
Uno dei nomi finiti nell'inchiesta è quello di Massimo Ciancimino, già interrogato dalla procura di Ferrara
Si torna a parlare dell’inchiesta sulla maxi truffa ai danni dello Stato che da San Marino porta a Ferrara. Il tribunale di Ferrara ha affidato l’incarico per esaminare il contenuto dei computer sequestrati a due degli indagati, Patrizia Gianferrari, di Modena (per l’accusa ai vertici delle manovre create per evadere l’Iva), e Safaa Ettouil, marocchino di 22 anni residente in città (un prestanome secondo gli inquirenti). Toccherà all’ingegnere informatico Sara Giordani controllare che in quei pc esiste o meno prova delle transazioni sulla quali sta indagando la procura di Ferrara. L’udienza per la discussione sulle conclusioni che trarrà il perito è stata fissata per metà dicembre.
L’incarico – assegnato in incidente probatorio dal giudice Piera Tassoni – era stato chiesto dalle difese stesse dei due proprietari dei computer, per dimostrare la loro estraneità ai fatti contestati. Alla richiesta poi si erano associati anche i pm titolari del fascicolo, Barbara Cavallo e Nicola Proto.
L’inchiesta, partita lo scorso gennaio, vede indagate a vario titolo per reati fiscali 21 persone (tra cui quattro ferraresi), tra cui il nome di spicco di Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo Vito. Diverse le ipotesi di reato per i 21 indagati, dalla truffa ai danni dello Stato all’associazione a delinquere, dalla falsità in scrittura privata alla distruzione di documenti contabili, fino al mendacio bancario.
Le indagini erano partite quasi per caso, da un normale controllo fiscale nel gennaio 2008, con la perquisizione degli uffici della società in cui vennero trovati i primi documenti riconducibili alla Errelle, ditta con sede legale prima a Reggio Emilia, poi trasferita formalmente a Panama.
Dietro ci sarebbe, secondo la tesi della procura, una gigantesca evasione di imposta che farebbe capo al commercio di materiale ferroso e acciaio. Il “trucco” usato sarebbe quello di false attestazioni di “esportatore abituale”, qualità che permetterebbe di usufruire di agevolazioni fiscali. Grazie a questa qualifica le cessioni di materiale non sarebbero state assoggettate all’iva, creando in questo modo una condizione di vantaggio nel mercato: nella successiva vendita infatti veniva caricato il prezzo del 20% di Iva al compratore, intascando di fatto la percentuale dovuta allo Stato. Un meccanismo che secondo gli inquirenti avrebbe sottratto all’erario circa 1 milione e 700mila euro.
La sede di questa presunta associazione criminale avrebbe sede proprio a Ferrara. In tutto nel vortice dell’ipotetica truffa girerebbe una dozzina di società, con sedi in varie zone dell’Italia centro-settentrionale, intestate a ‘teste di legno’ disponibili a sottoscrivere atti notarili e contratti di conto corrente con concessioni di credito e affidamenti bancari, esibendo falsa documentazione, costituita da bilanci e documenti che attestavano una situazione economico bancaria non veritiera.
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