Cronaca
31 Agosto 2011
L’avv. Bordoni: “La sentenza non spiega cosa si sarebbe dovuto fare”

Aldrovandi, la difesa pronta al ricorso in Cassazione

di Marco Zavagli | 3 min

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“L’unica variazione significativa è quella che concerne le condizioni del ragazzo: la Corte ammette finalmente lo stato di agitazione psicofisica in cui versava prima dell’incontro con gli agenti”. È il punto principale su cui si sofferma l’avvocato Gabriele Bordoni dopo aver sfogliato le motivazioni della sentenza di appello del processo Aldrovandi.

Il difensore di due dei quattro poliziotti imputati di omicidio colposo fa presente che “non viene chiarito ciò che di fatto in quelle condizioni i quattro imputati avrebbero dovuto fare. Si fanno anacoluti, ma non si dice quale comportamento alternativo sarebbe stato da porre in atto da quattro tutori dell’ordine (di cui due – la poliziotta Monica Segatto e Luca Pollastri, sofferente a un braccio, ndr) in strada alle 6 di mattina contro un ragazzo di 80 chili alterato”.

Le 233 pagine dei giudici, durissime contro gli agenti, non smontano le convinzioni di Bordoni. “Possiamo discutere degli orari di arrivo delle volanti, dei minuti intercorsi prima dell’arrivo dell’ambulanza, della tesi di Thiene, ma il punto centrale rimane quello: un tribunale mi dica quale diverso approccio andava eseguito. Se tutti e quattro i poliziotti avessero avuto la prestanza fisica di Enzo Pontani allora lo avrebbero semplicemente abbracciato per immobilizzarlo e ammanettarlo. diversamente cosa dovevano fare? Scappare o rinchiudersi in auto? E se il ragazzo avesse preso l’auto a calci o a testate subendone conseguenze letali? Cosa avrebbero spiegato in seguito?”.

Il penalista tiene a precisare che “ho un grande rispetto per la famiglia e per il ragazzo”, ma non rinuncia a dire “che prima di dare una connotazione negativa a una condotta devi individuare una alternativa”. Bordoni mutua un esempio dal codice della strada per chiarire: “se sfreccio in auto in centro ai 100 all’ora e investo qualcuno è diverso dal procedere ai 30 all’ora e non riuscire a scansare un bambino che gioca e mi si getta sotto le ruote. In entrambi i casi è omicidio colposo, ma le condotte sono diverse”.

Un altro punto che rimane da chiarire, secondo l’avvocato, è quello contenuto nei motivi di appello: “perché Federico, nell’intermezzo tra la prima e seconda colluttazione, lasciato solo a una trentina di metri dalle volanti, non scappa attraverso il parchetto ma invece si dirige verso i poliziotti?”.

Altro punto che l’avvocato non digerisce è la responsabilità “collettiva” che ricade su tutti gli imputati con il concorso di colpa: “si chiede a un agente, impegnato in una situazione tanto concitata, di accorgersi e di aver cura anche del comportamento degli altri. In sostanza, se io sto semplicemente ammanettando una persona posso non notare una compressione di un collega esercitata per pochi secondi sul torace del fermato o, se la noto, posso non pensare – non avendo l’esperienza e la conoscenza di una cardiologo – che quel gesto va a comprimere in modo anomalo e “imprevedibile”, come ammesso dallo stesso Thiene, il fascio di His. Non stiamo parlando di un tacco che schiaccia la carotide, ma di una pressione in un punto nascosto del cuore, esercitata al buio in una fase di estrema agitazione”.

“Bisogna individuare con precisione la condotta di ognuno – insiste Bordoni -. Se una testimone dice che una o due persone gravavano sul torace, voglio sapere se era una o erano due e se era biondo o moro”.

La conclusione per Bordoni è una sola: “faremo ricorso in Cassazione”. E in un eventuale terzo grado la linea sarà quella dell’appello: “fino a quando non mi si dirà chi gravava sul corpo di Federico e quale è stata la pressione letifera, non si potrà attribuire una responsabilità”.

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