Comitato per il No al referendum. Aderiscono anche le Agende Rosse Ferrara
Il Gruppo Agende Rosse di Ferrara ha aderito al Comitato cittadino per il No in vista del prossimo referendum costituzionale, recentemente costituitosi anche a Ferrara
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Ieri la secessione dell’Aventino. Oggi il sì o l’astensione. Nel luglio 2010 tutti i gruppi di opposizione presenti in consiglio uscivano dall’aula, in segno di protesta contro il metodo con il quale erano stati decisi gli obiettivi del Piano Operativo Comunale (POC) e molte critiche riguardavano il merito (le minoranze parlarono nell’occasione di “atteggiamento di chiusura inaccettabile da parte del Pd” e di “bavaglio alle minoranze e un piatto servito ai costruttori”). “Sono passati tre anni e la sostanza non è cambiata, eppure, chi allora dissentiva, oggi ha votato a favore o si è astenuto, sostenendo di fatto una nuova colata di cemento invendibile e il totale disinteresse del Pd e del sindaco verso i nuovi bisogni della città”. La critica del giorno dopo (l’adozione del Poc è stata approvata lunedì scorso, ndr) arriva da Valentino Tavolazzi di Progetto Ferrara, l’unico insieme al gruppo di Io amo Ferrara a votare contro.
Il piano autorizza 1892 nuovi alloggi e altri 13500 mq di strutture commerciali, “senza puntare – accusa il consigliere – con decisione alla valorizzazione del patrimonio esistente ed alla riqualificazione energetica. Una scelta dannosa, basata su di un inesistente fabbisogno, tenuto conto delle migliaia di nuovi alloggi già autorizzati (convenzionati non attuati, più gli interventi diretti del RUE). Dunque il POC riversa altri appartamenti invendibili, in un mercato depresso da almeno 3000 nuovi alloggi invenduti, oltre ad un patrimonio edilizio residenziale non utilizzato, stimato dal Comune, in altre 9 mila unità”.
Secondo Tavolazzi “la saturazione del suolo è al limite”. E cita il PTR regionale, che denuncia come negli ultimi 30 anni l’espansione del territorio urbanizzato abbia dato origine ad un’altra regione: a parità di popolazione, il costruito è raddoppiato. Nel periodo 1994/2003 il territorio occupato da insediamenti residenziali, produttivi o commerciali è passato da 123.459 a 187.740 ettari, arrivando ad occupare l’8,49% del totale della superficie regionale. Si stima che con le aree urbanizzabili, classificate dai piani regolatori e non ancora utilizzate, si raggiunga il 10% del territorio regionale. Negli ultimi trent’anni in regione i territori artificializzati, che comprendono le zone urbanizzate, gli insediamenti produttivi, commerciali, i servizi pubblici e privati, le reti e le aree infrastrutturali, le aree estrattive, discariche, cantieri e terreni artefatti e abbandonati, sono cresciuti più del 74%.
“A Ferrara – prosegue Tavolazzi – stiamo subendo da anni i disagi derivanti dall’inadeguatezza del sistema fognario (ripetuti allagamenti), dall’inquinamento di interi quartieri della città (quadranti est e nord-ovest), dalla distruzione di siti naturali protetti e dalla cementificazione selvaggia indotta da progetti assurdi (Cona, Idrovia, Autostrada cispadana, Darsena City, raddoppio del Teleriscaldamento), talvolta su terreni inquinati.
Il Poc doveva essere l’occasione per quasi azzerare il consumo di territorio, destinando risorse intellettuali ed economiche alla riqualificazione di parti di città in disuso, che hanno urgente bisogno di un intervento urbanistico. Il Comune doveva anteporre la ristrutturazione e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, abitato o abbandonato, alla costruzione di nuovi condomini o nuove villette”.
Con al scelta di lunedì, secondo Ppf, si sarebbe persa anche l’opportunità di creare nuovi posti di lavoro, che potevano essere creati attraverso “regole ed incentivi atti ad indirizzare l’imprenditoria locale su progetti di recupero e riqualificazione”, “ristrutturazione del patrimonio esistente, secondo criteri di risparmio energetico/idrico”, “una quota più elevata di edilizia sociale”.
Ma il principale tassello mancante del Poc è l’assenza “di una visione della città, che deve radicalmente trasformarsi per un futuro possibile, basato sul rilancio delle sue invidiabili caratteristiche storiche, culturali, architettoniche, naturali e gastronomiche. E’ un grigio atto amministrativo, privo dell’audacia progettuale necessaria per la profonda trasformazione del modello economico. Il Poc poteva essere un passo in questa direzione. Invece è il solito libro dei sogni, un vecchio modello che associa sviluppo a costruire, sfruttando il suolo per il profitto di pochi, in danno agli altri”.
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