Cronaca
12 Aprile 2011
Il dramma di una famiglia stritolata negli ingranaggi della legge

“Gli avevano dato solo due anni di vita”

di Marco Zavagli | 3 min

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Il suo dramma è iniziato quando aveva 14 anni. Claudio (utilizziamo un nome di fantasia per tutelare la privacy del ragazzo, che oggi ha 26 anni, la cui storia abbiamo raccontato ieri: leggi l’articolo) si sentiva sempre stanco, aveva dolori al petto, vomitava sangue. Viene ricoverato in un ospedale di Chişinău, capitale della Moldavia. “Per poter pagare le cure che diventavano sempre più costose decisi di lasciare la mia famiglia e venire in Italia e cercare un lavoro. Lavoravo come donna delle pulizie giorno e notte. Riuscivo a inviare il denaro a casa”. È la sorella (per lei scegliamo il nome fittizio di “Erica”) a parlare. Erica vive a Ferrara da circa dieci anni. Qui si è sposata e ha un figlio.

“Ma le condizioni di mio fratello peggioravano – continua il suo racconto -. Venne operato al fegato”. Claudio si alza la maglietta. Una cicatrice ne percorre l’intero addome. “Non sappiamo nemmeno che tipo di operazione gli sia stata fatta. Sappiamo solo che gli specialisti che successivamente l’hanno visitato in Italia han detto che non era necessaria”.

Necessaria o meno, quel che è certo è che Claudio soffriva sempre più. A 19 anni era ricoverato in una saletta d’ospedale. “Il medico gli diagnosticò una cirrosi e disse a nostro padre che non sarebbe vissuto più di due anni. Fu allora che decisi di portarlo qui. Andai a prenderlo. Parlai con il medico di guardia. Scoprii che era un ginecologo”.

Nel 2004 la sorella riesce a fare entrare il malato in Italia. In modo clandestino. È lei stessa ad ammetterlo: “sono pronta a gridarlo a tutto il mondo; ho messo un nome diverso nei fogli. Mi dispiace ma non me ne vergogno”.

In Italia il 26enne viene sottoposto a cure adeguate e la sua salute migliora sensibilmente. Sia al Sant’Anna di Ferrara – dove si reca ogni settimana – che al Sant’Orsola di Bologna – dove svolge i controlli ogni due mesi – Claudio viene assistito e tenuto monitorato “da persone disponibilissime, con una grande umanità”. “I medici e gli infermieri non si sono chiesti se fosse italiano, straniero o irregolare – aggiunge Erica -; loro fanno solo distinzione tra sani e malati”.

La situazione clinica si stabilizza, ma ogni tanto torna a stare male. Vomita sangue. Il reparto di Malattie infettive segnala il caso a Bologna. Dopo la prima visita il 26enne viene messo in lista d’attesa per il trapianto di fegato. Siamo a fine 2005.

Da allora Claudio attende l’intervento che potrebbe cambiare la sua vita. Un sogno che ora, dopo essere stato colpito dall’ordine di espulsione, pare allontanarsi. Le speranze sue e della sua famiglia sono affidate all’avvocato che a breve depositerà presso il tribunale di Ferrara il ricorso contro quel provvedimento.

“Se dovesse lasciare l’Italia – precisa la sorella -, rimarrebbe comunque in lista d’attesa, ma temiamo per le cure che sicuramente non sarebbero al livello di quelle che abbiamo trovato qua”. Nel frattempo, in questi anni, il ragazzo non è mai riuscito a ottenere il permesso di soggiorno per poter lavorare in regola.

“Ho fatto richiesta ben tre volte e tre volte me l’hanno respinta: il problema è che è entrato in Italia come clandestino e la legge non prevede soluzioni”. Come non ne prevede per chi, pur in attesa di un trapianto d’organo, è costretto a lasciare il territorio nazionale perché non regolare.

“Voglio far conoscere la nostra storia – continua Erica – perché so che ci sono tante persone nelle nostre condizioni e magari anche in situazioni peggiori. C’è tanta gente che viene qua non per rubare, ma per curarsi, per fuggire da una morte certa. Io voglio bene a questo Paese e alla sua gente. Tra gli italiani ho trovato persone splendide, tra cui mio marito e la sua famiglia. Ai suoi genitori non importava che frequentasse una ragazza straniera. Volevano solo che fossimo felici. E lo siamo. Vogliamo che lo sia anche mio fratello”.

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