mar 19 Set 2017 - 2883 visite
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Esercito in Gad. La provocazione culturale : “12 militari e 12 bibliotecari”

La proposta arriva da liberi professionisti, insegnanti, abitanti del quartiere e altri cittadini

Va bene i 12 militari, ma allora mettiamoci anche 12 bibliotecari. È la provocazione/proposta che arriva da una lettera firmata da Paolo Marcolini, presidente Arci, e altri operatori sociali e culturali di Ferrara residenti in zona Gad.

Tra questi ci sono i nomi di Daniele Lugli del Movimento non violento, Anna Quarzi (presidente dell’Istituto di Storia contemporanea), Roberto Formignani della Scuola musicisti di Ferrara, Maria Giovanna Govoni (presidente di Wunderkammer), l’architetto Sergio Fortini, Massimo Marchetto del Consorzio Factory Grisù, la poetessa Monica Pavani di Ferrara Off, Manfredi Patitucci (presidente dell’associazione “Basso profilo”), Luca Lanzoni di Città della Cultura/Cultura della Città), l’architetto Gianfranco Franz, Matteo Bianchi del Gruppo del Tasso, Elias Becciu di Camelot, Leonardo Delmonte (già coordinatore del programma di Rigenerazione urbana), l’ex assessore alla cultura Alessandra Chiappini.

Le altre firme sono quelle di Maria Grazia Lonzi, Valeria Ruggeri, Elisabetta Pavani, Enrico Grandi, Maria Cristina Squarzoni, Pietro Pinna, Miriam Cariani, Barbara Bongiovanni, Giovanna De Simone, Stefano Droghetti, Giacomo Brini.

I firmatari fanno partire il loro ragionamento dal “profondo disorientamento che traspare dalle reazioni alla notizia dell’arrivo imminente e temporaneo di 12 militari in città attinge alla sfera dell’animo ovvero al senso di sicurezza o di non sicurezza”.

“I partiti della città ed i giornali – ragionano – si concentrano su diatribe innescate dal dibattito mediatico, mentre i cittadini attendono risultati concreti e misurabili. Se per i cittadini che si sentono insicuri la presenza dei 12 militari rappresenta un segnale utile, significa che questi auspicano, attraverso questa opzione, un futuro di maggiore vitalità nel proprio quartiere”.

Ma per quelli che invece non avvertono tale pericolo, “la presenza dei militari, la chiusura dei negozi e i divieti definiti da diverse interpellanze sembrano affermare un linguaggio altro rispetto all’idea di promuovere azioni culturali e sociali, che sostengano un’immagine positiva del quartiere Giardino e delle zone limitrofe”.

Ecco allora che “se questi due stati d’animo, opposti e legittimi, nel volere il bene del quartiere, una volta liberi dal pregiudizio reciproco, cominciassero a perseguire assieme quella maggiore vitalità e presenza serena nelle strade, faremmo tutti un passo avanti nella risoluzione del problema”.

“E’ indubbio – spiegano i firmatari – che se da un lato è giusto difendere l’esistenza di una gelateria che fa presidio, va anche riconosciuto il lavoro di chioschi e pizzerie, ristoranti, realtà culturali, sportive, creative ed aggregative che si sono insediate e che hanno diritto di trovare degli alleati nelle persone che abitano lo stesso quartiere. Cercare di diffondere un nuovo patto di fiducia che sì è avviato e che necessita di saldarsi maggiormente”.

La lettera prosegue facendo presente che negli ultimi mesi “sono decine le attività culturali di associazioni e realtà di ogni sorta che si sono attivate per invitare altri cittadini nel quartiere, per mostrare che questa zona vuole e cerca riscatto; azioni che andranno avanti anche dopo la partenza dei militari”.

Da qui la proposta: “riteniamo utile concentrarsi sulle soluzioni di lungo respiro, sull’insediamento di molteplici attori: liberi professionisti, artisti e perché no bibliotecari, da incentivare in modo costante. Tale lavoro, ovvero quello svolto dalle associazioni e dai volontari, ma anche dalle aziende e dai cittadini, continuerà perché i risultati si vedono nel lungo periodo, sapendo che creare fiducia tra le persone che si incontrano e dialogano rappresenta un processo complesso e fecondo”.

“Questo è certamente – concludono – l’antidoto più duraturo al senso di insicurezza, a patto che nella fase del suo costruirsi, non venga minato da annunci assolutori e rincuoranti, che risolvono il desiderio di dibattito mediatico, ma non affrontano l’essenza del problema”.

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