiamo visto in lontananza delle luci rosse”.

Poi i fari dei gommoni israeliani che si accendono sulla Flotilla e l’incredulità degli attivisti: “Credevamo che fosse la guardia costiera greca. Ci hanno ordinato di andare verso prua, ma noi siamo stati lì. Al terzo avviso ci hanno detto che ci avrebbero sparato, così siamo andati, ci hanno fatto inginocchiare rivolti verso il mare, poi ci hanno fatti stendere e ci hanno ammanettati con fascette plastiche”.

Un’azione che Elettra paragona alla pirateria: “Israele ha sempre intercettato in acque internazionali, ma qui si sono spinti nelle acque europee: è l’ennesimo schiaffo al diritto internazionale”. Gli attivisti vengono fatti salire sui gommoni, quindi portati in una nave prigione, dove rimarranno per le seguenti 36 ore: “Ci hanno portati a poppa, nel frattempo alcuni compagni sono stati pestati o le fascette sono state strette tanto da fermare la circolazione”.

Iniziano così i primi abusi psicologici: “I soldati israeliani sono manipolatori: chiedevano ad alcuni compagni se preferissero la morte o il dolore. Un compagno si era dimenticato un coltello nel marsupio e i soldati gli si sono rivoltati contro. Cercano il pretesto affinché tu risponda ma la cosa fondamentale in quelle situazioni è la de-escalation”.

Poi l’arrivo alla nave-prigione: “Ci hanno messi in fila, in ginocchio. Andavamo avanti in ginocchio verso una scrivania dove ci hanno controllato i documenti. Poi ci hanno perquisito, facendoci tenere le mani su una bandiera di Israele”.

“Si entra così in un container di passaggio – ha proseguito Elettra – con una porta sulla destra dove si trovano altri container e i bagni. Sopra di noi il filo spinato”.

Molte le violenze verbali e fisiche. Elettra fortunatamente riesce a non subirne, ma le rivive nei ricordi e nei volti dei compagni: “La mattina della consegna alla guardia costiera greca sono partiti tre colpi quando abbiamo chiesto di vedere i nostri compagni, proiettili di gomma ma che servivano comunque a spaventarci. A Creta mi ricordo facce gonfie, sangue visibile, nasi rotti e costole rotte”.

É da quel momento che gli attivisti della Flotilla perderanno di vista i compagni Saif Abukeshe e Thiago Avila, trattenuti dai militari israeliani con l’accusa di terrorismo. Un comunicato dell’ong israeliana per i diritti umani Adalah ha annunciato, nelle ore successive all’incontro con Elettra Negrini, che “saranno consegnati alle autorità per l’immigrazione israeliane” nella giornata di ieri e che “rimarranno in custodia in attesa della loro deportazione”.

Saif si trovava nello stesso container di Elettra quando i soldati lo hanno portato via: “È importante sottolineare che in particolare il sequestro di Saif e Thiago è una responsabilità anche dello Stato italiano, perché entrambi si trovavano su un’imbarcazione che batteva bandiera italiana, il che li pone sotto la giurisdizione italiana”.

Da qui l’appello di Elettra a non rimanere indifferenti: “La Flotilla esiste perché gli Stati non prendono posizione contro Israele: è qui che la società civile interviene. La situazione a Gaza è disastrosa, violenze sempre crescenti e il cessate il fuoco non è mai esistito”.

“Siamo di fronte – ha proseguito Elettra – a qualcosa di già successo e a cui il mondo ha detto ‘mai più’. Ci stiamo abituando alla violenza, al massacro, al genocidio che stiamo quasi normalizzando”.

Una normalizzazione che Elettra ha trovato anche nelle parole di un commento di una cittadina ferrarese a un post di Rete per la Pace: “Una signora chiedeva cosa c’entrasse l’Italia con la detenzione di un ragazzo brasiliano. Viviamo in un mondo in cui abbiamo perso la capacità di vederci riflessi nell’altro e credo che lottare per un mondo migliore non sia un atto di coraggio, ma di consapevolezza e amore”.

“Siamo in un mondo in cui c’è tanta ignoranza emotiva – ha concluso Elettra -. Si deve trasformare il dolore che si sente in qualcosa di attivo”.
La Flotilla nelle prime ore di ieri ha ripreso la navigazione verso Gaza, sono ripartite dal porto di Creta dove si trovano anche quelle “navi greche che hanno permesso il sequestro e che hanno permesso agli israeliani di tenere Thiago e Saif”. Le vele gonfiate da quella solidarietà di cui sembra non essere rimasta più traccia.

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