Quando tornò dal permesso speciale per andare a Napoli a trovare la sua famiglia, Salvatore Rho si fermò nel parcheggio auto dell’Arginone e depose qualcosa all’interno della sua auto. “Non voleva evidentemente lasciare bagagli ed effetti personali nella block house”, spiega in aula un agente di polizia penitenziaria.
Pochi giorni dopo quell’auto, una Fiat 600, salterà in aria a pochi metri dal carcere e Rho si salvò per miracolo. Era l’11 aprile 2007 e inizilamente procura di Ferrara e Dda di Bologna indagarono sul sospetto di un attentato – inizialmente si procedeva per tentato omicidio a carico di ignoti -, tesi tra l’altro sostenuta dalla difesa di Rho, l’avvocato Carlo Bergamasco.
A insospettire però gli inquirenti furono le versioni contrastanti che da lì a poco Rho (al quale vengono contestati la detenzione e il trasporto di una quantità imprecisata di materiale esplosivo del tipo “dinamite gelatina”, per un peso complessivo variabile fra i 260 ed i 420 grammi; l’aver cagionato l’incendio dell’auto conseguente all’esplosione e le lesioni personali ad una persona; la detenzione a fine di spaccio di sostanze stupefacenti) renderà ai medici del pronto soccorso, alla polizia, agli amici e ai parenti che lo verranno a trovare nella stanza d’ospedale. Qui Rho veniva seguito secondo per secondo e parola per parola da telecamera nascosta e “cimice” per le intercettazioni ambientali.
Grazie a quei mezzi tecnici la procura saprà che nel corso di una stessa conversazione con gli amici, preoccupati per la sua vita, si contraddirà per ben tre volte sulla versione dell’incidente.
Secondo la versione sostenuta dal pm Barbara Cavallo Rho si accorse dell’innesco imprevisto del detonatore, vide le fiamme e si catapultò fuori dall’auto. Secondo la difesa l’uomo scappò perché vide delle fiamme nella macchina.
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