
La pm Barbara Cavallo e l’avvocato Pasquale Longobucco, difensore dell’imputato
“Al momento del fatto non presentava patologie o disturbi tali da incidere sulla capacità di intendere e di volere”. È una frase che pesa come un macigno sulle spalle, già adesso non prive di un carico pesante, di Pierpaolo Alessio, il giovane che la sera del 20 novembre del 2019 aggredì violentemente la nonna Maria Luisa Silvestri, 79 anni, contribuendo a cagionarne la morte.
A pronunciarla, nell’udienza di giovedì mattina, è stato Mario Massimo Mantero, che insieme a Renato Ariatti ha realizzato la perizia psichiatrica sul giovane, proprio per valutare la sua capacità d’intendere e di volere, sia quella di stare in giudizio.
Per i due professionisti incaricati dal tribunale (corte d’assise presieduta dalla giudice Piera Tassoni), non ci sono “elementi probatori” che corroborino l’ipotesi del “disturbo dissociativo al momento del fatto” formulata di contro dal consulente della difesa, lo psichiatra Michele Sansa.
Manca, spiega Ariatti, “un precedente trauma a monte”, che caratterizzerebbe lo stato dissociativo.
Nell’ipotesi dei periti, invece, c’è un dato oggettivo che avrebbe influito in maniera determinante: “Uno stato di intossicazione alcolica, un tasso di circa 1,92,”, che potrebbe giustificare il successivo “blackout” della memoria: Alessio infatti non ricorda il tragico evento. A conferma, i periti e Ariatti in particolare, citano un evento verificatosi mentre il giovane era agli arresti domiciliari, avvenuto quest’estate: Alessio bevette delle birre e “ha avuto manifestazioni di aggressività verso gli oggetti e verso la mamma e poi non ha ricordato più nulla”.
I periti riconoscono che abbia “una personalità emotivamente instabile”, ma questo non riconduce “a nulla di dissociativo”.
L’alcol di quelle birre bevute quando era in pizzeria con la nonna, dunque, come fattore che ha forse acceso o reso irrimediabile un meccanismo psichico che ha portato a quella doppia aggressione fisica verso la nonna e poi a cancellarne le tracce nella memoria.
“L’alcol è stato il detonatore che ha creato il deragliamento del comportamento, fino a debordare nell’aggressione”, spiega Ariatti ai giudici togati e popolari, alla pm Barbara Cavallo e al difensore di Alessio, l’avvocato Pasquale Longobucco. “In quel momento era in uno stato clinicamente patologico”, dice ancora il perito, ma è quello stato a cui ci si espone accettando il rischio di un’alterazione portata dal consumo eccessivo di alcolici. Ecco perché, in sostanza, a parere dei due professionisti si mantiene la giuridica capacità di intendere e volere.
In udienza c’è stato anche un confronto tra i due periti e il consulente della difesa, dal quale è emersa una netta differenza di approccio e interpretativa degli eventi e dell’influenza dello stato psichico di Alessio, pacificamente riconosciuto come problematico fin dall’età evolutiva.
E ora il processo si avvia verso la conclusione: la prossima udienza (20 gennaio) sarà quella della discussione e l’assise sarà chiamata a una non facile decisione anche, se non soprattutto, dal punto di vista umano.
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