L'inverno del nostro scontento
7 Febbraio 2024

“Non donna di provincia ma bordello”. Un’idea di città, e di governo della città.

di Girolamo De Michele | 10 min

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Capitano cose che lasciano perplessi, ma non sorpresi. Ad esempio, che la direttrice di un’importante istituzione culturale fiorentina usi un’espressione dantesca – “Città preda del turismo, diventata meretrice” – per criticare lo stato in cui versa Firenze dopo anni di svendita ai turisti (=”gentrificazione”), e sia attaccata più o meno da tuttз per l’espressione che ha usato, facendo passare in secondo piano il contenuto della sua critica: dunque unə fiorentinə non può citare Dante?
Ad esempio, che un direttore di giornale sia querelato per aver pubblicato delle tabelle allegate a una Relazione sugli equilibri di bilancio del comune di Bondeno tutt’altro che inedite (a mia memoria era la quarta volta in dieci anni che quelle tabelle veniva pubblicata sul web: ma posso essermi perso qualcosa), e che il sindaco querelante definisca “fonte non attendibile” quelle tabelle che sono un atto ufficiale della sua passata amministrazione comunale, e dunque portano la sua firma. Eppure in un buon dizionario della lingua italiana la parola “attendìbile” esiste.
Così, fra un invito a tacere e una minaccia di conseguenze per non essersi azzittitз, sembra che lo spazio di discussione si debba ridurre a qualche stanzetta nella quale si nomina il concerto di Bruce Springsteen o la mancata assegnazione del CPR a Ferrara città (per la provincia non è ancora detto): discussioni che, senza il contesto generale e la visione della città che tali contesti ed eventi presuppongono, smarriscono la capacità di connettere i singoli dati in un quadro generale. Il che, nell’epoca in cui la politica è un fatto di like e di personalismi, contribuisce a ingrossare il circolo vizioso nel quale siamo tuttз avvoltз, planando sopra boschi di braccia tese.

I concerti in centro, e il concertone, dunque. Che sono stati un tassello della svendita di Ferrara all’ideologia del bello a pagamento – dove “bello” coincide con “divertente”, e il divertimento è non una passione, ma una merce che richiede il giusto prezzo, per chi se lo può permettere. Il bello, connesso al decoroso e al divertente, si è costituito negli anni Zero (ma si potrebbe andare ancora più indietro, col laboratorio-Torino) come lindo, decoroso, fruibile, turistico: una nuova frontiera della disuguaglianza, che pone «individui e territori davanti all’imperativo della performance estetica come garanzia di potenziale arricchimento» [Giovanni Semi, Inventare il passato, estrarre bellezza. Per una critica all’estetica dell’urbano, qui]. Non si tratta di esprimersi pro o contro il centro urbano in sé, ma di capire che la trasformazione del centro cittadino – la parte nobile, monumentale, storica della città – in divertimentificio costituisce l’apice di una vera e propria suddivisione gerarchica delle città in quattro malebolge.
Al gradino più basso i non-consumatori non-cittadini, ossia i migranti poveri; terzi, seguono i non-consumatori cittadini, i poveri da colpevolizzare (se dormono in strada, se chiedono l’elemosina, è colpa loro) e confinare nelle periferie; secondi, i consumatori cittadini, che devono comportarsi bene, dimostrare di sapersi guadagnare il welfare residuo, o meglio ancora un’occupazione che garantisca loro il welfare aziendale. In cima alla gerarchia, il turista, il consumatore non-cittadino, «quintessenza del soggetto sgravato da legami e bisogni sociali, privo di necessità che non possano essere soddisfatte dal denaro che egli stesso porta in dote» [vedi Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Alegre 2019].

