
Giorgio Bocca (foto da wikipedia)
“Era un caratteraccio, ma un grande giornalista”. È l’epigrafe di Giorgio Bocca che si sente di scrivere Gian Pietro Testa, nome storico del giornalismo ferrarese e non solo. Testa, scrittore e poeta, ha vissuto dieci anni di redazione al “Giorno” con la celebre penna scomparsa a natale.
E non andavano per nulla in sintonia. “Bocca era bilioso, era difficilissimo andare d’accordo con lui. E nei rapporti il mio carattere altrettanto brusco non ci aiutava di certo”. Inizia così il ricordo di Testa. Siamo a cavallo tra gli Sessanta e Settanta. Nella redazione del giornale non corre buon sangue tra i due purosangue della scuderia di Italo Pietra. “Ricordo quando venni inviato per tre mesi a Torino nel ‘73”, scorre la memoria Testa. “Si doveva firmare l’accordo tra Fiat e sindacati per il rinnovo. Agnelli – Marchionne ante litteram – chiedeva la riconversione della produzione verso la rotaia e il servizio di trasporto pubblico. Trentin, capo delegazione sindacale, si oppose. Io ero spudoratamente schierato con quest’ultimo. E la linea del giornale pubblicava tranquillamente i miei pezzi”.
Fino a quando da Milano Bocca scrisse un articolo che lo scavalcava e che prendeva decisamente le parti della fabbrica torinese. Testa lo visse come un tradimento, un tradimento scritto alle spalle. E si vendicò in punta di biro, con un pezzo che terminava caustico: “e questo dovrebbe chiudere la Bocca a chi la pensa diversamente”.
Non fu il primo screzio tra i due. Altri ne seguirono, senza però mai far venire meno il rispetto professionale. Nel ’76 poi Bocca fondò Repubblica e le loro strade raramente si incrociarono di nuovo. “Lui ebbe modo di rivedere diverse sue idee – fa notare Testa, con riferimenti a Craxi, Lega Nord e altre prese di posizione dell’ex combattente di Giustizia e Libertà che fecero discutere – e ultimamente potevo anche condividere alcune sue idee. Prima tra tutte che l’Italia, volenti o nolenti, è un paese fascistoide”.
Da rivale, o comunque da collega scomodo, Testa non ha remore nel definire oggi il suo ex compagno di redazione come “la penna più importante degli ultimi 50 anni in Italia, insieme a Montanelli e Biagi, uno di quelli che ha saputo dettare temi e tempi del giornalismo nazionale”.
“Aveva il grande pregio di scrivere estremamente bene e con estrema chiarezza. Ora lascia un vuoto enorme. È una voce che in ogni caso ci mancherà, anche perché l’Italia non è stata capace in questi anni di prepararne altre in grado di ereditarne l’importanza”.
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