Convalidato l’arresto del 25enne per la ‘sposa bambina’: resta in carcere
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Apertura di un'inchiesta per incendio colposo - al momento contro ignoti - e sequestro del locale contatori, da cui sarebbero partite le fiamme. Sono le prime due mosse che il pm di turno Stefano Longhi della Procura di Ferrara ha deciso per individuare le cause del rogo che, poco prima delle 4 di domenica 11 gennaio, ha reso necessaria l'evacuazione completa della torre B del Grattacielo di via Felisatti
“Un incendio al Grattacielo sarebbe una tragedia”. Fu quasi una cassandra l’allora sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani. Era l’inizio di dicembre del 2017 e una parte di città discuteva se demolire gli edifici di via Felisatti oppure procedere a una costosissima messa in regola.
Residenti e proprietari si riunirono in assemblea nello studio dell’ex amministratrice Tiziana Daví.
In quell’occasione Tagliani spiegò che le normative antincendio erano state trascurate per anni e i vigili del fuoco, alla fine dello giugno precedente, avevano lanciato l’allerta al Comune: nel caso divampasse il fuoco anche solo in un appartamento delle due torri principali “ci troveremmo di fronte a una tragedia”.
E che il Grattacielo potesse avere qualche problema a livello di certificati e impiantistica non era una novità per nessuno. Il Grattacielo per come era stato concepito negli anni ‘50 presentava infatti alcuni accorgimenti antincendio che purtroppo sono andati persi negli anni.
Due in particolare: una serie di cavedi per creare ricircolo d’aria nella tromba delle scale e la presenza di doppie porte in materiale ignifugo tra appartamenti e pianerottoli.
La situazione dieci anni fa era già compromessa: le doppie porte erano state rimosse o usurate, mentre all’interno dei cavedi correvano cavi elettrici e altri ostacoli. In sostanza, le originarie misure antincendio non esistevano più e negli anni non erano state nemmeno installate le manichette (ne occorrerebbe una per ogni piano) di emergenza.
In quelle condizioni, infatti, se fosse divampato un incendio in un appartamento, tutta la tromba delle scale si sarebbe riempita di fumo, perché i cavedi all’ingresso di ogni appartamento che fungevano da ‘camini’ e sfiatavano dal tetto erano ormai intasati o inutilizzabili.
Per salvare il Grattacielo occorrevano quindi due cose: circa 600mila euro, costo stimato dal perito per ripristinare e aggiornare le misure antincendio, e soprattutto la buona volontà e la trasparenza di tutti – nessuno escluso – i condomini. Il motivo era semplice: le verifiche di vigili del fuoco e tecnici pubblici erano relative alle parti comuni del palazzo, ma le situazioni all’interno dei singoli appartamenti rappresentavano un discorso a parte. Chi aveva installato impianti a Gpl o collegato il gas della cucina a stufette autonome era ovviamente fuori da ogni normativa. Occorrevano quindi tutte le certificazioni di tutti i circa 180 appartamenti del condominio.
Alla fine l’assemblea decise a maggioranza per la messa a norma. Ogni proprietario si sarebbe addossato la spesa di 7.500 euro.
Il piano antincendio viene approvato nel luglio 2018. Le opere da eseguire dovevano interessare sia gli spazi privati che quelli condominiali. In quelli privati andavano sostituite le attuali porte di ingresso con due porte tagliafuoco per ogni appartamento. Nel vano di ingresso andava installato un pressurizzatore in grado di ‘tirare’ i fumi all’interno di uno sfiatatoio, per consentire l’evacuazione dell’edificio. Nelle parti comuni c’erano invece da installare nuovi impianti come le luci di emergenza, un raccoglitore di acqua piovana per fungere da sistema antincendio, nuove manichette per l’acqua ad ogni piano, oltre a una revisione del sistema elettrico.
Qualcosa non funzionò a dovere, se è vero che nel 2020 la procura di Ferrara aveva aperto un fascicolo a carico di 21 persone (residenti e proprietari). Due le ipotesi di reato: violazione della normativa antincendio per edifici di altezza superiore ai 50 metri e violazione dolosa delle norme di antifortunistica.
Nel 2023 il pm Alberto Savio chiese e ottenne l’archiviazione del procedimento, dal momento che la tanto sospirata messa a norma era di fatto avvenuta. Facevano eccezione alcuni casi isolati di persone ormai irreperibili, titolari di appartamenti disabitati.
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