Cronaca
17 Aprile 2012
L’imputato a un amico che trovò la giacca in auto: “Bruciala”

“Io so chi ha ucciso Paula”

di Marco Zavagli | 4 min

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Il luogo del ritrovamento del cadavere carbonizzato dalla ragazza

“So chi è stato, ma non sono stato io”. So chi ha ucciso Paula Burci, ma io non c’entro niente. Scende il gelo nell’aula B del tribunale di Ferrara quando davanti alla Corte d’Assise un testimone ripete quella frase confessata da un amico. Una frase che ripeterà al maresciallo dei carabinieri. A parlare al processo per l’omicidio e la distruzione del cadavere della ragazza rumena di 19 anni (reati per i quali sono imputati Sergio Benazzo e Gianina Pistroescu – vai all’articolo), i cui resti vennero rinvenuti nella zona golenale di Zocca di Ro (vai all’articolo) è Renzo Altieri, meccanico titolare di un autosalone ad Arquà Polesine, in provincia di Rovigo.

L’uomo, accompagnato coattivamente dopo due udienze “disertate”, sembra non ricordare nulla di quanto detto pochi mesi prima, lo scorso agosto, davanti alla pm Barbara Cavallo. Tanti vuoti di memoria che costringono il magistrato a leggere in aula il verbale firmato da Altieri il 31 agosto 2011. Secondo quelle dichiarazioni, che il teste confermerà dopo non pochi sforzi e richiami da parte della Corte, tempo fa venne a trovarlo un alto testimone del processo. Un testimone che si rivelerà probabilmente fondamentale anche nel prosieguo del dibattimento, ma di cui fino ad oggi nessuno aveva fatto il nome.

Lui è Roberto Fracchetta, idraulico tuttofare, amico di Sergio Benazzo, “con cui lavoravo spesso”. Da lui si apprende che fine ha fatto la Bmw di colore blu che utilizzava l’imputato. In mattinata altri testi (a questo punto “minori”) hanno riferito di aver visto, nei giorni della scomparsa di Paula, nella zona dove la 19enne veniva portata a prostituirsi, scendere da un’auto che corrisponde alla descrizione della Bmw Gianina Pistroescu, per chiedere informazioni sulla giovane connazionale. Non videro però chi fosse alla guida.

La giovane assassinata, Paula Burci

“L’auto era di proprietà di tale “Pizzi” racconta Fracchetta. L’aveva venduta all’idraulico di Villadose ma poi, “siccome non gli aveva dato i soldi”, mi ha chiesto di accompagnarlo per andare a riprendersela. L’auto verrà parcheggiata per un paio di settimane nella proprietà di Fracchetta. Mentre lava la vettura l’uomo trova nel baule un indumento femminile, un giubbino, che si scoprirà essere di Paula. Ma lui non l’ha “mai visto addosso a nessuno”. Avvertì Benazzo del ritrovamento. “Lui mi disse ‘buttalo’ o ‘brucialo’”. Una differenza notevole tra i due significati, che però non aiuta Fracchetta a ricordare con precisione. Incalzato dall’avvocato di parte civile Paolo Palleschi, il teste continuerà a divagare sul perché non abbia chiesto spiegazioni per quella “richiesta abnorme”. “Io non facevo domande, perché ho famiglia”, si limita a dire, non facendo altro che infittire ancora più i sospetti sulla parte tuttora oscura della vicenda.

A scapito della memoria del teste, quella telefonata venne intercettata. Il vero termine usato quindi è acquisito dalla procura. A ogni modo lui non brucerà né butterà quell’indumento.

Con Benazzo ebbe altre conversazioni telefoniche. Come quando, il 4 luglio del 2010, uscito dalla caserma dei carabinieri di Ferrara, lo avvisò che era stato sentito dagli inquirenti. E questo nonostante fosse stato ammonito a non rivelare le dichiarazioni rese. Dai carabinieri verrà sentito in altre due circostanze, il 5 luglio del 2010 e il successivo 3 febbraio.

Viene fuori quindi l’altro mezzo utilizzato da Benazzo, un furgone bianco, con il quale ebbe un incidente. Quel furgone venne distrutto. “Credo che il mezzo fosse di Zamarco”, abbozza Fracchetta. Rodolfo Zamarco, amico di Fracchetta gestiva fino al 2008 la locanda Valmolin. È la prima volta che spunta in questa vicenda il nome di questo albergo di Arquà Petrarca. È qui che spesso “alloggiava Paula”. Tutte cose “che mi ha riferito Fracchetta”. Gli disse anche che “abitava a Villadose e si accompagnava sempre con un idraulico, che abitava anche lui in quel paese”.

La notizia arriva questa volta dalla bocca di Altieri. La ragazza sembrerebbe quindi aver avuto anche un “giro” nel rodigino. Il teste si irrigidisce di nuovo. “Ha paura? C’è qualcuno o qualcosa che la intimorisce?” chiede la pm. Il teste pare effettivamente terrorizzato. Lui addebita il suo stato d’animo alle medicine che prende per curarsi. Alla fine va avanti.

Fracchetta, in un secondo incontro, gli dirà che il giubbino trovato nella Bmw era “della ragazza che hanno ucciso”. “È la volta buona che ti arrestano”, scherzò lui. Al ché il suo interlocutore lo zittì: “Io non c’entro niente, so chi è stato, ma non sono stato io”.

Fracchetta lo rivedrà presto. Il 15 marzo di quest’anno. “È venuto da me e mi ha chiesto la ragione per cui fossi anch’io nella lista testi”. I due testimoni vengono messi a confronto diretto, ma Fracchetta nega tutto. In primis di aver mai detto di sapere qualcosa dell’omicidio. Le rispettive versioni non si muovono di un millimetro. Ai giudici non rimane che prenderne atto e proseguire con l’esame.

Fracchetta, dopo l’ultima udienza, vedrà anche un’altra persona. Quel Rodolfo Zamarco, gestore della locanda dove Paula “andava con uomini”. A lui il “riservatissimo” (come lo definisce l’avvocato di parte civile) Fracchetta gli fa sapere che dovrà testimoniare al processo. Di più. Gli fa vedere direttamente il foglio di convocazione, con segnati anche i nomi degli altri testimoni chiamati a comparire.

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