Attualità
29 Gennaio 2018
Il drammatico racconto dei campi di concentramento della 93enne transessuale nell'incontro organizzato da Arcigay e Arcilesbica

Lucy Salani: “Voglio che si sappia cosa succedeva a Dachau perché non accada più”

di Redazione | 4 min

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“Sono già tornata tre volte a Dachau dopo la liberazione e tutte le volte provo una sensazione che non riesco a descrivere. Ho un blocco e mi continuano a scendere le lacrime”. E ancora: “E’ impossibile dimenticare e perdonare. Ancora alcune notti mi sogno le cose più orrende che ho visto e mi sembra di essere ancora lì dentro e per questo voglio che la gente sappia cosa succedeva nei campi di concentramento perché non accada più”.

È il drammatico racconto di Lucy Salani (nome di battesimo Luciano) a far da cornice all’incontro organizzato da Arcigay ed Arcilesbica per la Giornata della Memoria. Lucy, transessuale ed oggi 93 anni, passò sei mesi dentro il campo di Dachau, definito da lei stessa come “distruzione dell’essere umano”, con il triangolo rosso (simbolo di diserzione) e di quel terribile periodo ha parlato alle tante ragazze e ragazzi che hanno letteralmente riempito la sede di Arcigay ed Arcilesbica.

A introdurre e moderare la giornata è stata la presidentessa di Arcigay Manuela Macario: “Non si riesce a quantificare il numero corretto ma si parla di più di 50 mila persone omosessuali uccise nei campi di concentramento. I gay avevano il triangolo rosa ed erano considerati di serie b anche dagli altri prigionieri mentre le lesbiche non erano neanche indicate in quanto tale, erano già considerate inferiori in quanto donne e avevano il triangolo nero, quello degli associali e delle prostitute. Ogni giorno dovremmo ricordare la nostra storia, ma è importante che il mondo si fermi un giorno a ricordare cosa è successo in modo che non accada mai più anche se leggiamo cronache di giovani padani che bruciano il fantoccio di Laura Boldrini, naziskin che intonano a Vicenza cori nazisti, partiti e persone che negano l’olocausto e qualcuno che ancora oggi, la minoranza per fortuna, ci ritiene contro natura”.

La parola passa quindi a Salani che parte dal momento più drammatico: “Ricordo l’entrata al campo di concentramento di Dachau. Ci hanno fatto spogliare e con un bidone ci hanno fatto quella che chiamavano disinfestazione e dopo poco la nostra pelle veniva via. All’uscita ho visto una scena raccapricciante dove un detenuto (kapò, ndr) stava strangolando un giovane ragazzo per prendere un pezzo di pane in più”. La stessa Lucy ricorda che “non esisteva più il nome ma solo il numero che dovevamo ripetere in tedesco. Si moriva giornalmente e inizialmente, siccome eravamo nuovi, ci facevano portare i cadaveri in una fossa comune intorno al campo con tante buche che erano già preparate: era una vera umiliazione. Poi avevano detto che se volevamo lavorare ci davano un pezzo di pane in più e così alla mattina ci caricavano su un treno e ci portavano a Monaco per mettere le rotaie, perché era un periodo in cui c’era un bombardamento continuo”.

“Ho visto tanto squallore e Monaco completamente distrutta non era più una città”, prosegue Salani, affrontando successivamente alcuni dei fatti più terribili e segnanti della sua esperienza a Dachau, partendo dal giorno in cui “due tedeschi che ci facevano la guardia stavano mangiando un panino togliendo la crosta. Uno che era con noi ha provato a prendere i pezzi di pane che cadevano in terra ma uno dei due soldati gli ha dato una scarpata in viso che gli ha rotto i denti e fatto perdere molto sangue”. Ma non solo: “Ho visto un fratello impiccare l’altro per un pezzo di pane in più, tanto sapeva lo avrebbero fatto i tedeschi. Alla mattina trovavamo i cadaveri attaccati al filo elettrico e frequentemente assistevamo a persone a cui veniva sparato in testa”.

“Siamo stati dimenticati per anni: io lavoravo e mi chiedevo come mai nessuno mi chiede niente? Come è possibile una cosa del genere?”, si domanda Lucy, ribadendo di “essersi sfogata con tutti e la gente mi diceva che non era vero niente e lo dicevo solo per farmi commiserare”.

Lucy Salani, condannata a morte per fucilazione in seguito alla diserzione, al momento della liberazione del campo di concentramento ha subito un colpo di arma da fuoco su una gamba dai tedeschi in ritirata e ha atteso l’arrivo degli americani in mezzo agli altri feriti e morti. Di quei sei mesi dichiara di aver ricevuto “cinque milioni di lire come risarcimento”, mentre “in Italia ho chiesto un sussidio e mi hanno risposto ‘già di grazia che sei qua’. Ho un buco in una gamba con cui faccio fatica a mantenere la stabilità”.

Non manca un passaggio sul presente e sul futuro che Lucy vede molto nero: “Stavolta se verrà sarà molto peggio perché c’è un andazzo molto negativo. Uccidono bambini e distruggono città, così non si risolverà nulla. Qua finiamo molto male e mi dispiace per i giovani che saranno costretti a vedere cose spaventose come è successo a me”.

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