Cronaca
9 Marzo 2012
In aula le prime testimonianze sulla morte del giovane

“Said si doveva sposare”

di Marco Zavagli | 2 min

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“Sembrava che stesse pregando. Era girato verso La Mecca, genuflesso, alzava la testa e la sbatteva per terra, la meni verso il cielo, nudo”. Lo ha trovato così, la mattina del 14 febbraio 2010, intorno alle 8, in via Colombo, mentre effettuava il quotidiano giro di controllo. È la prima testimonianza che scorre davanti al giudice Silvia Giorgi nel processo per la morte di Sahid Belamel, il ragazzo marocchino che morì ad appena 29 anni dopo una serata passata nella discoteca Madame Butterfly.

A parlare è Lorenzo Landi, guardia giurata della Securpol. Landi chiamerà polizia e 118, che porterà il giovane al pronto soccorso, dove morirà meno di due ore dopo. Il caso del giovane fece il giro d’Italia, soprattutto per le drammatiche immagini che lo ritraevano seminudo implorare aiuto davanti ai cancelli di un’azienda privata. Uscito dal locale il giovane, barcollante per l’alcol ingerito e il freddo, scivolò in un canale bagnandosi completamente. Si tolse quindi i vestiti (che Landi ritrovò “ghiacciati”) e rimasto in mutande continuò a camminare chiedendo aiuto, ma le auto di passaggio proseguirono senza fermarsi o senza chiamare i soccorsi. E lui morirà poco più tardi in ospedale per ipotermia, di freddo.

Per quei fatti sono accusati di omissione di soccorso quattro persone: Sandro Bruini, 37 anni, addetto alla sicurezza della discoteca; Paolo Nicolini, addetto al parcheggio del locale; l’amico di Sahid, Mounir Zouina, marocchino di 24 anni che passò parte della serata con lui, e il tassista Paolo Campagnoli, 55 anni, che fu chiamato quella notte e, vedendolo in pessimo stato, completamente ubriaco, avrebbe suggerito di chiamare un’ambulanza.

In aula c’è anche la consulente medico-legale della procura, Maria Rosa Gaudio, che troverà 1,8gr/l di alcol nel sangue: “un livello che, associato al contrasto tra temperatura interna del locale e temperatura esterna, può aver contribuito all’ipotermia”.

Ad ascoltare quelle parole c’è Rachid, il fratello. Era in Germania quando successe il fatto. Lo chiamò il giorno successivo la sorella della moglie, che vive a Ferrara. “Io lo avevo sentito il venerdì, il sabato aveva chiamato i miei genitori, diceva che si voleva sposare”.

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