Una volta compreso l’insieme gerarchico, tutti i tasselli dell’ingiustizia e della disuguaglianza tornano al loro posto, cioè diventano visibili: la lenta ma progressiva morte dei piccoli negozi di quartiere, uccisi dalla grande distribuzione e dai market (iper o meno); la progressiva espulsione dei cittadini dalle aree turistiche (che ci va a fare in centro chi non è portatore di denaro da spendere?); il fatto che la nostra città non è un paese per vecchз, perché l’anzianə non può permettersi i costi che la modernità impone (pensate solo alle stazioni ferroviarie prive di sale d’attesa per sostare e di decenti bagni pubblici non a pagamento, che per unə anzianə sono una necessità: una vera e propria tassa sull’età).
Faccio un esempio concreto: il rione in cui vivo. Negli ultimi anni nel solo angolo di strade in cui abito ho visto chiudere il piccolo market di quartiere, la salumeria-emporio, due giornalai, un fruttivendolo, due bar, uno dei quali forniva un servizio di ristorazione più economico della trattoria del rione (che ha aumentato i prezzi e calato la qualità); e ancora, la gelateria che, rimanendo aperta fino a notte, contribuiva alla circolazione residenziale, col piccolo rito di andare a prendere il gelato dopo cena e mangiarselo sedutз sulle panchine. E le strade popolate sono moneta buona che scaccia la cattiva moneta delle frequentazioni indesiderate – quelle che dal centro designato del GAD si sono spostate di qualche decina di metri per continuare indisturbati i loro affari. Poco più in là hanno chiuso un negozio alimentare storico, che attirava clientela da ogni parte della città, il calzolaio, la ferramenta. In compenso, non un centesimo dei profitti privati del concertone di Bruce Springsteen che hanno sorvolato la città è sgocciolato sul mio rione.
La spesa quotidiana, chiusi i negozietti rionali, richiede una maggiore distanza – che per alcunз può essere un problema, se non hai la macchina (o l’età te la sconsiglia) per lo spesone settimanale in un iperqualcosa; oppure, negozietti tutti uguali, con qualità pessima delle merci tutte a € 0.99, e un palese livello di sfruttamento dei lavoratorз migrantз che li gestiscono 12 ore al giorno. E del resto, chi si preoccupa di quale livello di sfruttamento della forza lavoro e di peggioramento della qualità del prodotto si annida all’interno di quei bancali di merci sottocosto che gli ipermercati offrono al cliente, rendendolo complice di un’ingiustizia sociale?

Ma Ferrara non è certo la sola, né la prima città ad aver fatto proprio questo modello: non a caso Firenze, a giusta ragione definita meretrice, è la prima che viene in mente: la Firenze di Renzi prima, e Nardella poi. E accanto a Firenze, il fior fiore delle grandi città, senza distinzione di colore politico delle amministrazioni. Nella stagione in cui “il vento sta(va) cambiando”, anche Roma e Torino sotto amministrazione M5S hanno proseguito senza alcun tentennamento su questo ripido pendio: il vento del cambiamento fa presto ad insinuarsi negli ammiccanti spiragli lasciati aperti da queste nuove forme di arricchimento – e di correlativa prostituzione – urbani. Al limite, la foglia di fico di una lista “civica”, opportunamente cencellizzata nel sottobosco degli incarichi, svolge la sua funzione. Anche Ferrara si è adeguata, o meglio ha preso la rincorsa per recuperare il terreno perduto: ma sarebbe ipocrita dire che questa tendenza non era già cominciata prima dell’amministrazione Lodi-Fabbri-Maggi.
Ben vengano, allora, le persone oneste, ben venga un po’ d’aria fresca: ma se la loro onestà è imbrigliata dai partiti locali che controlleranno il consiglio comunale, e che a loro volta obbediranno alla catena delle direzioni nazionali, dov’è la novità?
A giusta ragione l’urbanista Farinella ci ha ricordato che anche un nobile obiettivo come la decarbonizzazione può diventare un appetibile boccone per chi, creati angoli puliti e “verdi” nella città, li vorrebbe vendere a caro prezzo, lasciano ai gradi inferiori della stratificazione sociale le aree meno verdi e più inquinate. Il che vuol dire che una città carbon free non è possibile, se devi contrattare con gli interessi del mercato attraverso la mediazione dei partiti, dando due mani di greeenwashing sulle mura della città.

Lo stesso vale per il “NO CPR“: e chi lo vorrebbe, sotto casa propria? Ma i CPR non nascono dal nulla; sono uno meccanismo infernale, talvolta omicida, interno a una macchina ancora più grande: le politiche migratorie. Sulle quali tutti, ma proprio tutti, i partiti che si sono alternati al governo negli ultimi anni non possono chiamarsi fuori. Gentiloni, Minniti, Conte, Di Maio, Salvini, Toninelli, Lamorgese, Piantedosi: hanno tuttз le mani sporche di sangue – uomini e donne delle istituzioni, i partiti che rappresenta(va)no, i loro esponenti locali che li sostenevano, o che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da rimanere all’interno delle proprie compagini politiche. Dire NO ai CPR è ipocrita, se a questo NO non si accompagna un rifiuto senza se e senza ma delle politiche migratorie. “Il Mediterraneo è diventata la più grande fossa comune della storia contemporanea” è un luogo comune che qualunque forza politica, compreso il partito della premier Meloni, può dire: essere conseguenti con questa affermazione non è altrettanto comune, anzi, è terra rara. Si tratta di essere chiari: queste politiche saranno oggetto, nei prossimi anni, di conflitti anche giuridici, sulle quali dovranno essere dette parole chiare eseguite da azioni conseguenti anche da parte delle istituzioni. Possiamo accettare che unə sindacə individualmente onestə possa contrattare la propria azione politica con politicз e partiti che fino a ieri giravano la testa dall’altra parte in nome delle “superiori necessità della politica“?

