Sab 1 Ott 2022 - 254 visite
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Acer racconta le politiche dell’abitare tra povertà, ricchezza e disuguaglianze

Carrara: “La diminuzione degli investimenti sull’edilizia pubblica genera problemi a nuovi soggetti: disoccupati, con bassissimi redditi o lavori precari”

di Lucia Bianchini

È l’abitare con le politiche ad esso correlate il tema di ‘Acer 100, etica e politica della casa pubblica tra disuguaglianze e nuovi bisogni urbani’, conferenza che si è tenuta nella sala dell’Arengo del Municipio, in cui è stato presentato il volume edito per il centenario di Acer Ferrara, con un’indagine sull’evoluzione delle politiche abitative dal Regio decreto del 1920 fino a oggi, e a cui hanno partecipato, insieme al direttore di Acer Diego Carrara, Romeo Farinella, Urbanista di Unife, e Alfredo Alietti, sociologo di Unife.

Come ha spiegato Carrara l’edilizia residenziale pubblica nasce per i ceti più deboli “negli anni ‘20 e ‘30 dà una risposta a famiglie di operai, impiegati e meno abbienti non in grado di assicurarsi una casa sul libero mercato. La cosa evolve fino al secondo dopoguerra, quando il welfare diventa un fatto presente in tutta Europa e anche nel nostro Paese e porta ad un aumento dell’edilizia residenziale pubblica, proprio per continuare a dare una risposta ai meno abbienti. C’è uno sviluppo, che arriva rapidamente ai nostri giorni, nel momento in cui il welfare in Europa e nel paese inizia a venire meno, e la politica decide che gli alloggi popolari non sono più necessari, ce ne sono abbastanza, interrompendo un percorso virtuoso”.

“La diminuzione degli investimenti sull’edilizia pubblica – continua Carrara- genera problemi a nuovi soggetti: disoccupati, con bassissimi redditi o lavori precari, e a fronte di un aumento di richiesta di edilizia a basso costo succede che la risposta del sistema europeo è negativa: non si può investire in alloggi, per cui aumentano le graduatorie dei ceti medio-bassi. È il problema dell’abitare che da 30 anni non trova soluzione. Secondo aspetto importante è il ruolo urbanistico che l’edilizia residenziale pubblica ha avuto nella crescita dei territori e della città. A Ferrara un quartiere nasce proprio grazie a questi investimenti, è Barco”.

Il sociologo Alfredo Alietti ha poi sottolineato come l’edilizia residenziale pubblica sia un elemento che ha attirato l’attenzione dei sociologi, ma anche di registi e filmmaker: “è un contesto sociale in cui emergono fratture e problematiche, che Ferrara ad esempio si cerca di analizzare. Altra questione è che la città è di ricchi e di poveri, come diceva anche Platone. Cosa succede quando queste due realtà non dialogano? Sappiamo che l’edilizia residenziale pubblica spesso è concentrata in quartieri di povertà, dove ci sono circuiti di deprivazione”.

Alietti illustra poi l’importanza dell’abitare, che definisce come uno dei pilastri dell’inclusione in una società, un diritto costituzionale ma ancor prima un diritto umano sancito dall’Onu e dalla carta dei diritti umani dell’Unione europea: “Vi è da 30 anni una totale dismissione da parte della politica di questo argomento, e più lo stato dismette il suo impegno nel garantire l’edilizia residenziale pubblica, più si allarga il ceto che non ha soldi per pagare le follie del mercato, soprattutto nelle grandi città, ma ha un’Isee che non permette di avere la casa popolare. Vi è quindi una sorta di ceto medio, insieme a domande inedite di povertà, cioè non di povertà assoluta. La Cisl di Milano ha comunicato che il 35% delle persone che fanno domanda per la casa popolare sono i ‘working poor’, lavoratori che non possono pagare nemmeno l’affitto della casa popolare, tra cui ci sono anche giovani, che guadagnano tra i 600 e gli 850 euro mensili”.

A ragionare su povertà e ricchezza in un percorso storico è invece Romeo Farinella: “è interessante riflettere sul fatto che si inizi a parlare più di diseguaglianze che di povertà. Il capitalismo americano, da sempre filantropico e ricco di fondazioni che danno soldi per contrastare la povertà, ha sempre precisato che interveniva per contrastare la povertà, mai per combattere le disuguaglianze. La povertà ha una dimensione caritatevole, se si combatte la disuguaglianza si innesca un percorso in cui tu diventi come me. Tutta la filantropia ottocentesca si basa su questo, e il tema emerge prepotentemente con la rivoluzione industriale, momento che crea la crisi in termine di povertà e ricchezza”.

£La povertà estrema in una città come Londra prosegue -, che stava diventando una grande capitale, era funzionale al mantenimento del progresso e del benessere. Se si analizza la città ottocentesca, vittoriana, è un gioco di contrasto tra povertà e ricchezza, a est i poveri, a ovest i ricchi, Soho, e molti altri, oggi mete di turismo globale, erano luoghi di grande povertà. Questo contesto genera la nascita delle politiche dell’abitare”.

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