Il Ministero della Salute sta valutando se costituirsi o meno parte civile nel procedimento contro le dottoresse no vax Chiara Compagno e Marcella Gennari, coinvolte nella vicenda delle false vaccinazioni contro il Covid-19 per ottenere il green pass, scoperchiata dall’inchiesta Red Pass eseguita – dietro il coordinamento della Procura di Ferrara – dalla Guardia di Finanza.
La notizia è arrivata alla fine dell’udienza preliminare di ieri (mercoledì 18 settembre) in cui il pm Ciro Alberto Savino ha formalizzato – come richiesto dal gup Silvia Marini – le integrazioni al capo di imputazione con cui ha specificato il valore delle corresponsioni di denaro che le dottoresse avrebbero intascato dai pazienti per fingere l’inoculazione del vaccino e quello dei vaccini che, secondo il castello accusatorio avanzato dagli uffici di via Mentessi, sarebbero andati distrutti e buttati via, invece di essere iniettati.
Il dicastero guidato dal ministro Orazio Schillaci – infatti – è stato individuato come parte offesa nella vicenda, dopo lo smantellamento della struttura commissariale per l’emergenza Covid.
Insieme a Compagno e Gennari, è imputata anche Francesca Ferretti, figlia e assistente di Gennari: a tutte e tre vengono contestati a vario titolo i reati di falso, truffa ai danni dello Stato, corruzione e peculato.
Dalle indagini, grazie al posizionamento di telecamere nascoste da parte della Guardia di Finanza negli ambulatori delle dottoresse, gli inquirenti hanno potuto provare le modalità con cui, dietro pagamento, le due professioniste simulavano la somministrazione del vaccino anti Sars-CoV-2. Nelle riprese si vedeva una delle due professioniste fingere di inoculare il vaccino e svuotare la siringa nella garza. Il paziente voleva sentirsi rincuorare: “Tutto come prima?”. “Sì naturalmente, nel silenzio più assoluto. Non lo deve sapere neanche Dio” si raccomanda. A un’altra paziente affidava lo stesso patto di segretezza: “Il tuo silenzio per me è tutto. Non dovete parlarne con gli amici”.
Il reato di peculato, secondo la Procura di Ferrara, sarebbe stato commesso quando le tre donne, una volta in possesso del vaccino fornito dall’Usl, lo avrebbero buttato via invece di iniettarlo ai pazienti. Invece, per ciò che riguarda la corruzione, secondo il castello accusatorio, le dottoresse avrebbero intascato denaro dai pazienti (20 o 50 euro a seconda dei casi) per fingere l’inoculazione del vaccino e far loro ottenere un green pass a fronte dell’attestazione di una dose mai somministrata.
L’accusa di truffa ai danni dello Stato riguarda invece i rimborsi previsti dall’Azienda Usl per i medici di base che eseguivano le vaccinazioni anti-Covid che, quindi, sarebbero stati percepiti indebitamente dalle dottoresse avendo loro attestato in maniera falsa di aver vaccinato i loro pazienti. Infine, il reato di falso si rifà al fatto che le professioniste avrebbero dichiarato inoculazioni, falsi tamponi o esenzioni fasulle, tutte attestazioni per poter riuscire ad emettere il green pass.
Inizialmente, a marzo 2022, le due erano state messe agli arresti domiciliari e avevano ricevuto contestualmente la sospensione da parte dell’Ordine dei Medici e la revoca della convenzione dall’Azienda Usl di Ferrara. Due provvedimenti che poi sono stati rivisti in seguito alla decisione – arrivata a luglio di due anni fa – del giudice per le indagini preliminari di rivedere le esigenze cautelari, con entrambe le dottoresse che oggi sono state reintegrate e continuano a esercitare la loro professione.
Si torna in aula il 9 ottobre per consentire alle difese (avvocati Marco Linguerri, Franco Taormina e Alessandro Valenti) di sollevare eventuali nuove eccezioni sulle modifiche al capo di imputazione.
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