Era in Tunisia nei giorni in cui stava per scoppiare la polveriera nordafricana. Non ha assistito direttamente ai fatti più cruenti della rivoluzione popolare che ha portato alla fuga del presidente Ben Ali, ma i suoi occhi e le sue orecchie vedevano e ascoltavano attraverso quelli della sua fidanzata tunisina con cui era sempre in contatto.
Roberto Baldisserotto, 47 anni, ferrarese, in quei mesi ha fatto per ben tre volte la spola tra l’Italia e il paese nordafricano. Il primo viaggio è stato intorno a Natale, quando ci fu l’innesco della rivoluzione. Quando quello che è diventato il simbolo della rivolta, un ragazzo di 26 anni, Mohamed Bouazizi, si diede fuoco.
La storia di questo nuovo Jan Palach inizia il 17 dicembre. “Dopo essersi visto confiscare le merci dalla polizia – racconta Baldisserotto -, lui, venditore ambulante abusivo di frutta e verdura, protesta presso le autorità senza ottenere alcun risultato. La cosa si ripete e alcune fonti parlano anche di molestie e pestaggi subiti dal giovane. A questo punto, in segno di protesta, prende una tanica di benzina e di fronte al palazzo del governatore locale si dà fuoco”. Morirà il 4 gennaio a causa delle ustioni riportate, nell’ospedale di Ben Arous. “Quel gesto – riprende Baldisserotto – ha dato inizio alla sommossa tunisina e alla cacciata di Ben Ali. Ora a lui è intitolata la piazza principale di Tunisi”.
Dopo quel fatto il ferrarese torna altre due volte oltremare. Dall’ultima, recentissima, è tornato la settimana scorsa. E, secondo la sua testimonianza, il limbo della transizione non è stato per niente facile. “C’è stato un pericoloso momento di anarchia dopo la fuga di Ben Alì, con la polizia – prima agli ordini del presidente – che non sapeva come muoversi. Frange di malviventi seminavano il terrore, con azioni di sciacallaggio, stuprando donne e uccidendo per inimicizie personali”. A questo punto, nell’inerzia delle forze dell’ordine, “la popolazione si è organizzata in squadre: facevano i turni di guardia a strade e quartieri in attesa che l’esercito riprendesse il controllo della situazione”.
Oggi le ferite sono ben visibili. “Ad ogni angolo trovi ufficiali dei servizi segreti o militari – conferma – e la paura è ancora tanta. Ricordo un gioielliere che tremava e guardava sempre fuori della vetrina, per timore di qualche “visita” indesiderata”. La paura e la miseria. “Ho visto anziani cercare cibo tra i rifiuti, bambini malnutriti cercare i propri genitori…”.
In questa rivolta segnata dai simboli, c’è un altro simbolo che indica rinascita. “Nei giorni scorsi ha riaperto il Carrefour – spiega Baldisserotto -, l’unico grande magazzino di Tunisi che non è stato incendiato o raso al suolo. Che la tensione sia ancora palpabile lo dimostrano i carri armati piazzati davanti all’entrata: vieni perquisito minuziosamente prima di entrare; si teme che possa essere oggetto di attentati”.
Adesso quali sentimenti prevalgono dopo la rivolta? Paura, speranza? “Non lo sanno neanche loro. Tra due mesi ci saranno le elezioni e i candidati si stanno iniziando a far conoscere. Ma le potenzialità per uscire da questa crisi politica e sociale la Tunisia sembra poterle avere”. A cominciare dalle nuove generazioni. “In Tunisia ci sono 10 milioni di persone. Uno stipendio normale oscilla tra gli 80 e i 200 euro al mese. Ma il 42% della popolazione è nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni. Tra loro molti sono laureati. Proprio gli studenti sono stati il cuore della rivoluzione”.
“Il passaggio verso al democrazia sarà lento – avverte lo spettatore ferrarese -. Esiste il rischio che gli oltranzismi religiosi possano approfittare della situazione delicata, ma prima o poi la Tunisia coronerà il sogno del suo popolo”.
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