C’era la moquette blu. Era un’ex oreficeria. Durante il giorno ci lavorava. Durante la notte ci dormiva. Ci passò anche la luna di miele. Nella descrizione di Giampaolo Venturi sembra più un rifugio che una base logistica di quella che era una delle maggiori cooperative edilizie d’Italia. È l’ufficio romano della Coopcostruttori, in via del Leoncino 31, nella quale l’ex responsabile commerciale della società argentana lavorò dall’86 al 2003.
Da lì, dal cuore degli affari della Capitale, doveva cercare commesse. E le trovava. Eccome. E con risultati importanti: appalti Anas, Ferrovie e autostrade con ribassi inferiori di altri big dell’edilizia. “Se dal ’99 al 2003 la media nazionale era del 27.9 di ribasso, io riuscivo a concludere con una media del 27.7”.
È iniziato l’esame degli imputati al processo per il crac Coopcostruttori. E Venturi, una vita in cooperativa, 1975 al 2003, racconta in aula lo spaccato capitolino di quella fase. All’attenzione della procura erano finite alcune fatture provenienti da quell’ufficio: emesse per un importo e girate per somme ben diverse, di gran lunga superiori.
E su quei fogli c’era la sua firma. Lui aveva la procura direttamente da Donigaglia. “Ma io non ero un dirigente, ero inquadrato come semplice impiegato – si difende l’imputato -. Alcune firme le mettevo in bianco: firmavo i modellini di cessione che poi venivano compilati anche in mia assenza e poi spediti”. Alcuni dei quali arrivarono a finanziarie e banche senza che lui, dice, ne sapesse nulla: “nei periodi di riferimento – assicura – mi trovavo o altrove o in ferie”.
Rimarca la sua buona fede, Venturi, e assicura che lui, fino all’ultimo, non sapeva che i piedi d’argilla del gigante dell’edilizia stessero scricchiolando. Tanto che tutta la sua famiglia ha perso nel crac “all’incirca un miliardo di vecchie lire tra i depositi in libretto di risparmio miei, di mia moglie, dei miei genitori, fratelli, nipoti…”. E quando i fratelli, intorno a Natale 2002, gli chiesero se fossero vere le voci che iniziavano a girare attorno ai conti della Coopcostruttori, andò direttamente da Donigaglia, con il quale aveva un rapporto non solo professionale (“quello che ho imparato nel mio lavoro lo devo a lui”): “mi disse di stare tranquillo, che quando il momento è brutto me lo avrebbe detto lui”. Il “momento brutto” secondo Venturi non arrivò nemmeno nel marzo 2003: “permisi a mio fratello di depositare 2000 euro in cooperativa”.
Lo schiaffo arrivò solo nel maggio 2003. E non fu nessuno dell’azienda a preavvertirlo. Un creditore, l’ingegner Vita, titolare di una società siciliana, fa scattare il pignoramento. È la miccia che accende l’attenzione di tutti gli altri clienti e creditori. A Venturi viene chiesto di incontrare il rappresentante dell’azienda pignorante per convincerlo a revocare l’azione. “Ci incontrammo a Parma, all’uscita del casello Sud. Mi disse che mandavano avanti me perché ero una persona troppo pulita. Non mi sono mai vergognato tanto”.
Dopo quel breve incontro Venturi tornò ad Argenta. Riferì a Maranghi, Ricci Maccarini e forse Donigaglia quanto avvenuto e il 4 giugno presentò le proprie dimissioni. “Dal 19 giugno fui costretto a cercarmi un lavoro”. Entro nel Consorzio cooperative ravennati come cococo (ora ne è dirigente). “Dopo 30 anni di lavoro sono uscito dalla cooperativa non con una medaglia, come dovrebbe avvenire in queste occasioni, ma con due rinvii a giudizio”.
Insomma, ci perse soldi, fiducia, lavoro e ottenne guai giudiziari. Eppure di tutto questo non chiese mai spiegazioni a Donigaglia e soci. Un “gioco scaricabarile” secondo gli avvocati di parte civile Maruzzi, Marcello Azzalli e Carponi Schittar: “Venturi, responsabile commerciale di Coopcostruttori nei rapporti con i grossi committenti nazionali (Anas, Ferrovie dello Stato, Autostrade) e col Ministero dei Lavori Pubblici si chiama fuori da ogni responsabilità sulla formazione delle fatture che venivano utilizzate per ottenere anticipi dalle finanziarie, ritenute in gran parte false dall’accusa, sull’Ufficio finanziario di Argenta, ritenendosi estraneo alla gestione amministrativa degli appalti”.
I legali fanno notare che, come emerso dalle deposizioni di ieri, “Luca Mazzoni attribuisce la responsabilità della formazione delle fatture e della connessa documentazione, utilizzata per ottenere il credito dalle banche, all’ufficio clienti di Argenta, i cui membri non sono imputati in questo processo, chiamando in causa anche la Direzione della Coopcostruttori. A questo punto non ci resta che attendere la “verità” che verrà presentata al Tribunale dai vertici della Cooperativa”.
“Al di là di questo – aggiungono – oggi è uscita ulteriormente rafforzata la tesi dell’Accusa circa la irregolarità delle moltissime fatture emesse dalla Coopcostruttori ed utilizzate per ottenere liquidità dalle banche e dalle finanziarie”.
Dopo Venturi l’esame è proseguito con Luca Mazzoni e Sergio Luigi Cerioli (il cui esame proseguirà alla prossima udienza). Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere – come anticipato nei giorni scorsi – Giovanni Bragaglia, Roberto Andreotti, Gianni Cervellati e Pier Luigi Viola. Hanno scelto di non parlare, questa volta a sorpresa, Beppino Verlicchi e Antonio Negretto.
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