
Manuela Dviri (foto di Simone Agnetti)
di Federica Pezzoli
Manuela Dviri, nata a Padova nell’immediato dopoguerra e trasferitasi in Israele nel 1968, dove si è sposata e ha avuto tre figli e sette nipoti, doppia cittadinanza italiana e israeliana, fa fatica a concepire l’identità come qualcosa di univoco: “questa cosa dell’identità mi sfugge, non vedo perché qualcuno debba essere una sola cosa alla volta”. “Io sono totalmente italiana e israeliana, parlo, penso e sogno in italiano, ma anche in israeliano, cerco di aprirmi il più possibile a ciò che mi circonda, perciò la mia identità è fatta di molte cose”.
Lo si capisce bene leggendo il suo libro “Un mondo senza noi” (Piemme Voci, 2015), presentato venerdì pomeriggio nella sala Alfonso I del Castello Estense dall’Istituto di Storia Contemporanea in collaborazione con l’Associazione “Il Fiume”: non il ‘classico’ testo sulla Shoah, ma la ricostruzione di un mosaico famigliare, il diario di bordo di un viaggio che, come scrive Gad Lerner nella prefazione, infrange le barriere temporali e geografiche: partendo dall’antica Ragusa (oggi Dubrovnik) per arrivare a Tel Aviv, dall’Italia di ieri per arrivare all’Israele di oggi. “Mi sono trovata a fare il vigile”, scherza Manuela, “fra una gran quantità di personaggi”: “visi per lo più sconosciuti, che mano a mano mi rivelavano le loro storie, hanno cominciato ad arrivarmi foto, racconti di parenti, trascrizioni di colloqui, pagine di diari, lettere e così si è formato uno straordinario mosaico di memorie”.
In questi mille rivoli, che unendosi e intrecciandosi vanno a comporre un’unica grande narrazione, c’è spazio anche per Ferrara: qui i Vitali Norsa, il ramo paterno della grande tribù famigliare di cui scrive Manuela, avevano un banco di credito “talmente ricco da possedere la Scola Farnese di Ferrara”, donata poi alla comunità quando il banco è fallito, con grande rammarico del bisnonno Israel e del nonno Beppi. Chissà se è la sinagoga che tutti i ferraresi conoscono come Scola Fanese. Difficile dirlo, perché “l’archivio della comunità ebraica di Ferrara durante la Seconda Guerra Mondiale servì a scaldare le membra intirizzite delle truppe marocchine aggregate alle forze alleate”, scrive l’autrice.
A loro volta queste vicende famigliari vengono stravolte dagli eventi tra il 1938 e la fine della Seconda Guerra Mondiale, una pagina poco onorevole della nostra storia a cui viene dato molto spazio nel volume. “Forse – spiega Dviri con un velo di malinconia – l’idea che la giustizia ha vinto non è vera fino in fondo: tante vite sono state sconvolte e qualcosa dentro queste persone si è rotto. La ditta farmaceutica dei Russi non si è ricostituita dopo la guerra, mamma non ha potuto fare medicina come avrebbe voluto, papà si è laureato, ma non ha mai potuto fare l’avvocato o il giudice come desiderava e ha fatto il pellicciaio tutta la vita pur odiandolo”.
Poi c’è Israele: “sono andata per la prima volta nel 1966 e sulla nave ho conosciuto il ragazzo che sarebbe poi divenuto mio marito, ma forse sarei emigrata comunque perché la mia famiglia è sempre stata molto sionista”. Manuela ha vissuto l’aliyah (l’emigrazione in Israele) come “una sfida”: “Israele era un progetto che nasceva e a cui si poteva prendere parte, mi sono detta perché no? E non me ne sono mai pentita: certo non è come l’avrei fatto io e non è come l’avevo sognato”. Dal 1968 sono passati “46 anni, 4 guerre, 2 intifada e 2 operazioni militari”, come scrive nel libro, “è la triste verità – afferma durante la presentazione – e alcune mi hanno fatto veramente paura, come quella dei Sei Giorni e quella dello Yom Kippur, altre invece sono state veramente inutili e si potevano evitare”. Manuela non lo dice, ma è chiaro che il suo pensiero corre all’operazione del 1998 in Libano, quando ha perso Ioni, il suo figlio più giovane, a soli 21 anni mentre prestava servizio nell’esercito israeliano.
Quell’anno è iniziata la sua seconda vita: quella dell’impegno pacifista. “Ho imparato a protestare” e due anni dopo, grazie alla campagna delle “Quattro madri”, Israele ha ritirato le proprie truppe dal confine libanese. Inoltre, in collaborazione con il “Centro Peres per la Pace”, ha dato vita al progetto “Saving Children” che si occupa dei bambini palestinesi malati che non possono essere curati dalla sanità palestinese e che “in 12 anni ha curato più di 10.000 bambini” in ospedali israeliani. Da poco “abbiamo iniziato anche un progetto per far specializzare medici palestinesi in strutture israeliane”. Quando le chiediamo come vede la situazione in Israele e in Medio Oriente dopo le elezioni di marzo e la riconferma di Netanyahu ci risponde: “il governo appena formato è chiaramente di destra e anche se vorrei essere più ottimista, sono molto perplessa. In realtà tutto il Medio Oriente sta vivendo una situazione molto delicata e complessa e finalmente si può capire come il problema non sia solo il conflitto arabo-israeliano”.
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