Dalla scuola all’ambiente ai migranti, c’è sempre una qualche necessità della “grande” politica in nome della quale si devono fare compromessi che quelli come me non riescono a comprendere: quelli che pensano che l’inquinamento delle grandi fabbriche e l’acqua dei grandi mari uccidono indipendentemente dal colore politico di chi mantiene aperte le fabbriche-killer e stringe la mano ai criminali del governo libico. Io, com’è noto, di mani ne stringo poco, e prima di farlo verifico quanta sedimentata sporcizia c’è sopra: ma questa è un’altra storia…

Vado a concludere. L’idea di città che ho in mente è quella di una città che cessa di essere il bordello che sta diventando, e ritorna ad essere uno spazio urbano per tuttз. Nella quale non basta arrestare le politiche in atto, ma occorre una brusca e visibile inversione di tendenza, a partire da ciò che viene raccontato all’elettorato. Nella quale c’è posto per cittadine e cittadine di ogni fascia d’età – mandando al diavolo la retorica della “città dei giovani”, e partendo da quel che c’è qui ed ora: compresз lз anzianз, con i loro bisogni e il loro diritto a una vita degna di essere vissuta indipendentemente da quanto hanno da spendere. Ma non c’è posto per le conventicole di negozianti e costruttori sempre pronti non a saltare sul carro del vincitore, ma a costruire quel carro per poter essere le vere vincitrici di un gioco nel quale gli interessi si fanno nei retrobottega, e a perdere è sempre e solo la cittadinanza confinata nelle malebolge dei rioni.

Il che vuol dire smetterla di cercare il consenso della fantomatica “borghesia produttiva che porta ricchezza e crea lavoro”, perché la ricchezza che crea se la tiene ben stretta, e il lavoro che crea è a regime di sfruttamento e di precarietà; significa smetterla con la rincorsa ai “ceti medi” e al “centro”, perché il cosiddetto centro non è un luogo neutro, ma un grumo di interessi corporativi e classisti, inseguendo i quali si finisce per passeggiare in centro con un cartoccino di insalata pagata 15 euro (ma se la chiami poke fa più figo), o a scambiare un rene per un piatto di 7 (SETTE) gnocchi (ma vuoi mettere il rebranding?).
Nella quale si fanno i conti, ma davvero, con quel 10% della cittadinanza costituito da migranti, che hanno diritto a tanta città quanta contribuiscono a crearne col loro lavoro: perché senza quel 10% scuole, botteghe, piccole aziende chiuderebbero in quattro e quattr’otto, a Ferrara come a Bondeno.
Per questa città futuribile e possibile è necessaria una vera svolta politica, improntata a un vero civismo. Alle scorse elezioni, lo ricordo per chi ha scarsa memoria, mentre a destra si ammantavano di pseudocivismo gli interessi privati – quelli di chi ha continuato ad arricchirsi su una città sempre più povera, quelli dei grandi manager alla quale Ferrara è stata svenduta (chi me lo avrebbe detto, che un giorno avrei rimpianto il fu Bibi Ballandi, che almeno aveva uno stile che i Mackie Messer odierni se lo sognano); il PD si adoperava per stroncare la possibilità di un’alleanza di liste civiche, quando un improvvido sondaggio fece balenare la possibilità che l’accesso al ballottaggio fosse contendibile.
Una coalizione civica ha senso solo se davvero civica: senza agganci, alleanze, compromessi, condizionamenti con le formazioni politiche che, legittimamente, possono presentarsi mettendoci la propria faccia, e non la maschera di una brava persona.
Siccome mi piace parlar chiaro, non ho problemi a dire che Anna Zonari corrisponde a questo profilo: non avrà le schiere partitiche alle spalle, ma ha dalla sua un percorso politico esemplare per correttezza (prima le donne e gli uomini, poi le idee nate dalla discussione a viso aperto, solo alla fine la candidatura), e la franchezza di chi ha contribuito a far nascere Mediterranea a Ferrara. Altrз candidatз, sul piano personale altrettanto degnз di attenzione, non sembrano al momento in grado di tenere fuori dalla porta del civismo il piede intrusivo dei partiti e ridare la parola, ma davvero, a cittadine e cittadini. Che non debbono aspettare che i diritti vengano loro concessi: di diritti non si pietiscono, si prendono e si difendono, se li si ritiene qualcosa di importante per cui battersi.

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