Cronaca
3 Ottobre 2024
Il racconto di una donna di nazionalità uruguaiana che arrivò in Italia nel 2015 dietro la promessa di fare la cameriera. Il suo sogno finì per trasformarsi in un incubo per mano di due connazionali che oggi sono a processo in tribunale a Ferrara

Prostituzione tra Ferrara e Bologna. Ricatto da 40mila euro per ottenere la libertà

di Davide Soattin | 3 min

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Sarebbe stata costretta, dietro minaccia, a vendere il proprio corpo per poter raccogliere e poi pagare, a chi la teneva in scacco, i 40mila euro necessari a ottenere nuovamente la libertà.

Protagonista – suo malgrado – della vicenda è una donna di nazionalità uruguaiana, vittima – secondo la Procura di Ferrara – di altre due donne, sue connazionali, oggi a processo con l’accusa di sfruttamento della prostituzione.

I fatti risalgono all’ottobre 2015, quando la donna – attraverso l’aiuto di un’amica che le fa da tramite – parte dall’Uruguay per l’Italia, dove le hanno promesso un impiego come cameriera.

Ad attenderla, all’aeroporto di Malpensa, ci sono tre persone. Due donne, le odierne imputate, e un uomo, che da Milano la portano a Ferrara, dove le danno vitto e alloggio in una casa.

Ben presto, però, le speranze di poter iniziare una nuova vita finiscono e la donna viene catapultata improvvisamente in un incubo, in cui le viene preso il passaporto e le viene imposto di prostituirsi lungo le strade della città.

L’obiettivo – come lei stessa ha raccontato ieri (mercoledì 2 ottobre) in aula – è quello di guadagnare 40mila euro, somma decisa dalle due aguzzine per poter uscire da quella situazione, senza che nessuno si faccia male.

Mi sono sentita impaurita e minacciata” ha riferito, davanti al collegio del tribunale, soprattutto “per il tono con cui mi parlavano che non era proprio amichevole” ha aggiunto, rispondendo alle domande del pm Ciro Alberto Savino.

Fai la brava che là (in Uruguay, ndr) hai la famiglia e anche io ce l’ho” le avrebbe detto una delle attuali imputate che – secondo la presunta vittima – apparterrebbe a una famiglia nota, in Sud America, per essere vicina agli ambienti della malavita.

A Ferrara ci resta venti giorni, poi viene trasferita a Bologna, dove continua a prostituirsi per un anno, consegnando alle ‘madame’ circa 250 euro ogni sera. Lì, grazie alla solidarietà di alcuni clienti, riesce a recuperare i soldi che le servono e viene finalmente liberata.

A distanza di quattro anni però, nel 2019, alle prese con una situazione familiare di gravissimo disagio economico, decide di contattare nuovamente le sue due aguzzine, a cui chiede di poter tornare nuovamente sulla strada. Lo fa per una settimana, lungo la via Emilia, poi non le vedrà più.

La vicenda in sé sarebbe finita qui. Nessuna denuncia, nessuna richiesta di aiuto, nemmeno quando, arrivata a Bologna, viene accompagnata in Questura per la richiesta di asilo.

Se oggi infatti, in tribunale a Ferrara, si sta celebrando il processo per sfruttamento della prostituzione, lo si deve solamente alla testimonianza del marito di lei che, denunciato da quest’ultima per maltrattamenti, in un altro procedimento aperto a Bologna, rivelò agli inquirenti il passato della donna.

Il racconto di lui fece così partire le indagini degli uomini della Squadra Mobile della Polizia di Stato di Ferrara che portarono a individuare le presunte responsabili dei fatti nelle due donne, oggi finite alla sbarra.

Ieri (mercoledì 2 ottobre) – come si diceva poco più su – la presunta vittima è stata ascoltata in aula, ma il suo esame è stato improvvisamente interrotto dopo che, sentita sulla circostanza del perché non abbia denunciato il fatto mentre stava effettuando la richiesta di asilo, ha riferito di essersi recata in Questura a Bologna, accompagnata dall’avvocato difensore di una delle imputate, che ora ha quindi – per ovvi motivi – rinunciato al proprio mandato e prossimamente potrà essere sentito come testimone nel processo.

Si torna in aula il 5 febbraio.

 

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