Economia e Lavoro
17 Maggio 2012
Epifani alla presentazione del libro che ricorda l’ex segretario Cgil

Trentin e il sogno di una Costituzione infranto

di Redazione | 3 min

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Nella foto, da sinistra: Guglielmo Epifani, Igino Ariemma e Giuliano Guietti

Non è mai stato un metalmeccanico Bruno Trentin, prima segretario generale della Cgil poi, tra il 1999 e 2004, europarlamentare dei Ds, i cui interventi in aula sono stati raccolti nel volume ‘La sinistra e la sfida dell’Europa politica’, presentato ieri pomeriggio davanti ad una cinquantina di persone dall’ex numero uno del sindacato Guglielmo Epifani, da Igino Ariemma (Fondazione Di Vittorio), Fiorenzo Baratelli (Istituto Gramsci) e Giuliano Guietti.

Nipote per parte di madre di un sottosegretario alle Colonie in un governo Giolitti (Francesco Nardari), figlio di un professore universitario che diede le dimissioni (con Nitti e Salvemini) per non obbedire al divieto di criticare il regime e fu poi tra i fondatori del Partito d’azione, Bruno nacque a Tolosa, dove la sua famiglia si trovava in esilio.

“È stato il segretario a più alta vocazione internazionale” ha esordito appunto Epifani, ricordando come tornò da Oltralpe “parlando francese” e come ancora anni dopo “utilizzava francesismi quando poteva ricorrere a parole italiane”. Per un po’ di tempo studiò a New York (“non una cosa normale nel 1946-48”), laureandosi su una fattispecie del diritto del lavoro americano.

Dopodiché, da subito (1949), l’ingresso in Cgil, ancora prima dell’iscrizione al Pci (l’anno dopo), scelta tra altre possibilità lavorative. E quella sensibilità internazionale lasciò il segno ad esempio nella sua scelta di “lavorare ad un asse sindacale tra Italia, Sudafrica e Brasile – ha continuato Epifani –, nel primo paese concentrandosi sulle lotte contro l’Apartheid, nel secondo vedendo il prototipo della nazione in via di sviluppo”. Ad un’esterrefatta platea congressuale propose addirittura di cambiare nome all’organizzazione, togliendo la ‘i’: non più Confederazione generale italiana del lavoro, ma semplicemente Confederazione generale del lavoro. Un’idea che non passò, “ma che era rappresentativa – ha sostenuto il suo successore – delle adesioni che avevamo e abbiamo”, visto l’elevato numero di iscritti stranieri.

Il libro raccoglie gli interventi al Parlamento europeo “negli anni della grande prospettiva e della grande illusione, in cui furono giocate tre partite decisive: euro, moneta unica e trattato di Lisbona”, gli anni in cui “alcune di queste vengono perse”. Il sogno di una Costituzione fu “infranto” e il continente non si è ancora dato “un’anima costituzionale”; dagli obiettivi del trattato di Lisbona, “che voleva farne la parte del mondo più capace di competere quanto a innovazione, ricerca ed economia basata sulla conoscenza, ci si è man mano allontanati, e non c’è stato bisogno di aspettare il 2010 – quando erano fissati, ndr – per accorgersene”.

Cos’è rimasto allora? “Solo l’euro, e i nostri problemi di oggi sono esattamente legati all’aver costruito una moneta senza fondamenta”. Il “grande sogno” dell’Europa unita, la “rinuncia a qualsiasi conflitto per risolvere le controversie, non una cosa normale dopo duemila anni di guerre, sopraffazioni e stermini”, per Trentin aveva senso “solo se federale, solo come superamento delle logiche nazionali che l’avevano dilaniata. È quello che manca”.

Manca perché la nostra moneta “è la prima nella storia dell’umanità a non aver dietro di sé uno Stato. La moneta – ha continuato Epifani – non è solo un mezzo di pagamento, ma un potere tipico degli stati, significa che dietro c’è una banca centrale, un governo, un parlamento. In caso contrario, si aprono problemi da cui è difficile uscire”. E da qui la spiegazione dei mali attuali è servita: “se avessimo una banca centrale che può battere moneta quando serve, combatteremmo la speculazione sul debito. Se invece che prestare mille miliardi agli istituti privati, perché solo quello può fare, li avesse prestati agli Stati per pagare il proprio debito…”.

Una responsabilità del centrosinistra, conclude Epifani, c’è, perché in quegli stessi anni in cui Trentin era eurodeputato “governava dodici paesi europei su quattordici, e si è fermata all’euro, mentre doveva andare avanti. La Costituzione avrebbe dato un fondamento, e nel pensiero di Trentin tutto questo c’era: la sua idea era quella di liberare per federare”.

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