La sentenza si regge su un postulato indimostrato e indimostrabile: che gli agenti hanno mentito. Sono pronti a cercare di ribaltare l’esito del giudizio di primo grado i difensori dei quattro poliziotti condannati a 3 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi.
Dopo aver depositato nei giorni scorsi istanza di appello alla corte d’Appello di Bologna, Gabriele Bordoni, difensore di Paolo Forlani, è convinto che ad aver nociuto in primo luogo agli agenti sarebbe stato il clima di ostilità causato dalla sovraesposizione mediatica del caso. Un fatto questo dovuto alla “maniera in cui lo stesso è stato gestito nelle sue primi fasi: atteggiamenti e scelte operative di quei momenti sono ricadute in seguito pesantemente e negativamente sugli imputati, del tutto indipendentemente dalla loro condotta e dal loro contegno”.
Il riferimento va, in primo luogo, all’approccio che ebbe la questura di Ferrara in relazione alla morte di Federico Aldrovandi, un “malinteso senso di protezione dell’istituzione e di rimozione del problema” che portò a creare “una contrapposizione verso la famiglia e gli amici della vittima, stimolandone a propria volta una presa di posizione antagonistica e di completa delegittimazione della Polizia”.
Entrando nel merito della decisione del giudice Caruso, poi Bordoni fa notare come “si sfiducia completamente la versione difensiva perché ritenuta il frutto di un lavoro “di squadra” della Questura di Ferrara, dimenticando che il racconto dei fatti che gli imputati hanno offerto in dibattimento risulta sovrapponibile non soltanto alle loro relazioni di servizio -redatte poche ore dopo l’accaduto- ma soprattutto a quanto ebbero a raccontare ai due carabinieri (Ricci e Ricciardi) che raccolsero le loro parole appena qualche istante dopo che la colluttazione con il giovane aveva avuto termine”.
Da spiegare, invece, secondo il difensore, ci sarebbero le ragioni “del contegno serbato dal giovane allorché -anziché dileguarsi come avrebbe fatto chiunque, raggiunse volontariamente e con fare deciso gli agenti -che si erano posti immobili a distanza di varie decine di metri da lui- e li aggredì”.
Quanto all’altro pilastro della sentenza, la tesi del prof. Gaetano Thiene, “assumere quale elemento decisivo il parere di un consulente, seppur qualificato ed esperto, non risulta operazione congrua ed accettabile; specialmente se quella tesi si trova ad essere contrastata dalle affermazioni dei medici legali del pm” che eseguirono personalmente l’autopsia”.
Temi questi “che la sentenza si guarda bene dall’esporre, perché ovviamente non le conviene”, sottolinea tranciante Giovanni Trombini, difensore di Monica Segatto Segatto, di Enzo Pontani e di Luca Pollastri.
“Dal punto di vista del diritto – avverte il legale – la sentenza è carente perché non si pone nel mezzo del confronto degli elementi di prova. Li usa per avvalorare il postulato di partenza che la seconda volante fosse in via Ippodromo ben prima della telefonata della Chiarelli. Ma questo è escluso dalle prove”.
Quanto al comportamento del giovane, questo “è stato sminuito e non considerato in tutte le sue sfaccettature. Mi sarei aspettato una critica intellettuale più serrata sui riscontri offerti dal processo – lamenta Trombini -, mentre invece molte prove sono state piegate al postulato, indimostrato e indimostrabile, sul quale si regge la decisione del decisione”.
Quasi nessun commento invece dalle parti civili, con l’avvocato Fabio Anselmo che si limita a fa notare che “non ho mai visto un processo senza appello. È normale che chi viene condannato in primo grado ricorra al secondo grado di giudizio. I toni usati dai colleghi della difesa – aggiunge -non sono sicuramente una novità, sono quelli utilizzati nel corso di tutto il primo processo”.
“Era già tutto previsto” anche per la madre di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti: “affronteremo con serenità anche questo ulteriore passaggio. Così come abbiamo sempre fatto”.
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