Cronaca
21 Ottobre 2011
Salvatore Borsellino a Ferrara per il documentario “Palermo, Via D’Amelio”

“Lo Stato non ha mai voluto combattere la mafia“

di Redazione | 4 min

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Sono passati quasi vent’anni dal 19 luglio 1992, quando un feroce attentato uccideva sul colpo il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta. A ripercorrere quei momenti drammatici è stato, nella giornata di ieri, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Invitato a Ferrara dal movimento Agende Rosse Ferrara-Rovigo, Borsellino è stato protagonista di un doppio incontro.

In mattinata con gli studenti del liceo “Ariosto”, che hanno partecipato al dibattito svoltosi in Sala Estense, nell’ambito del progetto didattico “Contro le mafie per un paese civile”. Poi, in serata, Borsellino è intervenuto, sempre in Sala Estense, a margine della proiezione del documentario “Palermo, Via D’Amelio” realizzato da Emanuele Varone.

La serata, presentata da Liana Romano e Mauro Barbanti, referenti territoriali del Movimento Agende Rosse, si è aperta con una precisazione circa il nome di questa associazione, fondata da Salvatore Borsellino al fine di fare luce sui mandanti occulti dell’attentato di Via D’Amelio. “Non c’è nulla di politico nella scelta del colore – ha spiegato Borsellino – l’agenda di mio fratello era rossa, era un dono dell’Arma dei Carabinieri. Se fosse stata verde il movimento si sarebbe chiamato Agende Verdi, così qualcuno – scherza poi, ricordando che Emilio Fede definì il suo movimento “Agende Rosse comuniste” – avrebbe detto che ci ispiriamo a ideali leghisti o islamici”.

Ciò che conta non è il colore dell’agenda ma il suo contenuto. “Non sarebbe servito a niente uccidere Paolo senza potergli sottrarre quell’agenda. Chi oggi la possiede – avverte Borsellino – è in grado di ricattare la metà delle istituzioni di questo Paese”.

L’agenda rossa, che si suppone sia stata trafugata dalla borsa del giudice subito dopo l’attentato, potrebbe contenere fondamentali informazioni circa una probabile trattativa tra Stato e criminalità organizzata.

Borsellino sul punto non ha alcun dubbio: “Lo Stato non ha mai voluto combattere la criminalità organizzata – accusa –, sono anni che grido che mio fratello è stato ucciso perché si è messo in mezzo alla trattativa tra mafia e Stato”. Borsellino è un fiume in piena: “Ho paura, oggi c’è un clima troppo simile a quello di allora. Non limitiamoci ad applaudire i magistrati morti, stiamo vicini a quelli vivi. Non possiamo permetterci di lasciarli soli come abbiamo fatto con Paolo”.

Il fratello del giudice nel ricostruire l’attentato non risparmia i dettagli più cruenti. “C’erano pezzi di carne che si staccavano dalle pareti dei palazzi dove l’esplosione li aveva scaraventati – ricorda –, il corpo di mio fratello era diviso in due, una parte sulla strada e l’altra oltre il cancello, nel giardino del condominio”.

Si rimprovera il fatto di essere fuggito dalla Sicilia perché riconosce che non è servito a nulla: “A Milano, dove vivo, il sindaco della passata amministrazione sosteneva che lì la mafia non ci fosse, che la ‘ndrangheta non fosse penetrata. Esattamente gli stessi discorsi che faceva il sindaco di Palermo tanti anni fa”.

Poi si rivolge ai giovani, “E’ grazie a loro che ho ritrovato la speranza – dice – ho capito che forse io non vedrò emergere la verità ma è importante che la conoscano loro. E’ per questi ragazzi meravigliosi, non più per me, che mi batto. Perché possano vivere in questo paese, non in un altro. Un paese che amiamo, ma che non ci piace così com’è”.

Lo stesso sentimento che aveva avuto suo fratello Paolo. Il giudice infatti, il giorno prima di essere ucciso, scriveva nel suo diario “sono ottimista perché vedo questi giovani con un atteggiamento diverso nei confronti della mafia. Quando saranno adulti avranno più forza per combatterla; più di quanta ne ebbi io, colpevole di indifferenza fino all’età di 40 anni”.

Una serata densa, alla quale il pubblico che affollava la platea ha assistito con grande trasporto, tra silenzi attoniti e fragorosi applausi. Salvatore Borsellino, a fine serata, non ha negato autografi e fotografie, nonostante lo aspettassero ancora tre ore di autostrada per tornare a Milano, dove oggi lo attendeva una giornata lavorativa. Un lavoro che gli permette di continuare a girare per l’Italia a sue spese. L’incontro di ieri è stato infatti completamente autofinanziato.

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